Perché la linea del Governo sugli hub per migranti cozza con le cifre sui rimpatri effettivi
Roma spinge ancora sulle procedure di rimpatrio e sul modello Albania, nonostante i costi alti e i tanti nodi. Ma secondo Eurostat, nei primi tre mesi del 2026 su 108mila migranti rimpatriabili nel territorio Ue, solo 34.550 sono stati mandati indietro. Prima è la Germania, con 7.300; seconda la Francia, con 3.775. L'Italia è solo sesta con 1.900. Non solo: per il Viminale c’è un «crollo di sbarchi» nel nostro Paese. Dunque, l'emergenza dov'è?

Dopo i fatti di Ceuta, da quel che trapela, la linea del Governo italiano e di altre cancellerie dell’Ue pare chiara: convincere tutti gli esecutivi dell’Unione che, per gestire i flussi di migranti verso Europa, sia ormai opportuno accelerare sui rimpatri e insieme procedere verso la creazione di « return hubs » extraeuropei . Dove? Ci sarebbe una lista informale di Paesi che, previa la stesura di intese con l’Ue, potrebbero ospitarli: Ghana, Senegal, Tunisia, Mauritania, Egitto, Etiopia, Uzbekistan, ma anche Uganda e Montenegro. Sugli ultimi due Stati in particolare, alcuni fra i Ventisette avrebbero manifestato interesse. Resta il nodo delle coperture (a quanto ammonterebbero e da quali capitoli di bilancio, nazionali o europei, verrebbero stanziati i fondi necessari) ma la proposta potrebbe essere avanzata e discussa nella riunione di oggi, in cui in ogni caso l’Italia sarebbe intenzionata a fare pressing sull’attuazione del programma «Gsp+» (da poco approvato e che andrà in vigore all’inizio del 2027) che collega vantaggi sui dazi per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini presenti illegalmente in Europa. Ma attualmente, come sta funzionando il meccanismo dei rimpatri? E l’Italia quante persone ha effettivamente rimpatriato, rispetto ad altri Stati Ue? Al riguardo, le statistiche visionabili sul sito di Eurostat sono abbastanza eloquenti. Vediamole.
Rimpatri: Germania prima, Italia sesta
Dati alla mano, dunque, nel primo trimestre del 2026, a 108.475 cittadini di Paesi terzi (provenienti in gran parte da Algeria, Marocco, Siria, Turchia e Tunisia) è stato intimato di lasciare il territorio di un Paese dell’Ue . La Francia annovera il maggior numero di casi, (34.880), seguita da Germania (10.360) e Spagna (9.275). In generale, il totale non è in crescita, anzi cala del 7,9% rispetto al trimestre precedente (e del 12,8% rispetto allo stesso trimestre del 2025). Se si guarda ai provvedimenti effettivamente eseguiti sui 108mila soggetti rimpatriabili, un aumento minimo c’è stato: 34.550 persone sono state riportate in Paesi terzi, con un più 2% rispetto al trimestre precedente (e dell’8,1% rispetto allo stesso periodo del 2025). In testa c’è la Germania (7.300 persone, pari al 21,1% del totale dei rimpatri); poi vengono la Francia (3.775, 10,9%) e la Polonia (2.660, 7,7%): in tre fanno il 39,8% della cifra complessiva. E l’Italia? Sta al sesto posto con 1.900 rimpatri.
Il nodo dei centri in Albania
Per convincere l’Ue della validità dell’esternalizzazione e dello strumento dei cosiddetti “hub”, da tempo il Governo Meloni cerca di implementare il funzionamento dei centri in Albania. Nel 2024, le previsioni iniziali della premier dopo la firma del Protocollo con Tirana erano alte: 3mila persone trattenute ogni mese, fino a 36mila l’anno. Ma finora i migranti trasferiti non hanno superato quota 700 e anche i rimpatri sono stati pochi. Il tutto a fronte di costi altissimi: almeno 671,6 milioni di euro fino al 2028, di cui169,6 impegnati nel primo anno per la costruzione e le spese operative delle due strutture a Shengjin e Gjader e altri125-130 l’anno per funzionamento, personale e trasferimenti. Sia come sia, il Governo sta fissando l’obiettivo del pieno regime dei centri «entro la fine dell’anno, ma anche prima se si risolvono i problemi e le vicende giudiziarie», per dirla col titolare dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ieri peraltro ha incontrato al Viminale l’omologo algerino Saïd Sayoud . Decisamente critiche sono invece le forze di opposizione. E molte perplessità arrivano dagli enti umanitari: «Da Gjader vengono rimpatriate circa 100 persone in un anno, il “modello Albania” è solo propaganda», argomenta Filippo Miraglia dell’Arci, coordinatore del Tavolo Asilo e Immigrazione, scettico sull’ipotesi di creare hub europei in Paesi terzi: «Aspettiamo l’entrata in vigore del regolamento rimpatri e poi vedremo cosa diranno tribunali e Corte di giustizia Ue. Pensiamo sia impraticabile, è vietato dal Trattato Ue e dalla nostra Costituzione».
Il Viminale: c’è un crollo degli sbarchi
Nel frattempo anche la retorica su una presunta «invasione» dell’Europa, sbandierata nuovamente da certa politica dopo le scene viste a Ceuta, viene smontata dai dati: sia nell’Ue che in Italia, gli approdi di migranti sono in netto calo. In particolare, secondo i dati diffusi ieri dal Viminale, nel nostro Paese da gennaio «si è verificato un crollo degli sbarchi di migranti irregolari del 55% rispetto all’anno scorso e di circa l’82% rispetto al 2023, primo anno di insediamento del nostro Esecutivo». Nessuna emergenza in atto, insomma.
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