«Sul carcere la direzione è sbagliata e gli ultimi provvedimenti penalizzano i detenuti»

Don Grimaldi, ispettore generale dei 230 cappellani degli istituti penitenziari, riflette sulle criticità del sistema al centro del convegno al via oggi ad Assisi: «La situazione peggiora. Il sovraffollamento è un fenomeno endemico, su minori e stranieri ristretti nessun investimento di tipo riabilitativo»
April 29, 2026
«Sul carcere la direzione è sbagliata e gli ultimi provvedimenti penalizzano i detenuti»
«Il carcere è sempre più il luogo della pena e sempre meno l’occasione per capire che si può cambiare strada. I provvedimenti restrittivi decisi in questi mesi hanno penalizzato i percorsi di riabilitazione, e anche la nostra attività incontra delle limitazioni. Ma noi non possiamo dimenticare che lì dentro ci sono persone, uomini e donne che hanno la dignità di figli di Dio. E noi siamo al loro servizio». Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei 230 cappellani delle carceri italiane, lancia un grido di dolore sulla situazione degli istituti penitenziari mentre proprio oggi ad Assisi si apre il convegno nazionale dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria. Un appuntamento che è anche l’occasione per fare conoscere la grande trama di bene che viene quotidianamente tessuta da centinaia di sacerdoti, religiosi e volontari perché la speranza continui a essere coltivata.
Le criticità sono note da tempo: sovraffollamento, condizioni igieniche spesso scadenti, mancanza di personale, suicidi. «Molti istituti penitenziari sono ormai fatiscenti ed è mancata la manutenzione necessaria – denuncia don Grimaldi –. Sono inadeguati gli spazi per promuovere le attività trattamentali: è impensabile che i detenuti trascorrano gran parte delle loro giornate in cella, hanno bisogno di occasioni e spazi per praticare studio, lavoro, sport, laboratori, tutto ciò che concorre a farli sentire persone vitali e a capire che ci si può sempre rimettere in gioco. Spesso le direzioni degli istituti penitenziari fanno quello che possono, ma le circolari diramate negli ultimi tempi hanno peggiorato la situazione e vanno in direzione contraria all’articolo 27 della Costituzione, in base al quale le pene devono tendere alla rieducazione.
La costruzione di nuove carceri è una medicina efficace per combattere il sovraffollamento, come viene evocato da qualcuno?
Bisogna andare in un’altra direzione: si dovrebbe anzitutto lavorare per favorire la dimissione di coloro che sono arrivati quasi a fine pena. Il sovraffollamento è un fenomeno endemico, ma è legato anche all’introduzione di nuove figure di reato che hanno portato a una moltiplicazione degli ingressi. È significativo quello che accade negli Istituti di pena per minori dove, anche in conseguenza del Decreto Caivano, sono arrivati molti giovani e la situazione è peggiorata: si deve investire di più sulla prevenzione sostenendo il lavoro di chi nella società offre opportunità di educazione e di aggregazione. Poi c’è il problema degli stranieri: molti potrebbero uscire ma non hanno un luogo a cui appoggiarsi, e quindi non ci sono le condizioni per la scarcerazione anticipata.
Al convegno di Assisi si parlerà di lavoro e accoglienza, e verranno raccontate esperienze significative di aiuto al reinserimento.
La Chiesa e la società civile sono in prima fila nella promozione di tante iniziative in questa direzione, e non da oggi. Il lavoro è la priorità, senza un’occupazione stabile la recidiva rimane la minaccia principale. Al convegno presenteremo la mappatura di 200 realtà che favoriscono l’inclusione lavorativa, sarà un’occasione per conoscere quello che già c’è sul territorio, per mettere in rete le risorse e imparare a operare in sinergia.
Il tempo della detenzione può diventare l’occasione per riscoprire la fede come risorsa perché la vita riparta.
I cappellani sono testimoni di percorsi umani straordinari, nei quali si rende evidente che la grazia di Dio è capace di penetrare nei cuori degli uomini e di suscitare un cambiamento. La prima libertà da conquistare è quella che viene dalla certezza di essere amati, e nella testimonianza di questo amore che non conosce confini sta il senso della presenza di noi cappellani e di tanti volontari. Come amava ricordare Giovanni Paolo II, anche il tempo del carcere è tempo di Dio. Il Giubileo indetto da Papa Francesco e concluso da Leone XIV è stato in questo senso una grande occasione di riconciliazione e di conversione. Rimane l’amarezza di vedere inascoltato l’appello per un gesto di clemenza contenuto nella Bolla di indizione del Giubileo: è mancata la volontà politica per attuarlo.
Come sta cambiando l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti del pianeta carcere?
Purtroppo sta cambiando in peggio. Giornali, televisioni e soprattutto il mondo dei social bombardano con notizie che enfatizzano gli episodi negativi - che pure esistono, inutile negarlo -, mentre poco si dà conto dei numerosi esempi di persone che tornano a una vita regolare e danno il loro contributo alla convivenza. Per questo è importante il ruolo del volontariato nel favorire una conoscenza adeguatamente della realtà carceraria da parte della società e favorire un cambio di mentalità. Su questi temi serve una rivoluzione culturale.
Cosa ha imparato da trent’anni di frequentazione delle carceri?
A non etichettare le persone in base al reato commesso, a percepire l’umanità che si respira in questi luoghi, a vivere il sacerdozio come servizio. Come ha ricordato pochi giorni fa il Papa visitando il carcere di Bata nella Guinea Equatoriale, nessuno è escluso dall’amore di Dio e la Chiesa sarà sempre al fianco di queste persone.

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