Serve una strategia industriale per le società partecipate dallo Stato
Il dibattito sulle scelte da fare in settori strategici come l'energia e la difesa non è più rinviabile, tanto più in tempi di nomine e di rinnovi degli organi sociali
Mai come in questa fase storica così travagliata, se vogliamo essere fino in fondo economisti sociali e civili, dobbiamo partire dal rispetto di alcune regole dell’economia liberale di mercato di cui neppure chi si dichiara liberale e liberista sembra oggi preoccuparsi. Un obiettivo chiave dell’economia tradizionale è da sempre la lotta alle concentrazioni di potere di oligopoli e monopoli che, oltre a distorcere il mercato, diventano centri di influenza capaci di condizionare la politica e di “catturare” i regolatori, invertendo i rapporti di forza tra istituzioni e mondo produttivo.
In settori strategici come energia, digitale e social media, questo problema assume una dimensione strutturale fino a incidere direttamente sulle dinamiche democratiche. In un sistema democratico che funziona sono le istituzioni politiche a definire gli indirizzi strategici delle grandi imprese partecipate, e non viceversa. Eppure, proprio in Italia, il processo di nomina dei vertici delle principali società controllate dallo Stato continua a svolgersi in modo opaco, senza un reale confronto pubblico sulle strategie industriali che tali vertici intendono perseguire.
Le assemblee dei soci sono alle prese con il rinnovo di ben 214 organi sociali – 118 consigli di amministrazione e 96 collegi sindacali – in 155 società partecipate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, per un totale di 842 incarichi da assegnare. Si tratta di un passaggio cruciale non solo sul piano della governance, ma per l’intero sistema economico: queste imprese pesano per circa il 15 per cento del Pil, rappresentano il 30% della capitalizzazione della Borsa italiana e costituiscono una leva decisiva della politica industriale del Paese.
Eppure, né il Parlamento né l’opinione pubblica sono chiamati a discutere preventivamente gli obiettivi che queste imprese dovranno perseguire. Le nomine restano il frutto di negoziati interni alle maggioranze di governo, spesso privi di un esplicito mandato strategico. È qui che emerge l’urgenza di una vera “parlamentarizzazione” del processo: non un passaggio formale, ma un momento sostanziale di accountability in cui i candidati ai vertici espongano in modo trasparente le proprie strategie e siano valutati alla luce dell’interesse generale.
Il tema è particolarmente rilevante nel settore energetico, e non solo per le recenti polemiche sui trattamenti economici di alcune figure coinvolte.
Terna ed Enel hanno un ruolo decisivo nella gestione e nello sviluppo delle reti e nella guida della transizione energetica. La qualità e la direzione dei loro investimenti determineranno la capacità del Paese di integrare le fonti rinnovabili e di garantire sicurezza e sostenibilità del sistema. Allo stesso modo, Eni, Snam e Italgas sono chiamate a ridefinire profondamente il proprio modello di business. Al fine di ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero e i rischi che choc come quelli del passato e del presente si trasformino in pesi insostenibili per le bollette delle famiglie e delle imprese è necessario che queste imprese orientino con decisione i propri investimenti verso le energie rinnovabili, l’eolico offshore, la geotermia e lo sviluppo dell’idrogeno verde continuando ad esplorare e a valutare l’opzione nucleare. Continuare a privilegiare strategie centrate sul petrolio e sul gas rischia non solo di ritardare la transizione, ma anche di esporre il Paese a costi economici e geopolitici crescenti.
Proprio per questo, non è più rinviabile una discussione pubblica sulle strategie industriali delle partecipate. Non si tratta di limitare l’autonomia delle imprese, ma di ristabilire una corretta gerarchia tra politica e mercato: le grandi scelte strategiche, soprattutto in settori come energia e difesa, devono essere coerenti con obiettivi di lungo periodo definiti democraticamente.
Parlamentarizzare le nomine significa, in ultima analisi, rafforzare la qualità della nostra democrazia economica. Significa chiedere che chi guida aziende così rilevanti per il futuro del Paese renda conto non solo agli azionisti, ma all’intera collettività. E significa riportare al centro il principio, troppo spesso dimenticato, che il mercato funziona davvero solo quando è incardinato in istituzioni forti, trasparenti e responsabili.
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