Se la piazza è lo specchio di un Paese «divisivo»
Per l'ennesima volta, si registrano tensioni e contrasti nei cortei per la Festa della Liberazione. Da Milano a Bologna fino a Roma, c'è chi ritiene di negare ad altri il diritto a sfilare. È il frutto malato di una nazione in cui certa politica continua a dividere anziché favorire il confronto, spesso per calcoli elettorali. E impedisce di celebrare tutti insieme una Festa che, ammonisce il presidente Mattarella, va onorata «per amor di Patria» e non per ideologia.

C’era qualcosa di profetico e anticipatorio negli interventi dei deputati che venerdì, nell’Aula di Montecitorio prima del voto sul decreto sicurezza, rappresentavano il 25 aprile come momento, ancora e purtroppo, «divisivo». Perché - e i fatti di ieri lo confermano - la festa della Liberazione continua a essere, malgrado il suo indiscutibile significato democratico, lo specchio amaro di un Paese che non riesce a pacificarsi, a lasciare da parte per un giorno annosi rancori, vecchi e nuovi veleni, contrasti e appartenenze. E non è solo una questione di destra e sinistra, di nostalgie fasciste o pulsioni massimaliste, che spesso hanno segnato una ricorrenza che dovrebbe unire. È che, ancora una volta, c’è chi va in piazza con l’intento di dividere, di additare una parte - quale che sia - come indegna di manifestare. Accade a Roma, con gli scontri in un luogo simbolo come Porta San Paolo per via di qualcuno convinto che le bandiere ucraine (di un popolo, cioè, che da 4 anni paga col sangue la resistenza all’aggressione bellica di un altra nazione) non abbiano diritto di sfilare. Accade a Bologna. E accade a Milano, dove una delegazione della Brigata ebraica (che lottò per liberare l’Italia dal nazifascismo) è insultata da manifestanti pro-Pal e scortata fuori dal corteo per evitare altre tensioni. Con una coda agghiacciante riferita dall’ex parlamentare Emanuele Fiano, quel «Saponette mancate» che è un disgustoso conato degli orrori del Novecento. Il tutto in un Paese che nell’anno passato, perfino nelle 2.300 manifestazioni tenutesi «per la pace» è riuscito a far registrare 242 scontri. Allora la domanda resta: perché la Liberazione non può diventare la festa di tutti? Perché la politica, alta e bassa, non la smette di dipingere “nemici” da estromettere, anziché cercare terreni di confronto fra portatori di visioni opposte? Lo sappiamo, essere divisivi paga: sui social, sui media e nelle urne. Ma il 25 aprile non è mica una contesa elettorale, né una battaglia. È una Festa che, ammonisce il capo dello Stato, va celebrata «non per posizioni ideologiche, ma per amor di Patria». E allora, se davvero amiamo questa nostra travagliata nazione, l’anno prossimo proviamo a festeggiarla come si deve. Insieme, non divisi.
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