Fare pace con il corpo «frate asino». Che non è un peso, né uno strumento
di Paola Muller
Negli ultimi mesi di vita,
il Santo di Assisi si riconciliò con la sua carne, “bestia da soma” che aveva trattato con durezza. Riconobbe di aver preteso troppo.
E, con umiltà, chiese scusa. Oggi noi crediamo
di aver riscoperto il corpo: lo curiamo, esibiamo, fotografiamo. E in realtà lo riduciamo a una macchina da ottimizzare

Negli ultimi mesi della sua vita, malato, quasi cieco, sfinito da anni di penitenze, Francesco guarda il proprio corpo consumato e gli chiede scusa. Lo chiama, con l’ironia tenera che gli è propria, «frate asino» (2Cel 116: FF 703): il fratello asino, la bestia da soma che aveva trattato con durezza, caricato oltre misura, mai risparmiato. E, con umiltà, riconosce di avergli chiesto troppo. È un gesto che vale un trattato. Perché non viene da un uomo indulgente verso di sé, ma dal Santo che, più di ogni altro, aveva domato la carne fino a chiamarla nemica (Amm X; FF 159). Francesco non si riconcilia con il corpo per stanchezza o per resa: ci arriva per maturazione, alla fine di un cammino. Ha imparato, vivendola sulla propria pelle, una verità che rischiamo continuamente di perdere – e che oggi, forse, abbiamo quasi del tutto perso. Che il corpo non è un avversario né un possesso. È un fratello.
Chiamare il corpo fratello è una scelta precisa. Un fratello non è un nemico da combattere, né un oggetto da usare. È qualcuno con cui si condivide la stessa origine, la stessa casa, la stessa dignità. Facendo entrare frate corpo nella grande famiglia delle creature – accanto a frate sole, a sora aqua, a sora nostra matre terra – Francesco dice che il mio corpo mi è affidato come un familiare, non consegnato come un possesso. Lo accompagno e lui accompagna me. Con questo gesto, Francesco scavalca in un colpo solo le due grandi tentazioni che da sempre insidiano il nostro rapporto con la carne. La prima è antica: fare del corpo una prigione dell’anima, un peso da cui affrancarsi. È la tentazione dei dualismi di ogni epoca, secondo cui l’uomo vero sarebbe soltanto lo spirito e la carne una zavorra. Ed è la tentazione che Francesco stesso aveva conosciuto – lui che aveva mortificato il corpo senza pietà – e che proprio alla fine corregge, chiedendo perdono all’asino maltrattato. La seconda tentazione è modernissima: fare del corpo uno strumento da usare, qualcosa di cui disporre secondo la nostra volontà. Sono due errori opposti, ma con la stessa radice. La persona non è uno spirito che si trascina dietro una carne; è, indivisibilmente, un essere incarnato. Non ho un corpo: sono anche il mio corpo. Per questo gli si può chiedere perdono, come a un fratello. A un attrezzo non si chiede scusa; con una prigione non ci si riconcilia.
Non è un caso che questa consapevolezza trovi in Francesco una delle sue espressioni più limpide. È lui, a Greccio, a inventare il presepe: a voler vedere con gli occhi del corpo un Dio diventato bambino, con la sua carne fragile, il freddo, la mangiatoia. Ed è lui, alla Verna, a ricevere nel proprio corpo le stimmate, le piaghe della Passione impresse nella carne viva. Il suo cristianesimo non conosce spiritualismi disincarnati: per Francesco il corpo è il luogo in cui Dio si lascia incontrare. «E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio onnipotente» (Rnb 22, FF 61), esorta. Perché il cristianesimo annuncia uno scandalo: che il Verbo si è fatto carne, che Dio ha avuto un corpo, che quel corpo è risorto. La fede cristiana non spera nella fuga dal corpo, ma nella sua risurrezione. Chiamare il corpo fratello è, in fondo, prendere sul serio questa buona notizia. Ecco perché il congedo di Assisi non è un cedimento, ma un compimento. «Quando il giorno della morte fu imminente, disse ai frati che presto doveva deporre il tabernacolo del proprio corpo, come gli era stato mostrato da Cristo» (LegM 7,3; FF 1386). Francesco non rinnega le penitenze di una vita: le porta a maturità. Aveva creduto, come tanti, che santificarsi volesse dire piegare la carne fino a farla tacere; scopre, alla fine, che il corpo va accolto come compagno di strada, con i suoi bisogni e i suoi limiti. La vera libertà dello spirito non consiste nel disprezzare frate asino, ma nel camminare con lui fino in fondo – e nel ringraziarlo per averlo portato tanto lontano. È una correzione delicata, un passo in più dentro al Vangelo. Dio non ha salvato l’uomo aggirandone la condizione corporea. L’ha assunta. Gesù ha avuto fame e sete, ha conosciuto la fatica e il sonno, ha toccato ed è stato toccato, ha pianto, ha provato angoscia, ha sofferto ed è morto. Dopo la risurrezione, mostra ai discepoli le ferite.
Ciò che matura negli ultimi mesi della vita di Francesco si rivela oggi di straordinaria attualità. Perché la nostra epoca, che crede di aver riscoperto il corpo – lo esibisce, lo cura, lo fotografa –, in realtà lo ha ridotto. E lo ha ridotto proprio nei modi che Francesco scongiura. Lo abbiamo ridotto a macchina da ottimizzare: un dispositivo di prestazioni da correggere, potenziare, monitorare. Un corpo che vale per ciò che rende, misurato in dati e risultati, mai abbastanza efficiente, mai abbastanza performante. Un corpo di cui vergognarsi quando invecchia, cede, si ammala. Lo abbiamo ridotto a strumento da utilizzare. Le conseguenze di questa mentalità si estendono alla vita sociale, al diritto, all’economia e perfino alla procreazione. Qui il pensiero corre alla maternità surrogata: un grembo affittato, una gestazione appaltata, una vita trattata come servizio da commissionare. È un esempio particolarmente eloquente di corpo declassato a mezzo – il corpo di una donna e, insieme, quello di un bambino, piegati a funzione, ceduti come si cede una prestazione. Dove il corpo diventa strumento, la persona diventa merce: non c’è modo di separare le due cose, perché la persona è anche il suo corpo. E lo abbiamo ridotto, infine, a ostacolo da superare: il limite biologico da forzare, la finitezza da eludere, il sogno – sempre più esplicito – di una libertà che si compirebbe solo lasciandosi alle spalle la carne, i suoi tempi, la sua fragilità, la sua morte. Come se essere pienamente uomini significasse smettere di avere un corpo.
Macchina, strumento, ostacolo: tre volti di un unico dualismo a cui Francesco oppone una sola parola, la più disarmante: fratello . «Rallegrati, frate corpo, e perdonami!» (2Cel 211: FF 800). Riconciliarsi con frate corpo significa riconoscere che il corpo mi è donato, non consegnato al mio arbitrio; che possiede una dignità propria, indipendente dalla mia soddisfazione e dalla sua efficienza. Significa accoglierlo con gratitudine anche quando è malato, lento, ferito, invecchiato – perché un fratello lo si ama così com’è, non per ciò che offre. E significa riconoscere lo stesso nel corpo dell’altro: nel volto del malato, del vecchio, del bambino non ancora nato, che non valgono per la loro utilità, ma per ciò che sono. Chi impara a chiamare il corpo fratello smette di trattare sé stesso e gli altri come oggetti di cui disporre. E si ritrova tutto intero: non uno spirito imprigionato né un ingegnere del proprio organismo, ma una persona in carne e ossa, degna di rispetto e capace di lode. San Francesco ci dice che il nostro corpo è un fratello. E con un fratello ci si riconcilia.
L’Anno Giubilare Francescano, indetto da papa Leone XIV per gli 800 anni dal transito del Santo, è un tempo di grazia che invita tutti a riscoprirne il messaggio di pace, umiltà e fraternità per il mondo contemporaneo. Avvenire vuole contribuire con una serie di articoli domenicali, “San Francesco ci dice che...”, in cui voci credenti e laiche offrono il loro sguardo personale sulla figura del Poverello di Assisi.
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