Quel 26 aprile di quarant’anni fa con la paura della nube atomica
Dopo l’esplosione a Chernobyl, il terrore arrivava dal cielo. Si parlava solo di contaminazione. Il Governo era incerto e impreciso. Poi ospitammo i bimbi ucraini e bielorussi: la lezione migliore che abbiamo imparato

Vietato temporaneamente il consumo di latte fresco e insalata a foglia larga, ritiro dagli scaffali di alimenti importati, monitoraggi su aria, acqua e suolo. E poi una serie di “consigli”: finestre chiuse in scuole, case, uffici, meglio non giocare all’aria aperta, lavarsi spesso le mani. Il terrore arrivava dal cielo, sotto forma di una nuvola radioattiva, immensa ma invisibile, che a partire da quel drammatico 26 aprile 1986, dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, per settimane si aggirò per l’Europa, spostandosi seguendo i venti. La nube si affacciò sul nostro Paese tra la fine del mese e l’inizio di maggio, sospinta dai venti dell’Europa dell’Est. Gli italiani divennero presto esperti di iodio-131 e di cesio-137, di isotopi e contaminazione, di fall-out radioattivo e di soglie di rischio. I telegiornali, seppure con alcuni giorni di ritardo a causa delle reticenze sovietiche, iniziarono a informare in modo maniacale sulla radioattività misurata sul suolo, sui prodotti agricoli, sulla velocità delle correnti che trasportavano il veleno sui cieli europei. Dagli esperti che esponevano in tivù teorie e spiegazioni, tabelle e grafici perlopiù incomprensibili, cercando senza grande successo di rassicurare l’opinione pubblica, imparammo che lo iodio-131 aveva vita breve ma era pericoloso per la tiroide, soprattutto per i bambini, e che il cesio-137 invece era più persistente e che aveva effetti a lungo termine sull’ambiente. Per la prima volta si parlava di un nemico invisibile di cui non si avvistavano tracce. Solo numeri e misurazioni, che instillarono una paura nuova, difficile da gestire per la popolazione e anche per le autorità. Qualcosa di simile l’avremmo rivissuto solo 34 anni più tardi, con la pandemia di Covid-19. Il governo reagì in modo confuso: il ministro della Protezione civile Zamberletti rassicurava gli italiani sul fatto che la soglia minima di radioattività non veniva superata, evocava venti e correnti liberatori e, supportato dall’Enea, riconduceva a più miti consigli i tecnici dell’Istituto superiore di sanità che proponevano di diramare drastiche misure di sicurezza.
Ci furono solo paterni consigli, salvo poi essere scavalcati dal ministro della Sanità, Degan, che decretò l’adozione di una parte delle misure prima solo raccomandate. Nelle mense scolastiche e nelle cucine di casa sparirono per mesi insalata, spinaci, bietole. I genitori e le maestre intimarono ai bambini di sciacquarsi spesso le mani, di lavare bene la frutta e la verdura e di non raccogliere fiori e piante da terra. Nei supermercati andarono a ruba i cibi confezionati, il latte a lunga conservazione Uht e l’acqua in bottiglia, nei mercati i clienti non acquistavano nulla se non dietro giuramento sulla provenienza “sicura” della merce.
Anche la pioggia divenne uno spauracchio: per ripararsi dalla radioattività in caduta libera non bastavano gli ombrelli. In effetti, dove piovve, soprattutto nelle regioni del Nord e in alcune zone del Centro, il veleno si depositò sul terreno e sulle colture: in alcune aree appenniniche tracce di cesio-137 sono rimaste nel suolo per anni, entrando anche nella catena alimentare: la raccolta di funghi e la selvaggina furono monitorate per un decennio. Se l’Italia reagì in modo emotivo, non altrettanto si può dire per altri Paesi Europei. In Francia si diffuse l’idea che la nube radioattiva si fosse “fermata alla frontiera” e il Paese continuò a puntare sull’energia nucleare. Molte furono le conseguenze del disastro di Chernobyl in Italia: alcune temporanee, come il cambiamento delle abitudini, altre a lungo termine. La più significativa fu politica: l’incidente di Chernobyl, con tutto il carico emotivo che portò nella vita quotidiana della popolazione, cambiò profondamente il rapporto degli italiani con il nucleare, accelerando un processo già in atto. Nel 1987 si tenne il referendum che portò al “ripudio” dell’energia nucleare da parte del 70% dei votanti e nel giro di pochi anni alla chiusura delle centrali. La seconda fu sociale. Le famiglie italiane negli anni seguenti al disastro aprirono le porte di casa a decine di migliaia di bambini provenienti dagli orfanotrofi ucraini e bielorussi: cibo sano, una “boccata d’aria buona” e vita all’aperto divennero gli antidoti alla contaminazione ambientale, per interi decenni e per generazioni di bambini. Si calcola che tra il 1994 e il 2002 arrivarono in Italia per periodi più o meno brevi un totale di 500mila bambini ucraini, bielorussi e russi, in quella che è considerata una delle più vaste operazioni di solidarietà internazionale. Fu la prova generale di ciò che accadde, 35 anni dopo, con le famiglie ucraine profughe della guerra. Quel tragico evento di 40 anni fa ha certamente cambiato tutti noi: ha reso concrete le paure del rischio nucleare, ha fatto comprendere la necessità di misure di prevenzione della salute. Ma ha anche insegnato ad allargare le nostre braccia e il nostro cuore per accogliere i bambini in difficoltà. Ed è stata la lezione migliore che non abbiamo più dimenticato.
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