Nella Repubblica democratica del Congo arriva anche l'orrore jihadista: oltre 50 civili trucidati
di Nello Scavo
A Beni, nell'estremo Nord Kivu, in azione un gruppo armato di origine ugandese affiliato allo Stato islamico: case e villaggi dati alle fiamme, torture alla popolazione. In un Paese scosso da una guerra senza quartiere che dura da anni e dalla recente epidemia di Ebola, la popolazione è sempre più in fuga

Coperta dalla boscaglia e dai sentieri che si inoltrano verso il Nord Kivu profondo, da Beni la guerra non arriva sui notiziari. Oltre 50 i civili trucidati nelle ultime due settimane. I più fortunati, a colpi di fucile. La maggior parte, orribilmente torturati e decapitati. E dove colpisce il machete arretra la profilassi contro Ebola.
All’alba di giovedì, nel quartiere Boikene della città congolese, almeno tre abitanti uccisi e due case incendiate. «È un ritorno in forze abbastanza sorprendente, che ci destabilizza tutti», racconta una fonte raggiunta sul posto: «La popolazione è terrorizzata. La minaccia sembrava già sotto controllo. Ora invece c’è una recrudescenza che non riusciamo a spiegare». L’incursione sarebbe avvenuta in un quartiere o villaggio molto vicino a Beni, abitato anche da personalità locali. «Per fortuna c’è stata una risposta rapida dell’esercito. Gli assalitori non hanno avuto il tempo di completare l’operazione. Si sono ritirati quando c’è stata la replica dei militari», spiega la fonte che ci ha inviato filmati dei residenti uccisi e mutilati, e di un combattente fatto prigioniero mentre viene trascinato sulla pista di terra rossa nella periferia. Una decina di giorni prima, nella stessa area, ci sarebbe stato un altro attacco con 10 civili uccisi.
Le fonti locali attribuiscono le incursioni alle Adf (Allied Democratic Forces), gruppo armato di origine ugandese, da anni attivo nell’Est della Repubblica democratica del Congo e affiliato allo Stato islamico. «Non sono legati al governo», precisa la fonte. «Il governo è qui per combatterli, insieme agli ugandesi. Ci sono l’esercito congolese e anche quello ugandese, ma uomini ed equipaggiamento non sono sufficienti». Dal 2021 le forze della Rdc e i militari ugandesi conducono operazioni congiunte contro le Adf nel Nord Kivu e nell’Ituri, senza riuscire a impedire loro di colpire villaggi agricoli e quartieri urbani.
Mentre più a sud l’avanzata dell’M23 ha concentrato l’attenzione internazionale su Goma e sui grandi equilibri regionali, nel Grand Nord la minaccia resta diversa e più carsica: non un fronte dichiarato, ma incursioni Adf contro villaggi, campi e quartieri isolati. Beni non è soltanto una città dell’Est congolese: è una cerniera. Si trova nel Grand Nord del Nord Kivu, tra le piste verso l’Ituri, i corridoi per l’Uganda, il sistema Virunga-Rwenzori e le aree agricole che alimentano Butembo, Lubero e la frontiera. Qui la foresta non è fondale, ma infrastruttura invisibile. Protegge coltivazioni, legname, piccoli commerci. Offre rifugio agli sfollati, ma anche copertura ai gruppi armati. Cacao, caffè, banane, manioca, riso, palma da olio, legname e scambi transfrontalieri fanno di Beni un nodo economico e logistico, porta tra Congo orientale e Africa dei Grandi Laghi.
La sequenza degli ultimi giorni conferma la pressione sulla zona. Reuters ha riferito che il 3 giugno combattenti legati allo Stato islamico hanno ucciso 16 civili a Mbau, nel territorio di Beni, vicino ad aree con casi di Ebola. Secondo fonti locali, pochi giorni prima le Adf avevano ucciso 15 persone e un soldato in un altro attacco. Negli stessi giorni è avvenuta una serie di raid nei villaggi attorno alla città, con decine di morti, civili in fuga e risposta sanitaria impossibile. Un’altra fonte locale, raggiunta telefonicamente e protetta dall’anonimato, racconta che a poca distanza erano ancora in corso combattimenti, uditi durante la comunicazione. Dopo uno degli attacchi, gli abitanti sarebbero riusciti a catturare alcuni aggressori dopo che avevano sgozzato civili disarmati e dato fuoco alle case. Uno di loro, secondo immagini visionate da “Avvenire”, non sufficienti da sole a identificarne l’appartenenza, «aveva il berretto delle Fardc», le forze armate congolesi. Talvolta i miliziani si camuffano da esercito regolare per infiltrarsi nei quartieri e colpire, gettando nel panico la popolazione che adesso neanche davanti a una divisa si sente al sicuro.
«Continuano tutte le settimane con l’orrore di tagliare le teste, di fare a pezzi le persone, una cosa che non si riesce a immaginare», dice la fonte. Nella memoria della gente di Beni, le Adf non sono soltanto un gruppo armato. Sono fantasmi che appaiono di notte, bruciano campi e case, sbucano da strade secondarie e poi spariscono nella foresta.
E qui l’epidemia trova lo stesso paesaggio della guerra: strade interrotte, villaggi che scompaiono nell’odore della cenere. Dopo gli attacchi le persone fuggono, dormono da parenti, entrano nella boscaglia, si sottraggono alla violenza e involontariamente al tracciamento sanitario. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che le minacce contro strutture e personale medico ostacolano sorveglianza e accesso, aumentando il rischio di trasmissione non rilevata. Pochi giorni fa un agguato ha colpito un luogo simbolico. «È successo a soli due chilometri dalla residenza del governatore. Questa è la vera emergenza in Congo», commenta dall’Italia Micheline Mwendike Kamate, originaria di Goma e promotrice di Lucha, un movimento per i diritti della popolazione. «L’emergenza sanitaria verrà sconfitta nel giro di qualche mese – commenta –, ma la crisi di sicurezza resterà».
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