Il decreto del Governo e la dignità in busta paga
di Daniela Fumarola
Il provvedimento varato in questi giorni introduce un passaggio significativo: l’indicazione di una soglia contrattuale salariale, legata ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni più rappresentative. È un segnale importante. E proprio per questo deve diventare parte di una strategia più ampia

Celebrare il Primo Maggio oggi significa fare i conti con le scelte concrete che riguardano il lavoro e i salari. Il decreto varato in questi giorni dal Governo introduce un passaggio significativo: l’indicazione di una soglia contrattuale di dignità salariale, legata ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale. È un segnale importante, perché afferma un principio chiaro: non tutti i contratti sono uguali, e quelli costruiti sul dumping e sul sottosalario devono essere superati. È un passo che va nella direzione giusta anche perché richiama il valore costituzionale di una retribuzione proporzionata e sufficiente. Ma proprio per questo deve diventare parte di una strategia più ampia, da costruire in un Patto tra governo e parti sociali capace di tenere insieme salari, produttività, qualità del lavoro e crescita.
Il tempo che viviamo richiede un salto di qualità nelle relazioni tra istituzioni, imprese e parti sociali. Non per annullare le differenze, ma per costruire obiettivi condivisi. Celebrare unitariamente la festa del Lavoro non è dunque un gesto rituale. È una scelta che parla al presente. In un tempo segnato da transizioni profonde – tecnologiche, ambientali, sociali – ritrovarsi insieme significa riaffermare la centralità del lavoro, o meglio della persona che lavora, nelle dinamiche di sviluppo. Il lavoro è dignità concreta, partecipazione, riconoscimento. Ma oggi questa dignità è troppo spesso messa in discussione. Non può essere accettato che il lavoro venga schiacciato tra precarietà, insicurezza e bassi salari. Non può essere normale che lavorare non basti a vivere.
Le trasformazioni in atto rendono questa sfida ancora più urgente. L’Intelligenza artificiale apre opportunità straordinarie, ma impone scelte. Non si tratta di fermare l’innovazione, ma di governarla: la tecnologia deve accompagnare il lavoro, non impoverirlo. In questo quadro, la contrattazione resta lo strumento decisivo. È lì che si redistribuiscono i benefici della crescita, si definiscono salari, si costruiscono tutele aggiornate. Ed è lì che si può dare risposta alla questione salariale, che resta il nodo centrale. Servono politiche espansive dei redditi, che rafforzino salari e pensioni e sostengano il potere d’acquisto. Ma serve soprattutto qualità: qualità della contrattazione, qualità del lavoro, qualità dello sviluppo. Gli aumenti retributivi devono poggiare su una crescita reale del valore aggiunto, sostenuta da investimenti in innovazione, organizzazione e formazione continua.
Per questo è decisivo rendere effettivo il diritto a un apprendimento permanente, universale e portatile. Senza competenze non c’è produttività, senza produttività non ci sono salari più alti. Accanto a questo, è necessario alleggerire il carico fiscale su lavoro e pensioni, concentrando le risorse su chi produce reddito e rafforzando l’equità del sistema. E bisogna orientare gli incentivi verso occupazione stabile e di qualità, soprattutto per giovani e donne, valorizzando le aree più fragili del Paese. Resta poi una priorità non negoziabile: la sicurezza. Le morti sul lavoro non sono emergenze occasionali, ma una responsabilità collettiva che impone più prevenzione, più controlli e una cultura diffusa della tutela della vita.
Segretaria Generale Cisl
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