Ceuta e i poveri fanti di un’illusione
Le ore febbrili dei preparativi: custodie impermeabili per il cellulare, salvagenti, pinne, scorte di acqua. E quei ragazzi si sono buttati in mare. Prima vigorose bracciate, poi la fatica. Hanno smesso di sorridere. E 84 sono rimasti là, all'obitorio, annegati

Ottantaquattro sono rimasti a Ceuta, cioè in terra spagnola, dei cinquantamila che la notte del 31 luglio sono partiti per la folle invasione. «La Spagna è una porta aperta», promettevano i social. Dicevano che per un giorno passare la frontiera normalmente murata sarebbe stato un gioco da bambini. Come ci hanno creduto in cinquantamila, in Marocco? La forza del messaggio che rimbalzava sui cellulari, gli amici che già avevano deciso: partiamo, e allora anche i più incerti si facevano coraggio, come perdere quella occasione d’oro? Chi abbia ispirato questo miraggio collettivo e perché, è un’altra storia. Ma guardatela dalla parte di quei diciottenni, ventenni marocchini, o dei coetanei arrivati lì dal Sudan, in fuga dalla guerra, manovali per due euro all’ora. Sentono che chissà come, per via di una certa sentenza, la Spagna apre le porte. Basta arrivare nell’enclave di Ceuta e sei in Spagna, quindi in Europa. E allora le ore febbrili dei preparativi: custodie impermeabili per il cellulare, salvagenti, pinne, scorte di acqua. Molti andranno a nuoto da Findeq, Marocco settentrionale, a Ceuta.
Nei video di quella notte una folla immensa di ragazzi si riversa sulla costa, tra grida e auto date alle fiamme. Ma la polizia marocchina stranamente non si muove. E dunque in migliaia tentano la via del mare, nero come l’inchiostro. Fratelli, amici si buttano insieme. Ci vorranno ore: bisogna saper nuotare molto bene, e avere fiato, tanto. Eccola che parte, l’incredibile armata dei ragazzi che sperano l’Europa: un tetto, un lavoro a dieci euro l’ora. Come da un messaggio fasullo si sia messo insieme questo esercito di poveri fanti, come liberamente, senza l’ordine di alcun generale, si siano buttati in una carica insensata, non è del tutto comprensibile.
A noi, almeno, che stiamo dentro alla fortezza Europa, che questo stesso Mediterraneo lo solchiamo in barche a vela o in sontuose navi da crociera. E se avvistassimo un uomo in mare certo partirebbero i soccorsi. Ma per migliaia di uomini in mare? Davanti alle tv in salotto, la sera dopo, gli europei hanno la sensazione di una invasione barbarica, incontenibile, selvaggia. Chi l’ha organizzata, a che è servita, questa folata di paura nel caldo torrido dell’estate 2026, non si sa. Ma io continuo a pensare a quelle migliaia di ragazzi che il 31 luglio hanno salutato le madri ed eccitati, quasi felici, sono partiti per la grande avventura. (A vent’anni non la si desidera forse l’avventura che sia una svolta di vita, la porta che si spalanca sul futuro?)
Dunque si sono buttati in mare di notte, con vigorose bracciate. C’era la luna piena in queste sere, a rischiarare con il suo pallore le facce brune e gli occhi scuri dei ventenni marocchini o africani. E all’inizio, forse, è sembrato un gioco. Poi, con la fatica, i fanti all’arrembaggio di Ceuta hanno smesso di sorridere. I forti andavano avanti, ma già alcuni, senza fiato, chiedevano aiuto. Si è fermato forse un fratello, un amico, per poi annegare insieme? Non si è fermato invece chi, disperatamente, voleva riuscire. I sommersi e i salvati, e la luna a guardare.
Come poi sia finito l’assalto a Ceuta lo si sa, tutti spediti indietro in poche ore. Solo 84, dicevamo, sono rimasti là: all’obitorio, annegati. 84 ragazzi illusi da una follia, stanchi d’essere poveri, o già fuggiti da paesi in guerra. Ottantaquattro ventenni, ma anche sedicenni, colpevoli di avere fortemente, assurdamente sperato. Difficilmente potranno andare a piangerli a Ceuta, i padri e le madri. Sapranno solo che non sono tornati. E in quell’obitorio deve gravare un silenzio profondo, senza una visita, senza un fiore. Quei morti, figli di nessuno.
E ripensando a quanto umana e giusta pietà ha suscitato a gennaio la sciagura di Crans Montana, vorremmo qualche parola di pietà anche per gli 84 di Ceuta, in fila sui lettini di metallo. Non erano figli nostri, ma erano ragazzi anche loro, figli anche loro. Nati, amati, andati a scuola, nella speranza di una vita buona. La porta della Spagna aperta, che un terribile scherzo. Ma guardo sul web le facce dei sopravvissuti, e penso ai caduti. Che Dio li abbracci, con i loro giovani sogni perduti.
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