Volere figli perfetti è un programma di fallimento

Troppe ragazze e ragazzi sono schiacciati dall’essere visti come deludenti dai propri genitori, ma nessuno può crescere davvero bene se è considerato tale
April 29, 2026
Volere figli perfetti è un programma di fallimento
/ Icp

Perfetto

/perˈfɛtto/ agg. e s. m.
“Alcuni considerano perfetti uomini e donne ritenuti belli, altri credono che esista un lavoro perfetto. La società ci spinge a voler essere perfetti, come se la perfezione fosse un dovere da rispettare per accontentare gli altri. Certe persone, non riuscendo a vedere la perfezione in sé stesse e negli altri, non riescono ad accettarsi. Ci sono ragazzi come noi che si sentono sbagliati e soffrono per questo. La maggior parte delle persone sbaglia a pensare che la perfezione sia solo nell’aspetto fisico: “essere perfetti” significa sentirsi a proprio agio con sé stessi e con le proprie peculiarità"
Lemma tratto da: Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione. Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_Stili, sotto l'egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
 
Quando le ragazze e i ragazzi scrivono che «la società» li spinge a essere perfetti in fondo parlano di noi adulti, dei modelli che proponiamo talora in modo esplicito, talora più subdolo, parlano di un certo sistema che siamo capaci di costruire con i nostri comportamenti, le aspettative, i giudizi pronunciati a cena come sentenze, le sopracciglia inarcate e i sorrisini sarcastici rispetto ai loro errori. E quando usano lemmi  come «dovere» e «accontentare» di certo non li scelgono a caso. Dovere introduce infatti immediatamente una dimensione normativa: in questo sistema non essere perfetti diventa una colpa, una mancanza, assume quasi una valenza etica. Accontentare poi è ancora più rivelatore. Fatto fuori il desiderio personale, la realizzazione di sé diventa la risposta alle aspettative altrui. Vado bene se soddisfo il progetto che l’altro ha su di me. E l’altro può essere il genitore, l’insegnante, ma anche l’amico o il gruppo. I più giovani ci stanno segnalando la fatica del dover essere, del sentirsi costantemente misurati rispetto a uno standard imposto dal mondo. Si tratta di una fatica identitaria che non riguarda tanto che cosa faccio, ma che cosa sono autorizzato a essere. Per noi genitori il figlio perfetto è quello ideale, che costruiamo nella nostra mente, spesso prima ancora che nasca. È un’entità immaginata, plasmata dai nostri desideri e dalle nostre aspettative, è il contenuto che predeterminiamo all’incognita della formula «lo voglio, la voglio x». In molto casi la figlia e il figlio perfetto finiscono per rappresentare ciò che il genitore non è riuscito a diventare oppure a ottenere, potremmo definirlo il figlio-risarcimento. Non più un soggetto autonomo, ma il luogo in cui vanno in esilio i desideri non realizzati dei suoi genitori. Un figlio così disegnato, che smette di essere titolato a pensare qualcosa su di sé e a costruire desideri e ambizioni personali, diviene un’entità modellabile da chi ha già deciso chi sarà e come vivrà. Che cosa gli piacerà e che cosa dovrà fare. Vive in un tempo già scritto, secondo un copione preparato da altri cui può solo adeguarsi per non risultare deludente.
Nella mia esperienza ho trovato troppe ragazze e ragazzi schiacciati dall’essere visti come deludenti dai propri genitori, tanto da aver maturato la convinzione che nessuno può crescere davvero bene se è considerato tale dai suoi maggiori. Fortunatamente, questo figlio perfetto non esiste. Esiste invece il figlio reale, con la sua irriducibile singolarità. Un soggetto che pensa e desidera, che non pretende di fare tutto da solo, ma che cerca un adulto affidabile. Un adulto capace di accompagnarlo nella realtà, un compagno che sappia condividere la sua esperienza, passata e presente, così come offrirgli strumenti per capire se stesso e il mondo. Certo non uno che lo misura continuamente rispetto a standard prefissati. Il figlio reale ha bisogno di sostegno, incoraggiamento, fiducia. Chiede di poter costruire un futuro senza restare incasellato e intrappolato in un destino già deciso. Ma tutto questo non basta ancora. Sappiamo quanto i più giovani recuperano modelli e ideali dalla rete. Non solo contenuti, ma veri e propri immaginari di riferimento spesso costruiti su standard irrealistici, irrealizzabili, ipersemplificati o, al contrario, eccessivamente sofisticati ed estremizzati. Corpi perfetti, vite costantemente interessanti ed eccitanti, successi da esibire, felicità senza crepe. Un universo dove il valore personale coincide con la visibilità, il consenso diffuso, la performance. Esporli troppo presto a questi modelli significa costringerli a misurarsi con parametri che non sono alla loro portata, né cognitiva, né emotiva, né simbolica. Nel difetto di strumenti per decodificarli e relativizzarli non riescono a riconoscerne la natura costruita e artificiale, scambiando per realtà ciò che al massimo è solo una delle sue possibili rappresentazioni. Difenderli da tutto questo significa innanzitutto non esporli precocemente alla rete e poi accompagnarli al momento opportuno nell’incontro con tali contenuti, aiutandoli a sviluppare uno sguardo critico. Significa restituire complessità dove c’è un eccesso di semplificazione, mostrare ciò che sta davvero dietro a ogni risultato, ossia il lavoro, la fatica e gli errori che raramente compaiono nella narrazione mediatica.
Tuttavia sarebbe ancora un errore limitarci a dare tutta la responsabilità alla rete. I modelli che i giovani assorbono arrivano non solo dagli schermi, ma anche da noi. Se siamo i primi a rincorrere un ideale di perfezione, astratta e irraggiungibile, rispetto al quale ci mostriamo continuamente angosciati o frustrati o affaticati, che cosa possiamo aspettarci da loro? In questa prospettiva diventa rilevante una serie di domande da rivolgere in primis a noi stessi: che spazio diamo all’imperfezione, al cambiamento, all’incertezza nella nostra vita? Quale testimonianza offriamo con i nostri atti e le nostre parole? In un mondo che pretende successi da esibire e performance niente meno che eccellenti, forse uno dei gesti più educativi che possiamo fare è restituire dignità all’imperfezione tornando ad attribuire valore al tentativo, al tempo lungo dell‘elaborazione e agli errori, innanzitutto nostri, come passaggi necessari. Sarà il modo per mostrare che si può essere imperfetti senza essere sbagliati, in cammino senza essere perduti e fragili senza essere mancanti.
Luigi Ballerini è scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta

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