La strategia di Conte mina l'alleanza e il campo largo è un labirinto
Il sostegno militare a Kiev rimane l'ostacolo più evidente per un programma comune. Parlano Malpezzi (Pd) e Ricciardi (M5s)

Soprattutto c’è l’Ucraina, che resta l’ostacolo più evidente alla stesura dell’atteso programma comune del centrosinistra. Ma non è l’unico e non c’è solo la politica estera. Per digerirli tutti e guardare oltre ci vorrà più di un “pranzo progressista” (finora sono stati due, entrambi da Costanza, a Campo de’ Fiori, l’ultimo martedì che ha sancito una tregua fra Schlein e Conte). I temi esteri, tuttavia, in un quadro internazionale come l’attuale, richiedono certamente una maggiore congruenza di vedute, non solo sul sostegno militare a Kiev. La leader dem Elly Schlein continua a professarsi testardamente unitaria e anche il presidente M5s, Giuseppe Conte, si dice sicuro che le divergenze si appianeranno. Ma il problema resta. E non serve andare molto indietro per misurare la distanza. Basta guardare cosa è accaduto a Bruxelles negli ultimi due anni. A partire dalla rielezione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione Europea, votata dai dem, ma non dai 5s.
Anche il piano di riarmo è un argomento delicato. A parole il Pd si dice convinto che la struttura nazionale del programma di rafforzamento militare dell’Ue non sia la strada giusta verso un sistema di difesa comune. Di fatto, però, i dem hanno votato a favore della risoluzione che recepiva il piano. I 5 stelle no, e tuttora si dicono contrari al riarmo tout court. Stesso discorso per il voto successivo sul Safe (il meccanismo di prestiti agevolati che di fatto ha implementato il piano). Ma lo schema si era già visto con il Mes, a dicembre 2023, quando in Parlamento il M5s votò contro la ratifica della riforma del trattato. Il vero nodo, però, è Kiev. Un tema sul quale Schlein e Conte «dovevano accordarsi prima», per dirla con Luigi Zanda (non certo il primo venuto in tema di centrosinistra). Farlo adesso diventa difficile e ora che l’ex premier ha calato l’asso è improbabile che la posizione del M5s cambi (vedi intervista sotto). Di sicuro Conte vuole la leadership della coalizione e prendersela puntando sulla guerra può essere una strategia. Nondimeno affidare alla sfida dei gazebo la decisione di inserire nel programma del campo largo lo stop al sostegno militare a Kiev (o il contrario) è un rischio. Potrebbe trasformare le primarie in un terreno di scontro all’ultimo sangue sul quale, sempre secondo Zanda, potrebbe anche consumarsi la frattura. Più ottimista è invece Goffredo Bettini, che fa da bussola a Conte nel mare burrascoso della coalizione. Lui si interroga pubblicamente sulla proposta dell’ex premier: «Le armi a Kiev favoriscono la pace o alimentano la guerra?». Ma spiega anche che «le questioni aperte non vanno drammatizzate, piuttosto sciolte in un confronto sincero e responsabile».
La rosa delle divergenze si amplia con la politica interna. Ci sono diverse questioni ambientali che marcano la distanza tra Pd e M5s: la realizzazione della Tav è una di queste, ma c’è anche la ricerca sui reattori nucleari di nuova generazione e la battaglia (condotta pure localmente) sul rigassificatore di Roma voluto da Roberto Gualtieri. Un settore che ha compattato più volte l’asse tra M5s e Alleanza Verdi-Si sull’abbrivio delle battaglie comuni a Bruxelles. Anche sull’Ucraina. E infine c’è il problema della famigerata gamba centrista, che si sposa con quella del federatore. Su quest’ultimo punto Conte ha messo in chiaro ieri cosa ne pensa: «Basta un no per bloccare il meccanismo». Sui centristi i movimenti sono in atto da tempo. Gli schieramenti sono ormai delineati: da una parte Schlein con Renzi, dall’altra Conte con Alessandro Onorato e altri amministratori raggruppati nel “Progetto civico” dell’assessore romano. Nel mezzo restano le iniziative di singoli come Ernesto Maria Ruffini (il suo movimento, Più uno, diventerà un soggetto politico a breve), Vincenzo Spadafora (Primavera), e altri. Progetti che si concretizzeranno nei prossimi mesi e ai quali sia i dem sia i pentastellati riservano tutta l’attenzione del caso.
Malpezzi: il tavolo sia ampio, non funziona come fa Conte
Senatrice Simona Malpezzi, “riformista” del Pd: dopo il referendum sulla giustizia il centrosinistra sembrava avere una strada razionale da percorrere. Cosa si è inceppato?
La strada c’è ancora, è che ogni tanto sembra che la sfida sia dentro la coalizione e non con chi sta fuori. Bisogna che Giuseppe Conte si ricordi che “non funziona così”.
Ritiene appropriato aver costruito una sorte di pre-asse tra Pd, M5s e Avs?
Portare tutti intorno ad un tavolo non è una passeggiata: è un percorso politico e la politica è fatta di piccoli passi. Ma di sicuro abbiamo bisogno che tutti si sentano parte del progetto dall’inizio. Per questo spero che la coalizione, quando inizierà a discutere del programma - e dovremmo aver già cominciato a farlo -, sia al completo. Serve Italia Viva e non solo.
Nel programma contano più i temi sociali o la posizione sui temi esteri, a partire dall’Ucraina?
Serve avere una stessa visione del mondo e della società. La stella polare deve essere la tutela della libertà di ogni singolo. E questo riguarda i diritti, sociali e civili, ma anche la nostra collocazione nel mondo. Non possiamo che essere per una Europa autonoma e autorevole che difende le regole del diritto internazionale e non accetta la legge del più forte. Anche per questo il sostegno all’Ucraina non può e non deve essere messo in discussione.
Il riarmo non è popolare e divide anche a destra. Come impostare una discussione seria su un tema divisivo in tutti i partiti?
Ritenendo gli elettori adulti e, quindi, non avendo paura di spiegare come stanno le cose. Se dentro la coalizione siamo tutti d’accordo nell’essere per la difesa comune europea, e questo mi sembra consolidato, dobbiamo spiegare come lavorare per raggiungerla. E per esempio spiegare che oggi il Safe è uno strumento che spinge i Paesi europei a lavorare tra loro (visto che la difesa è competenza dei singoli Stati) e a comprare europeo. E che quindi serve per porre le basi della difesa comune. Ma anche spiegare cosa si intende quando si parla di difesa e sicurezza: investimenti nello spazio, difesa delle comunicazioni, protezione dei cavi sottomarini in cui passano i nostri dati, investimenti nella cyber security. Insomma: senza tabù, spiegare di cosa si sta parlando. Altrimenti è solo ideologia in un mondo che ha invece bisogno di risposte. Io ho fiducia nei cittadini.
Dato come sta procedendo la discussione, l’ipotesi di una leadership di sintesi è accantonata e le primarie sono inevitabili?
Le primarie possono essere una grande mobilitazione di popolo e non dobbiamo averne paura.
La galassia riformista, moderata e cattolico-democratica si sente ai margini?
No, ma il rischio c’è e sarebbe un errore sottovalutarlo. Il Partito democratico è nato da culture politiche differenti che si sono unite. Se una di queste componenti si sentisse semplicemente tollerata e non pienamente parte del progetto, il Pd perderebbe la sua ragione originaria.
Scommette sulla tenuta del Pd o per una parte di classe dirigente sarà più attrattivo un contenitore di centro?
Il Pd deve fare il Pd: un grande partito di centrosinistra che non ha paura di parlare a mondi diversi. Continuo a credere nella vocazione maggioritaria del mio partito che, secondo me, è più utile di una vocazione identitaria. Per questo penso che valorizzare il pluralismo senza averne paura rispetto ad un “unanimismo” che rischia di restringere il campo, sia la ricetta migliore per far sentire tutti a casa. Marco Iasevoli
Ricciardi: «Normale la sfida tra linee diverse ai gazebo»
Riccardo Ricciardi, capogruppo M5s alla Camera, resta convinto che lo scostamento di bilancio annunciato ieri da Giancarlo Giorgetti proietti il Paese in «un’economia di guerra» e chiami in causa la responsabilità diretta della premier in un «investimento di morte». Tuttavia, di fronte a quello che non esita a definire «il più grande stanziamento per armamenti della storia della Repubblica», il risvolto positivo sta nella risoluzione congiunta del campo largo che rappresenta una buona base di partenza per l’imminente confronto programmatico.
Ricciardi, crede che quello di ieri sia un buon segnale in vista della stesura del programma?
Abbiamo fatto un grande passo avanti. Il testo firmato assieme ad Avs e Pd mette nero su bianco alcuni punti decisivi: il primo è che siamo contro ogni euro in più speso in armamenti grazie allo scostamento di bilancio. Poi abbiamo chiarito che, al di là dello scostamento, non accettiamo che ci sia un ulteriore aumento nelle spese per la difesa e che occorre assolutamente rinegoziare l’accordo del 5% del Pil in armi in sede Nato. Infine c’è la volontà comune di superare definitivamente il piano di riarmo nazionale così come concepito dalla Commissione europea. Credo che questi siano tre elementi di forte coesione.
Il programma di coalizione partirà da qui?
Partiremo sicuramente dalle tantissime cose che abbiamo votato assieme in questi quattro anni: emendamenti, risoluzioni, ordini del giorno. C’è già un bagaglio condiviso e certificato dai voti in Parlamento. Quello che si è aggiunto ieri è un altro tassello.
Restano le distanze sul sostegno militare a Kiev. Siete ancora convinti che questo aspetto andrà deciso con le primarie?
Le primarie devono ovviamente avere una base programmatica comune. Poi quando si va a scegliere un leader è chiaro che lo si fa anche in base alla peculiarità della sua linea politica, perché altrimenti diventa un notaio del programma. A me sembra una cosa piuttosto banale: negli Usa se alle primarie dem voti Biden o Sanders, stai scegliendo tra due linee politiche diverse. C’è una base di valori condivisa, ma il leader che dovrà interpretarla propone una sua linea. Sarà la consultazione democratica a legittimarla o meno.
Ma affidare un tema del genere alle primarie non rischia di disorientare l’elettorato?
Penso che gli elettori del campo largo vogliano sapere come facciamo a ridurre il prezzo della benzina, che soluzione abbiamo per gli asili nido, per la scuola e per la sanità. Non credo che il loro problema sia esclusivamente, per quanto ovviamente importante, il prossimo pacchetto sulle armi all’Ucraina.
Se ai gazebo vincesse Schlein, promettete di votare eventuali nuovi invii di armi?
Quello che il M5s garantisce è una lealtà alla coalizione, ma non voglio minimamente pensare che il prossimo governo progressista farà le stesse cose di quello guidato da Meloni. Certo, se si affronta una sfida come quella delle primarie è chiaro che si mette in conto anche di non vincere. Da noi ci sarà la massima correttezza, ma sempre portando avanti le nostre istanze.
Molti riformisti del Pd vi accusano di essere dei «Vannacci di sinistra».
Non mi interessa rispondere a queste polemiche che non hanno nulla di politico e che celano soprattutto il bisogno di un posizionamento interno. Sono attacchi strumentali, sciocche semplificazioni che non meritano attenzione.
Su Renzi e la sua Italia Viva in coalizione mantenete il vostro veto?
Non è una questione di veti, ma il passato non si può dimenticare. Renzi è stato il principale artefice della crescita di Meloni e della caduta del governo più progressista che l’Italia ha avuto, il Conte 2. Quindi, se devo fare un’alleanza progressista mi sembra un po’ strano costruirla con chi l’ha sempre osteggiata. Ovviamente andranno fatte delle valutazioni. Vedremo. Marco Iasevoli
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