I reporter uccisi e il bisogno di conoscere
di Nello Scavo
«Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, in Italia come all’estero». Con queste parole il Governo ha salutato il voto unanime del Senato per istituire una Giornata nazionale dedicata

Non è sottile il filo che tiene insieme i nomi dei giornalisti minacciati, uccisi, perseguitati da querele e intercettazioni indebite, e la qualità della libertà di stampa in Italia. Non è una questione di distanza o di brutalità della violenza. Quando raccontare diventa scomodo, il giornalista smette di essere un osservatore e diventa un problema. «Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero». Con queste parole il Governo ha salutato il voto unanime del Senato per istituire una Giornata nazionale della memoria per i giornalisti italiani uccisi anche in zone di conflitto.
In Italia non siamo in guerra. Eppure chi fa informazione conosce una pressione costante, meno visibile ma non meno reale. Querele temerarie, intimidazioni, campagne di delegittimazione, intercettazioni, isolamento professionale. Non uccidono, ma incidono. Logorano. Non di rado fino a indurre ad abbandonare le inchieste che conducono ai centri di potere. Si tratti di un Municipio o di Palazzo Chigi. Il ricordo dei giornalisti uccisi non può e non deve essere un rito. Perché ogni nome segna una soglia: il momento in cui la verità diventa insopportabile per qualcuno. Il meccanismo è rodato. Prima si delegittima, poi si isola, infine si colpisce. È accaduto anche con Daphne Caruana Galizia, assassinata a Malta nell’ottobre del 2017 mentre indagava su reti opache che attraversano il Mediterraneo, passando per Tripoli, La Valletta e Roma.
Anche il suo nome dovrebbe stare tra quelli dei giornalisti che hanno pagato con la vita l’avere scoperchiato interessi che arrivano fino all’Italia. Nei contesti estremi il colpo di grazia è fisico. Nei sistemi democratici assume forme indirette, ma la logica resta identica: restringere lo spazio di chi verifica, documenta, contraddice. Il punto non è consolarsi con il fatto che in Italia non si spara ai giornalisti. Il punto è verificare se esistono condizioni reali per lavorare come una democrazia matura dovrebbe esigere, non solo permettere. Se chi indaga su poteri economici, criminalità, politica può farlo senza pressioni indebite, senza depistaggi, senza interferenze. Se le redazioni sostengono il lavoro scomodo. Se il “sistema” tutela davvero chi espone fatti verificati. Proteggere i giornalisti non è una questione corporativa. È una misura della qualità democratica. Una società che non tutela chi fa informazione accetta di sapere meno, e quindi di essere più esposta alla manipolazione.
Il 15 aprile, incontrando gli studenti di alcune scuole di giornalismo, il presidente Sergio Mattarella ha richiamato l’articolo 21 della Costituzione e ha indicato un punto concreto: «Va posto riparo al ritardo nella applicazione del Media Information Act», approvato dall’Europarlamento nel 2024. Un regolamento che stabilisce standard vincolanti su indipendenza, trasparenza e pluralismo dei media. Se resta inattuato, la distanza tra principio e pratica si allarga. E prende la forma dell’ipocrisia.
L’Italia dispone di un sistema di protezione avanzato. Al Viminale opera un Centro di coordinamento che monitora minacce e rischi contro i cronisti. Una struttura interforze che negli anni ha prevenuto escalation, garantendo sicurezza a decine di giornalisti e alle loro famiglie. Anche per questo non si registrano omicidi recenti sul territorio nazionale. Ma la pressione non è scomparsa. Si è adattata. Attentati, minacce, intimidazioni, intercettazioni continuano a colpire chi lavora sui dossier più esposti. La libertà di informazione non si misura solo dove viene negata con la violenza. Si misura anche dove, lentamente, viene resa più difficile. Ed è lì che spesso passa inosservata. Finché non diventa troppo tardi.
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