San Francesco: nel farsi piccolo la perfetta letizia
Nel suo nuovo saggio il cappuccino e studioso di fonti francescane Pietro Maranesi analizza il senso pieno della povertà così come intesa dal Santo

Il paese di ieri è quello più lontano e sconosciuto. Una tesi che insegnano i professori di storia nel primo giorno di lezione, e senza questa consapevolezza di non conoscenza degli aspetti spesso più importanti del passato, non si riesce a scrivere nessuna buona pagina di storia. Se poi tra noi e quel paese lontano sono passati molti secoli e le fonti sono poche e complicate, l’ignoranza dell’essenziale cresce, fino a diventare quasi completa quando il personaggio che si vorrebbe studiare e capire è qualcuno che ha ricevuto una vocazione spirituale immensa, e magari si chiama Francesco, nella città di Assisi.
Nel caso francescano, però, c’è anche qualcosa d’importante che tende a ridurre queste distanza e ignoranza. Francesco è infatti tra i personaggi storici medioevali su cui abbiamo più informazioni e fonti, perché la sua straordinaria personalità e il successo sbalorditivo raggiunto in brevissimo tempo dal suo movimento, produssero molte biografie, leggende, fioretti, e fecero sì che si custodissero con grande cura testimonianze dirette e indirette, poesie, preghiere, lettere e documenti che lo riguardavano, tra queste le due regole (la bollata e la non bollata). Per non parlare dei versi di Dante (Paradiso, XI), che basterebbero da soli per donarci il cuore dell’esperienza e dell’anima del poverello e della sua rivoluzione. Anche se nonostante la grande abbondanza di fonti, fino all’inizio del Novecento di Francesco si conoscevano più i fioretti, le leggende e le stigmate, molto meno il suo pensiero e la sua visione radicale e rivoluzionaria di povertà - abbiamo dovuto aspettare Paul Sabatier, e quindi il movimento modernista, per una svolta scientifica nell’uso delle fonti francescane.
Pietro Maranesi, cappuccino e studioso delle fonti francescane, ha scritto molto su Francesco e sulle origini del movimento francescano. Grazie ad Aboca, e ad una richiesta esplicita del suo amministratore delegato, Massimo Mercati - cui si deve una bella, vivace e avvincente post-fazione -, oggi abbiamo questo nuovo saggio, intitolato Senza nulla di proprio, costruito attorno alla fondamentale categoria francescana di sine proprio (senza nulla di proprio), che è la versione francescana del voto di povertà (i frati si impegnano ancora oggi a vivere sine proprio).
Il sine proprio voluto da Francesco (è presente anche nella sua prima regola) non è infatti l’equivalente del voto di povertà di tutti i religiosi cattolici, né, soltanto, della povertà evangelica - sono molti i modi legittimi di interpretare la povertà nella chiesa, come testimoniano già i padri, i dottori, le dispute interne ed esterne al francescanesimo, ma anche i vangeli («beati i poveri» di Luca, che in Matteo diventa «in spirito»). Come mostra Maranesi con tenacia e spirito analitico nella prima parte del suo libro (capitoli 1 e 2), il sine proprio è un modo di stare al mondo, una «forma di vita», direbbe Giorgio Agamben (Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita), quindi molto più di uno stile di vita sobrio, la «base del modo minoritico di proporre e garantire l’annuncio del vangelo». Il sine proprio è la traduzione concreta del carisma francescano, del matrimonio di Francesco con madonna povertà, la via-metodo da lui indicata alla chiesa per cercare di passare attraverso la cruna dell’ago e trovare, al di là, il regno. Ecco perché il sine proprio diventa una forma e un’etica anche per la vita istituzionale, per l’usum pauper, e per «gestione del potere». Non a caso, allora, nella Regola non bollata di Francesco, i due paradigmi da lui indicati per il buon governo siano «il servo» e la «madre» - una nota personale: a Maranesi piace riflettere sul rapporto tra Francesco e Bernardone, ma questa enfasi sul simbolismo paterno e patriarcale rende meno agile la lettura del primo capitolo, in particolare nelle lunghe citazioni del sociologo P. Bordieu e di M. Recalcati.
Le pagine più belle e originali del libro si trovano nel terzo capitolo, dove Maranesi offre la sua lettura dell’ultima fase della vita di Francesco, quando fece il possibile e l’impossibile per restare fedele al sine proprio. Particolarmente suggestiva è l’analisi della nota parabola della “perfetta letizia”, collocata all’interno di un discorso più ampio, che potremmo sintetizzare in un dettaglio piccolissimo: nel nome che Francesco si auto-attribuisce nel suo Testamento: «Io, Frate Francesco, piccolino (parvulus)». I conflitti e le tensioni degli ultimi anni della vita di Francesco, la sua rinuncia alla direzione dell’ordine, emergono in quella stupenda parabola, in quel mirabile e profetico dialogo con frate Leone. Eccone i passaggi centrali: «Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine; scrivi: non è vera letizia». E aggiunge: così pure che sono entrati nell’Ordine «arcivescovi e vescovi, e anche il re di Francia e il re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia». E quindi si chiede e chiede a Leone: «Quale è la vera letizia?», ed ecco la famosa risposta, che ci rende tutto il sapore delle parole di Francesco: «Io torno da Perugia, e a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e rigido… Giungo alla porta, e dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è”. E io rispondo: “Frate Francesco”, ed egli: “Vattene, … noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”». E conclude: «E io ti dico che è qui la vera letizia». Una nuova spoliazione, come sottolinea Maranesi, simile e diversa da quella fatta in gioventù di fronte a suo padre: «In quella terribile notte, Francesco [capì che] … l’Ordine non era suo, né doveva difendere l’esperienza minoritica come se fosse una proprietà». Una riscoperta e rifondazione del sine proprio, il suo primo amore divenuto ora amore maturo. Il suo ordine, ormai, era cresciuto, aveva raggiunto grandi successi, e molti pensavano di «non aver più bisogno» di Francesco piccolino, e del suo sine proprio.
Un momento decisivo non solo nella traiettoria personale di Francesco, ma dell’intero movimento francescano. E in questo Francesco è stato una grande e luminosa eccezione nella storia della Chiesa, forse dell’umanità. Invece di spingere fino in fondo e coltivare il suo successo, come fanno praticamente tutti i fondatori, nel momento del massimo splendore e trionfo della sua esperienza, seppe fermarsi, fare shabbat, una inversione ad U, da vecchio, nuovo Nicodemo, volle tornare nel seno materno, piccolino. Lui, forse, non aveva mai smesso di essere piccolino, ma, essendo uomo, non poté non sentire anche lui il fascino e la seduzione della grandezza, del numero, del contarsi - forse le sentì anche Gesù. Magari di fronte al primo sviluppo pensava che tutto era solo al servizio della gloria di Dio, ma, ci suggerisce anche Maranesi, non capiamo l’epilogo della vita di Francesco se non prendiamo sul serio il suo bisogno di tornare, nuovamente, sine proprio. Intuì (e fu tutta charis), poi, che quella nuova conversione doveva essere anche una rifondazione della sua comunità, terminando la vita, lungo la strada e insieme ai poveri, come l’aveva iniziata dopo la conversione. E così, nel suo Testamento, volle lasciare ai suoi e al mondo solo il sine proprio, tornando a vivere e a morire tra i lebbrosi, come nei giorni del primo amore. Questa distruzione creatrice fu fondamentale, e il suo carisma è vivo dopo ottocento anni: «Francesco era ritornato a essere un uomo libero e leggero… Su La Verna tornò ad essere Frate Francesco», il capo dell’Ordine ritornò Francesco piccolino. Nel mondo francescano si iniziano a leggere offerte di corsi di “leadership francescana”, dimenticando che il messaggio di Francesco è l’anti-leadership, perché ci ha ricordato, fino alla fine, che la sola buona arte cristiana è quella della sequela.
E qui dovrebbe aprirsi un discorso più ampio. Troppe comunità e movimenti, cristiani e laici, non riescono a superare la stagione della fondazione perché i loro fondatori, prima di terminare la loro corsa, non ritornano “Francesco piccolino”. Invece di smontare, diminuire, scomparire, senza volerlo e quasi sempre in buona fede costruiscono, aumentano, non scompaiono dalle leadership; invece di lasciare solo il sine proprio (cioè solo il vangelo) lasciano disposizioni, norme, spiritualità complesse, regole dettagliate, molti libri, convinti che questo sia il modo migliore per lasciare un buon patrimonio (dono/munus-dei-padri). E invece dovrebbero fare solo quanto fece Francesco, provare a capire che la perfetta letizia non sta nel conquistare dottori e re, ma tornando in mezzo ai lebbrosi e ai poveri della gioventù. Senza nulla, nudi, leggeri e liberi. La legge della vita è quella del chicco di grano: per portar frutto domani, oggi occorre sparire sotto la terra, sine proprio.
Francesco è ancora vivo perché un giorno capì dove si trovasse la perfetta letizia. Ne provò una nostalgia struggente, infinita. Lasciò di nuovo tutto, spogliò se stesso, e si ritirò al di là della cruna dell’ago.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






