Le tre lezioni “politiche” di Papa Leone XIV
Il potere è legittimo solo se orientato al bene comune, la democrazia senza radicamento nella legge morale è tirannia, i rapporti internazionali devono avere al centro la persona umana e i diritti dei popoli

«Non vedo il mio ruolo come quello di un politico» ha detto papa Leone, e intanto ci ha offerto tre importanti lezioni. Politiche. Prima lezione: il potere pubblico è legittimo solo se orientato al bene comune. Seconda: la democrazia è tale solo se radicata nella legge morale, altrimenti diventa tirannia. Terza: i rapporti internazionali non devono fondarsi su logiche di potere e di tecnocrazia, devono imperniarsi sui diritti dei popoli e della persona umana. Rivendicando la non politicità del ministero apostolico il Papa ha disgiunto le proprie funzioni intrinsecamente politiche di capo di Stato, cui competono i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, incluse le relazioni internazionali, e il cuore della missione della Santa Sede – testimoniare il Vangelo, che «non dovrebbe essere abusato come alcuni stanno facendo»: «Troppe persone soffrono, si sono perse troppe vite innocenti, qualcuno deve alzarsi in piedi e dire che c’è un altro modo». Il Pontefice colloca questo magistero su un piano più elevato della politica fatta di propagande e personalismi e lo sottrae alle dinamiche del confronto diretto e bellicoso. Dice di non temere il presidente che lo aveva insultato, che non riconosce come interlocutore: «Non mi vergogno del Vangelo». E mentre rifiuta di entrare nel varco angusto della politica accede al vasto tempio della Politica, intesa dimensione vitale dell’agire associato nella quale le unità elementari non sono i politici, ma le persone, e i valori condivisi. In quello spazio, le «questioni morali», le uniche a cui il Papa dovrebbe attenersi secondo il vicepresidente, sono grammatica costituzionale della vita collettiva. Lì si incontrano politica, morale, etica, diritto. Il rigetto di guerre d’aggressione, violenza indiscriminata, minacce genocidarie, persecuzioni sono questioni morali e politiche al tempo stesso. Viceversa, l’esercizio di funzioni pubbliche fuori dall’interesse generale o abusando della persona umana è insieme illegale e immorale.
Nel messaggio indirizzato alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dedicata agli Usi del potere, il Papa scrive che l’autorità legittima riposa sull’impegno al bene comune e che la temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé che conduce all’abuso di potere. Non è solo un principio della dottrina sociale cattolica. Il potere, ha spiegato il presidente Mattarella, può inebriare e fare perdere l’equilibrio. La nevrosi narcisistica induce certi governanti a considerare il mandato popolare maggioritario come fonte del potere assoluto, dell’arbitrio e dell’arroganza solipsistica. Costoro fanno uso privato, a guisa di proprietari, di poteri pubblici che appartengono ai popoli e vanno esercitati, per la durata del mandato, con la sobrietà e il rispetto che si deve ai beni collettivi edificati da generazioni passate, da custodire per chi verrà. Quando i governi abusano dell’autorità per praticare il male contro inermi e innocenti, la colpa morale finisce per ricadere su tutto il popolo. Leone ricorda che la democrazia esercitata fuori del fondamento morale, che qualifica quanto attiene alla persona umana, altro non è se non tirannia maggioritaria o maschera per il dominio elitario. La centralità nell’organizzazione sociale dell’individuo, inteso come soggetto e come finalità primaria del diritto, si è sviluppata nelle scienze giuridiche e politologiche nei modelli politici e nella sottostante filosofia del potere che salvaguardano dall’onnipotenza dei governi e delle maggioranze parlamentari i diritti fondamentali, le libertà e la dignità delle persone e altri valori contenuti in carte costituzionali pluraliste. Il legame necessario fra diritto e morale, ha scritto il costituzionalista Paolo Ridola, ha fatto da argine dopo la Seconda guerra mondiale al totalitarismo come male estremo della politica e caricato le costituzioni di un compito vitale di unificazione politica di società disomogenee e attraversate dal conflitto.
Il Pontefice ha detto che gli stessi principi devono regolare anche l’ordine internazionale e la concentrazione di potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi pregiudica la pace e la partecipazione democratica dei popoli alla vita internazionale imponendo un urgente aggiornamento delle istituzioni multilaterali. L’Organizzazione delle Nazioni Unite in questi ottant’anni ha prevenuto una terza guerra mondiale, che non potremmo raccontare, governato la decolonizzazione, e attraverso il diritto internazionale garantito stabilità. Questa istituzione è l’alternativa migliore a un mondo alla mercè del caos e della forza brutale, ma è impolverata dal tempo, gira a vuoto. È palesemente inadeguata a rappresentare un mondo di 193 Stati con potenze economiche e demografiche nuove o emergenti relegate alla marginalità, e vecchie grandi potenze non più tali. L’Organizzazione ha tradito la solenne promessa del Preambolo della Carta di San Francisco di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», per motivi genetici. La Carta del 1945, ha scritto Gabriele Della Morte, acuto studioso del diritto internazionale, delegò la forza non a un’autorità democratica ma a un direttorio militare formato delle potenze che sconfissero il nazifascismo. Queste assegnarono a sé stesse e alla Cina il doppio privilegio di un seggio permanente in Consiglio di Sicurezza e del diritto di veto. Le grandi potenze, ha scritto Ben Ferencz, patriarca della giustizia internazionale che perseguì i crimini nazisti come procuratore del tribunale militare americano di Norimberga, «quelle più in grado di mettere a rischio la pace, devono decidere quando l’uso della forza è legittimo: i falchi insistettero per essere i guardiani del pollaio». Il veto esercitato dai membri permanenti per proteggere sé stessi e i propri alleati e clienti ha impedito all’organo di tutelare la pace e difendere i popoli vittime di atrocità di massa.
Sono in errore coloro che denigrano il diritto internazionale come arma di autolegittimazione di chi si traveste da portavoce della civiltà. Non bastano le norme senza etica e dignità politica, questo è vero. Ma senza diritto internazionale sarebbe legittimo l’apartheid che ancora praticano anche Stati che si pretendono democratici e civili. Sarebbe permesso trattare il «nemico» come una bestia da eliminare, affamare, deportare. Includendo nella categoria i bambini e altri civili incolpevoli. E distinguendo fra bestie e umani attraverso categorie razziste. Senza regole i governi potrebbero esibire stermini e distruzioni, le depravazioni più nauseanti della politica. Senza la Corte penale internazionale che accerta i crimini di massa essendo estranea a interessi di parte, la storia la scriverebbero i criminali e i vincitori. Le vittime, gli sconfitti sarebbero inghiottiti dall’oblio. Senza la Corte internazionale di giustizia il diritto lo interpreterebbero con penna arbitraria i forti. Il motivo per cui certi governi si accaniscono contro i giudici internazionali, con condanne, sanzioni, insulti, minacce, è che non tollerano che sia dispensata una parola di giustizia indipendente che fa rivivere e fissa per sempre nella coscienza collettiva quel tempo perduto che si ferma nelle cicatrici e nella memoria dei sopravvissuti. «La violenza non avrà mai l’ultima parola», dice Leone, chiudendo idealmente il cerchio della sua dottrina. È una profezia che dispensa speranza. È un ammonimento ai politici affetti da «deliri di onnipotenza», che si illudono di controllare le dinamiche caotiche della violenza armata, e di ammazzare e perseguitare innocenti impunemente, e invece sono inevitabilmente travolti dal male che praticano. Leggiamo nelle parole del Pontefice anche un’esortazione a perseverare nell’ostinata difesa del diritto e della giustizia in Terra. Strumenti imperfetti, fragili, insufficienti, che sono però unico presidio della dignità umana. L’inferno, ha scritto Hobbes, è la verità vista troppo tardi.
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