Nella stagione della potenza senza argini, il limite è una necessità
Dopo la crisi degli equilibri novecenteschi serve una nuova governance globale per orientare innovazione e decisione verso fini condivisi. Per una società più giusta, più libera, più umana

Il Novecento aveva consolidato una risposta ‒ imperfetta ma tutto sommato efficace ‒ all’eterna questione del potere. Dopo l’esperienza devastante delle guerre mondiali e dei totalitarismi ‒ che il 25 aprile ci aiuta a non dimenticare ‒ ad affermarsi è stata l’idea che il potere dovesse essere istituzionalmente contenuto e distribuito. Le costituzioni democratiche moltiplicatesi nel dopoguerra, la separazione dei poteri, l’Onu, il diritto internazionale, le organizzazioni multilaterali: tutto questo era nato per impedire la concentrazione eccessiva del potere e garantire forme di controllo incrociato. Questo assetto si fondava su due presupposti: il potere (infinito di “io posso”) è un elemento ineliminabile della vita sociale, espressione della capacità umana di agire nella realtà; il potere è strutturalmente ambivalente e ha la tendenza a trasformarsi in dominio. Da qui ne deriva una conclusione importante: i limiti definiti dagli assetti istituzionali e legali non sono ostacoli all’esercizio del potere, ma la condizione che ne impedisce la degenerazione.
Con la globalizzazione, l’architettura costruita nel Novecento ha subito una progressiva disgregazione. L’apertura dei mercati, la finanziarizzazione dell’economia e più di recente la rivoluzione digitale – alla luce dell’idea-guida della “liberalizzazione” – hanno sprigionato una quantità enorme di potere, senza costruire in parallelo le istituzioni adeguate a governarlo. Si è diffusa l’idea che i sistemi tecnologici e i mercati globali potessero autoregolarsi, rendendo superfluo il ruolo delle istituzioni politiche. Gli effetti sono stati ambivalenti. Da un lato, il mondo ha vissuto una stagione di crescita senza precedenti. Dall’altro, ciò ha finito per scatenare una lunga serie di choc. Il problema è che le urgenze poste dalle tante crisi contemporanee – cambiamento climatico, instabilità geopolitica, disuguaglianze crescenti, polarizzazione sociale – hanno creato una situazione squilibrata nella quale mi muovono forze sempre più scatenate. Da un lato, il potere tecnologico si espande impetuosamente al di fuori di ogni limite istituzionale; dall’altro, i sistemi politici reagiscono rivendicando piena libertà di azione come via per recuperare legittimazione. Il risultato è quello vediamo: un tempo in cui decisioni cruciali – su dati, algoritmi, infrastrutture digitali, Intelligenza artificiale – vengono prese da attori privati o da élite tecniche, senza adeguato controllo pubblico. E in cui la guerra e la violenza sono diventate la scorciatoia per risolvere le controversie, al di là di ogni legalità. Il rischio è quello di una convergenza tra potenza tecnologica e volontà politica che arrivi a mettere in discussione i presupposti stessi della democrazia. In questo scenario, il problema del limite torna dunque di grande attualità. Senza limiti, il potere tecnologico rischia di diventare una forma di dominio opaco; senza limiti, il potere politico scivola verso derive autoritarie; senza limiti, l’interazione tra questi due ambiti può far nascere configurazioni ingovernabili. Recuperare il limite è dunque la condizione per ripensare le istituzioni di cui abbiamo urgentemente bisogno. Oggi più che mai, la sfida è costruire forme di regolazione all’altezza della scala globale dei problemi, capaci di intervenire sui grandi attori tecnologici, di definire standard condivisi, di garantire trasparenza e responsabilità. Ciò significa sviluppare nuovi strumenti di governance in grado di integrare competenze tecniche e legittimazione democratica, evitando da un lato il dominio degli esperti e dall’altro la deriva populista.
Senza dimenticare che il limite non è solo una questione istituzionale, ma prima di tutto culturale. Al cuore del problema vi è l’idea che non tutto ciò che è tecnicamente possibile sia anche desiderabile; che la potenza, se non vuole trasformarsi in una minaccia, debba essere orientata da fini che eccedono la mera efficienza o il profitto; che la libertà, per essere sostenibile, debba riconoscere il vincolo che le deriva dall’alterità. Ci troviamo dunque, ancora una volta, alle prese con un problema antico: come trasformare il “potere” da minaccia a possibilità. Se non troviamo la soluzione, rischiamo di pagare costi molto elevati: in termini di perdita di controllo democratico, di aumento delle disuguaglianze, di destabilizzazione globale. Se invece sapremo ricostruire un equilibrio tra potere e limite, tra tecnologia e politica, allora la straordinaria energia liberata dalla crescita degli ultimi decenni potrà ancora essere messa al servizio di una società più giusta, più libera, più umana.
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