Ceuta, l’epicentro
di una faglia

In questa periferia si è svelato un nuovo volto della politica europea, privo di un solido riferimento umanitario e segnato dal riflesso ermetico del blocco delle frontiere, del blocco navale e del blocco dei porti
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August 4, 2026
Ceuta, l’epicentro
di una faglia
Agenti delle forze di Rabat pattugliano l'area lungo la recinzione che separa Ceuta dal Marocco /Ansa
Ci sono periferie che rivelano la debolezza del cosiddetto “centro” e ne mettono a nudo le contraddizioni e le incongruenze. Ci sono periferie che sono in realtà degli snodi strategici, dei punti di osservazione privilegiati delle crisi globali. Ci sono periferie che si trovano sulle frontiere, sulle soglie, e che in quelle aree di passaggio e di transizione dimostrano la precarietà e l’arbitrarietà dei muri e degli steccati. Ci sono periferie che appaiono ai margini della grande storia e che in realtà di storia continuano a produrne ben più degli spazi orgogliosamente sovrani e definiti. Ci sono periferie che sono laboratori di politiche arcigne, ove si sperimentano nuove forme di controllo di popoli e persone. Ci sono periferie che sono metafore profonde della condizione umana proprio quando vengono disumanizzare e reificate, considerate oggetto di una presuntuosa geopolitica e di un inesorabile nazionalismo.
Tutto questo è Ceuta, un vero e proprio epicentro delle linee di faglia internazionali e mediterranee. Una frattura della politica mondiale assai diversa, sia chiaro, dalla incommensurabile voragine di Gaza, eppure ugualmente e tragicamente simbolica. Anche a Ceuta il colonialismo europeo ha lasciato un residuo del passato, un territorio liminare (come Melilla), un rumore di fondo tra la sovranità spagnola e l’irredentismo marocchino. Dall’altro lato dello Stretto, in terra geograficamente spagnola, c’è Gibilterra, sotto sovranità britannica, con una disputa per il momento tacitata. A sud delle coste del Marocco c’è l’ex Sahara spagnolo, che Rabat considera un territorio ormai acquisito.
Terra destinataria, nella migliore delle ipotesi, di autonomia, ma non certo di auto-determinazione, come invece reclama l’Algeria e come per decenni hanno sancito le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Anche in questa remota “periferia” il cinismo internazionale impera, dopo il baratto del Marocco tra l’adesione ai cosiddetti “Accordi di Abramo” (un’usurpazione onomastica desacralizzante, trattandosi, in realtà, della normalizzazione delle relazioni con Israele) in cambio del riconoscimento americano della piena sovranità marocchina sull’ex-colonia spagnola. A Gaza come a El Aaiún i territori si reificano, i popoli diventano superflui, mentre la macchina d’acciaio dell’espansionismo e delle opzioni unilaterali stritola esseri umani, le loro rivendicazioni, accordi e patti, diritti e principi.
A Ceuta, dunque, si è andati ben oltre la strumentalità tattica e le posizioni ferocemente ideologiche, perché è stato svelato, in fondo, un nuovo volto – speriamo non dominante – della politica europea, che in senso lato potremmo definire bio-politico, e cioè privo di un solido riferimento umanitario, ma opportunistico e cinico, come se i morti in mare, come se le decine di migliaia di Gaza, come se le innumerevoli vittime della guerra civile in Sudan, non fossero che pedine da disporre sul macabro scacchiere del potere. Dinanzi a questo naufragio politico delle “nazioni” europee in un punto nevralgico del Mediterraneo, tutte le strategie si disfano nel giro di poche ore. I “Piani Mattei”, i “Patti per il Mediterraneo”, i “Processi di Barcellona” e le “Unioni per il Mediterraneo” non resistono alla spinta degli esclusivismi e al riflesso “ermetico” del blocco delle frontiere, del blocco navale, del blocco dei porti. E fanno emergere la loro natura condizionale – ben lontana da finalità di emancipazione e co-sviluppo – che ne subordina la validità all’esternalizzazione delle politiche migratorie (il “modello” Albania) o alla collaborazione con milizie o gruppi para-istituzionali che si occupano di contenere con tutti i metodi ammissibili o inammissibili i migranti irregolari (nessun essere umano dovrebbe essere definito illegale o clandestino). Il cosiddetto “regolamento” sui rimpatri dei migranti (che è in realtà l’abbattimento di regole), approvato dal Parlamento Europeo, prevede “ return hub ” (centri di detenzione in Paesi terzi dove trasferire i migranti destinatari di un provvedimento di espulsione), l’estensione della detenzione amministrativa fino a 30 mesi, l’eliminazione della sospensione automatica dell’espulsione in caso di ricorso e la possibilità di ispezioni nelle abitazioni private (seguendo il pessimo esempio dell’Ice negli Stati Uniti).
Timur Vermes, ne Gli affamati e i sazi , narra di questa deriva: «Quando la gente saliva sui barconi, l’Europa ha cercato di chiudere il Mediterraneo. E quando l’Europa si è accorta che non è possibile chiudere un mare intero e sorvegliare una costa tortuosa lunga migliaia di chilometri, allora ha spostato di nuovo il confine sulla terraferma, questa volta però in Africa. (…) Così gli europei hanno messo mano ad altri fondi e tirato la linea successiva a sud del Sahara».
Ma a nord di quella linea è ora in atto un fenomeno politico speculare, la chiusura mentale dell’Europa, la progressiva dissoluzione del suo capitale esemplare, che rischia di trasformarla, ironicamente, in una periferia di scarso rilievo nella storia mondiale. Non è tardi, ma c’è bisogno di una politica ariosa e coraggiosa, capace di elevarsi al di sopra del piattume delle remigrazioni e delle invasioni immaginarie, capace di rischiare tutto, anche porzioni di consenso, per il vero valore “non negoziabile”: la dignità umana.

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