«Volevo fare il chirurgo. Io il pianista»: le storie dei nuovi preti di Roma
di Roberta Pumpo, Roma
Oggi Leone XIV ordina dieci sacerdoti: ecco come sono arrivati alla scelta della consacrazione. «Noi sulle tracce della vera felicità»

Dal camice da chirurgo alla talare. Dallo spartito con le musiche di Chopin al Vangelo. «L’uomo propone e Dio dispone». L’antico adagio si fa carne nelle storie dei dieci nuovi sacerdoti che oggi, quarta domenica di Pasqua detta del Buon Pastore, vengono ordinati presbiteri da papa Leone XIV alle 9 nella Basilica di San Pietro. Otto gli ordinandi per la diocesi di Roma. Hanno abbandonato la loro idea di felicità per seguirne la fonte: oggi la luce nei loro occhi rivela quanto sia stata la scelta giusta. Quattro si sono formati al Pontificio Seminario Romano Maggiore: Jos Emanuele Nleme Sabate, Giovanni Emanuele Nunziante Salazar, Yordan Camilo Ramos Medina, Cristian Sguazzino. Quattro hanno studiato al Redemptoris Mater del Cammino Neocatecumenale: Daniele Riscica, Guglielmo Lapenna, Giorgio Larosa, Antonino Ordine. Hanno maturato la formazione in altri collegi Armando Roa Nuñez e Selwyn Pinto Loyce.
Antonino, originario della provincia di Potenza, ha 27 anni, è il più giovane del gruppo e sognava di diventare chirurgo. Aveva superato i test di medicina, era stato ammesso in due università. Le visite in Svezia a una famiglia del Cammino partita in missione in un borgo privo di Chiesa cattolica lo hanno portato a interrogarsi. «Cosa desiderava Gesù per me? – racconta –. Nella confessione ho capito che mi chiedeva di mettermi in gioco, pur lasciandomi libero di scegliere. Il mio non è stato un ripiego, ma un atto libero di amore». Daniele, 34 anni, mai si sarebbe «aspettato di finire in seminario». A quattro anni ha iniziato a studiare il pianoforte. Desiderava carriera, fama e soldi. «A 24 avevo tutto – dice –. Giravo il mondo ma non ero felice. Ho pensato che la felicità non esistesse». Nel 2016, a Cracovia, durante la Gmg, conobbe un seminarista che «non aveva denaro, non era libero di partire quando voleva, eppure era felice». Questo lo ha «mandato in crisi». Dopo un lungo discernimento ha compreso la chiamata del Signore. «Non rimpiango né rinnego la mia vita passata – afferma –, mi ha aiutato ad arrivare qua». Cristian, 39enne romano, ha frequentato la Chiesa fin da quando era bambino. «Al catechismo avvertivo che c’era qualcosa di bello – ricorda –. La mia vocazione nasce proprio da piccolo, attratto dalla gioia dei sacerdoti». Da adolescente si era un po’ allontanato ma poi l’incontro con un altro prete ha «riacceso ciò che è sempre stato nel cuore». Jos Emmanuel, camerunense, è cresciuto in una famiglia protestante ma ha frequentato il Seminario minore «per l’ottima proposta formativa». Battezzato a dodici anni, avvertiva dentro di sé «una chiamata, ma il Signore è realistico – aggiunge –. Da piccolo non si può comprendere il sacerdozio. Ora sono sereno, non perché credo di aver capito tutto, ma perché convinto che Dio mi accompagnerà nel mio ministero». Ricorda l’arrivo in Italia dove ha scoperto una religiosità diversa. Le liturgie, dice, «non sono come in Camerun lunghe, gioiose, cantate. Mi chiedevo cosa fosse successo al continente che ha diffuso la fede nel mondo».
Anche Yordan Camilo, colombiano, ha notato questa differenza. Da piccolo accompagnava lo zio sacerdote in montagna per celebrare la Messa. «Viaggiavamo quattro ore per raggiungere paesini dove la gente attendeva Gesù con ansia – ricorda –. Mi commuoveva e ho capito che volevo donarmi al Signore per portarlo agli altri». La Gmg di Cracovia e un pellegrinaggio per giovani sono stati fondamentali per Guglielmo. Originario di Pescara lavorava in una fabbrica di liquori. «Avevo una vita normale ma ero insoddisfatto – racconta –. Ero in crisi spirituale, credevo che il Signore non avesse nulla da dirmi ma dopo un lungo discernimento ha illuminato il mio cammino». Giorgio è cresciuto «nutrito dalla fede». Con la famiglia ha partecipato «con assiduità» alle celebrazioni, ha vissuto «la parrocchia in ogni sfaccettatura e la fede cristiana in modo spontaneo». Studiava ingegneria credendo che fosse quella la sua strada, ma cercava un senso alla propria vita. «Dopo un anno di discernimento ho capito che Dio chiamava proprio me». La domenica del Buon Pastore ha un significato particolare per Giovanni Emanuele. Studiava giurisprudenza, pensava alla carriera diplomatica, voleva una famiglia numerosa, «ma mancava qualcosa». Dieci anni fa, proprio nella quarta domenica di Pasqua, prima della Messa ha chiesto al Signore cosa volesse da lui. «La risposta è arrivata dall’ascolto delle letture e della preghiera per i giovani e la loro vocazione – dice –. Sono scoppiato a piangere e in quell’istante ho ricordato che da bambino sognavo di diventare frate. Il Signore ha atteso la mia domanda per rispondermi».
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