Comportamenti alienanti, la violenza che può sottrarre i figli al genitore vittima
La Sindrome di alienazione parentale (Pas) non ha riconoscimento scientifico, ma esistono condotte che possono compromettere i rapporti all'interno della famiglia. Un percorso culminato nella sottrazione dei minori, con un aggravamento delle conseguenze delle crisi

Nella complessa crisi della famiglia che da decenni attraversa il nostro Paese assume una importanza particolare la cosiddetta questione dell’alienazione parentale, che, come ricorda spesso Moia nei suoi articoli sul tema della violenza domestica, è un po’ il nocciolo di tutta la questione. Anche perché gli effetti di una distorta interpretazione dei conflitti familiari, in una coppia che si sta separando, creano un effetto paradosso. Se il figlio non vuole andare con il genitore violento, il punto dirimente non è chi esercita violenza, ma il rifiuto del figlio a stare con il genitore violento, per cui l’accusa ricade sul genitore che ha già subito violenza e che agli occhi del figlio è vittima di violenza. Sono numerosi i casi in cui oggi per difendere il diritto alla bigenitorialità del figlio come un valore primario, si ignorano le specifiche differenze comportamentali tra i due genitori. Si è creato un automatismo perfetto per cui il genitore che ha subito violenza e desidera difendere il figlio dalla violenza vicaria, diventa oggetto di una ulteriore forma di violenza. Viene accusato di voler allontanare il figlio dal genitore violento, dal momento che il figlio impaurito si rifiuta di frequentarlo, e viene punito con il massimo della pena, e viene allontanato dal figlio che stenterà a vedere con il passare del tempo. E’ chiaro che i due ruoli sono solo apparentemente interscambiabili e che il genitore violento può essere sia il padre che la madre, ma le statistiche offrono dei dati inoppugnabili e in oltre l’80% dei casi il genitore violento è il padre e in altrettanti casi la madre subisce un’ulteriore forma di violenza secondaria, che è stata diagnosticata come il furto del figlio.
Sempre più spesso il figlio viene affidato ad una casa-famiglia o addirittura, ed è il paradosso dei paradossi, al padre violento, mentre è la madre che finisce con il non potersi più occupare del figlio. Sono figli in cui si crea una disarmonia affettiva profonda, legata alla ambiguità dei comportamenti, ma anche e soprattutto alla contraddizione della valutazione morale che di questi comportamenti si dà in famiglia e nella società, spesso anche a livello istituzionale. Si crea un guazzabuglio emotivo che rende difficile stabilire relazioni sane ed equilibrate nei tempi di maturità successivi a questo approccio traumatico, sia sul piano della relazione di coppia che della relazione genitoriale. Da lì in avanti le relazioni tendono ad oscillare tra la tossicità e l’inconsistenza, tra l’anaffettività e la violenza appresa. In altri termini la Sindrome di alienazione parentale non esiste (Pas), ma i comportamenti alienanti nei confronti dei figli sì.
Ed è su questi comportamenti che occorre soffermarsi per capire meglio come si crea e si sviluppa la spirale della violenza a cui sempre più spesso e sempre più sottilmente la donna, la madre, è sottoposta. Non è facile né scontato capire cosa induce un genitore a comportarsi in un modo così vistosamente alienante ai danni di quel figlio che afferma di amare e di voler proteggere in tutti i modi. Nei casi recentemente portati all’attenzione dell’opinione pubblica è sempre la madre ad essere accusata di essere alienante, ricorrendo ad una diagnosi come la Pas, totalmente sconfessata sul piano scientifico, ma che spesso riemerge con una operazione di maquillage linguistico: la madre possessiva, la madre iperprotettiva, fino a farla diventare la madre ossessiva e ostile. Dietro questa accusa, come afferma una recentissima sentenza della Cassazione, nasconde una lunga sequenza di comportamenti oggettivamente alienanti di cui la donna è la vittima designata e che per la prima volta, sono stati assimilati ad una vera e propria tortura. Alla madre, vittima di tortura domestica, corrisponde la suprema condanna: la sottrazione del figlio.
Vale la pena provare a ricostruire l’iter che queste ultime drammatiche vicende raccontano, come se un misterioso algoritmo stabilisse tappe ed obiettivi che si ripetono in contesti sociali e geografici molto diversi tra di loro. In principio c’è solo una sottile violenza fatta di gesti e di parole tese a mortificarne l’autostima, ad umiliarla in pubblico e in privato, sottovalutandone capacità e competenze. Una violenza che attualmente ha una precisa connotazione economica: le spese di gestione della casa, a cominciare da quelle ordinarie che riguardano la famiglia e il figlio, sono sempre a carico della madre. Inizia così un lento e progressivo impoverimento economico, psicologico, decisionale. La domanda che a questo punto sorge spontanea è proprio quella posta da Moia: ma questi comportamenti sono o non sono alienanti? Ciò che accade nel back stage di una famiglia, dietro le quinte di una apparente normalità, riflette in realtà un contesto ambiguo sia sotto il profilo psicologico che economico. La donna sperimenta quotidianamente come nulla di ciò che ha, in realtà le appartiene realmente, perché tutto è impegnato nel bilancio familiare; dal momento che si tratta di spese necessarie e spesso urgenti, che non possono essere dilazionate. Si crea una lunga catena di microtraumi ripetuti. Il reddito paterno appare inquadrato negli investimenti a medio-lungo raggio circondato da una nebbiosità scarsamente identificabile. Oggi più che mai l’insorgere di crisi familiari appare strettamente collegato a questa insidioso attentato alla figura materna, alla sua svalutazione sistematica, che comincia nell’ambito familiare e si estende anche a quello professionale, dove spesso occorre lottare per ottenere il riconoscimento di diritti, che sono doveri. Sono molte le donne ferite, maltrattate, vittime di comportamenti alienanti. Donne che spesso si trovano a difendere i propri figli in un ecosistema sociale che si rivela sempre meno in grado di comprendere la fatica dell’essere Madre, oggi. E non ci si può stupire che questo atteggiamento socialmente diffuso, si traduca nella paura di diventare madre, mentre si sommano e si moltiplicano le frustrazioni di una maternità, che ogni giorno deve fare i conti con una svalutazione sistematica. Uno strano mistero, una sorta di capovolgimento di ruoli e posizioni, che espone le madri a vivere la maternità come un rischio sempre più difficile da gestire. Oggi chiediamo che alla maternità venga riconosciuta tutta la dignità di un compito difficile da svolgere e che la lotta alla violenza smascheri questi comportamenti alienanti che preparano l’esplodere delle crisi familiari nel momento in cui la donna ha già smarrito il senso della sua identità e della sua dignità. Si richiede una grande solidarietà da parte dell’intero sistema sociale, consapevole del fatto che comunque della madre non si può proprio fare a meno. Neppure del padre, ma proprio per questo non si può annientare la madre. Eppure, è ciò che troppo spesso accade…
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