Le piccole Olimpiadi di guerra del 1944

Giochi tra truppe alleate nella Roma liberata, a Losanna tra internati militari, nei campi di prigionia tedeschi: così si tennero alti gli ideali sportivi a conflitto ancora in corso
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August 2, 2026
Le piccole Olimpiadi di guerra del 1944
Il Foro Italico al tempo del fascismo, quando si chiamava ancora Foro Mussolini / Ansa
Il giornalista e saggista Mario Tedeschini Lalli è a cena a Roma con amici americani quando uno dei commensali gli chiede di visitare i luoghi dove si sono svolte le Olimpiadi di Roma del 1944. Cortesemente allora fa notare all’amico che quei giochi non si sono svolti, perché era tempo di guerra. A Roma le Olimpiadi si sono tenute, sì, ma solo nel 1960. Al che l’altro, un po’ piccato, gli risponde di sapere bene di quei tempi bui, tanto che proprio suo zio Bill, reduce della Seconda guerra mondiale, gli ha raccontato di aver partecipato a quelle competizioni e gli ha detto di avervi vinto una medaglia di bronzo nel nuoto. Lungi dal sottovalutare una labile memoria di famiglia, Tedeschini Lalli si è messo sulle tracce dello “zio Bill” e ne ha fatto uno dei tanti protagonisti di una storia di sport a lungo dimenticata: Le Olimpiadi del 1944. Gare e guerra da Roma ai lager tedeschi (Neri Pozza, pagine 256, euro 24,00). Già, perché delle Olimpiadi in miniatura - in varie forme e tra mille difficoltà – si tennero sia nella Roma liberata dagli Alleati, sia a Losanna, centro nevralgico del Cio, sia addirittura in diversi campi di prigionia tedeschi, per iniziativa di internati militari, soprattutto polacchi. In quel 1944 c’era da celebrare il 50° della nascita delle Olimpiadi moderne. E la circostanza non sfuggì neppure al regime collaborazionista francese di Vichy, che – pur giunto ai titoli di coda, – celebrò l’anniversario sotto l’egida del regime nazista, il quale dopo il successo dei Giochi del 1936 voleva allungare le mani sul Cio.
Anche Mussolini, dopo le vittorie ai Mondiali di calcio, aveva intuito le potenzialità dello sport. E aveva riproposto la candidatura di Roma (che De Coubertin già nel 1908 aveva visto bene come sede dei Giochi) costruendo ad hoc una cittadella dello sport a lui intitolata, il Foro Mussolini; e in parallelo l’Eur per l’accoppiata Giochi1940-Esposizione universale del 1942. Per un gioco, stavolta tutto diplomatico, con Tokyo, candidatasi a sua volta per il 1940, la data slittò ulteriormente al 1944, con stavolta Londra come concorrente, che la spuntò. Ma invano: la guerra scompaginò tutti i piani.
Arriviamo dunque alla data fatidica del 16 luglio del 1944. Quel giorno gli americani – che avevano ribattezzato le strutture del Foro Mussolini in Us Army Rest Center (centro di riposo per i militari impegnati ancora al fronte) – celebrarono il loro Allied Field Track Championship, definito da stampa e osservatori come “Olimpiadi alleate” o “Olimpiadi tascabili”. Fu una sorta di parentesi, dopo la quale molti degli atleti in divisa tornarono a combattere sui vari fronti. Dopo l’inaugurazione, nella quale il sindaco della Capitale Filippo Doria Pamphili rinominò la struttura Foro d’Italia, poi Italico, si svolsero le gare tra squadre militari, divise per zona d’impiego: americani, britannici, e francesi di stanza nelle basi di Napoli, Sardegna, Corsica, Marocco, Algeria e Tunisia. Le forze francesi del North Africa District risultarono prime nel tabellone finale delle dodici discipline. Le gare si svolsero sullo sfondo del monumentale complesso, che gli americani usarono per una contro-propaganda rivolta ai regimi nazifascisti, non ancora caduti.
Ci fu spazio anche per la squadra di pallanuoto jugoslava, a conferma del riconoscimento della resistenza titina. Ma oltre alle questioni politico-militari, un peso lo ebbero anche le questioni razziali. Sia per seguire l’onda del successo a Berlino di Jesse Owens, sia per regolare questioni interne americane, come la separazione bianchi/neri che vigeva sui campi di battaglia o il sospetto che gravava sui giapponesi residenti degli Usa. Tedeschini Lalli segue, dunque, la vicenda, militare e sportiva, dell’afroamericano Willie Steele vincitore del salto in lungo (disciplina in cui sarà medaglia d’oro a Londra 1948) e secondo nei cento metri. Nel nuoto compare lo “zio Bill”, William Sloane, manutentore di motori di aereo per la Marina, di stanza in Marocco. Gareggiò (ma del bronzo da lui vantato non c’è traccia certa) contro i fortissimi hawaiani, in realtà americani di origine nipponica, che fecero incetta di “medaglie”. e così diradarono l’alone che gravava sulle loro origini. Come Takashi “Halo” Hirose e Charlie Oda, il primatista di medaglie d’oro, sei, che in realtà furono orologi. Tanto che lui, ironico, disse di avere solo due braccia. In quei giochi poche furono, e a titolo di esibizione, le presenze italiane. Undici nostri connazionali compaiono invece nelle gare tra internati militari che si svolsero a Losanna dal 16 giugno al 3 luglio. Nella “Capitale olimpica” si tenne fede all’impegno di celebrare il Giubileo con cerimonie, francobolli e gare. Il carattere olimpico delle celebrazioni e la neutralità della Svizzera ponevano problemi a ospitare esponenti di nazioni belligeranti, in particolare i tedeschi. Ma a prevalere fu lo sport, anche grazie a un giovane ebreo jugoslavo, Artur Takac. Il 25enne mezzofondista, che aveva mancato di poco la qualificazione ai Giochi di Berlino, era finito internato sul lago di Neuchatel, in un campo dove aveva dato vita a una squadra di calcio. A lui fu dato il compito di organizzare dei corsi sportivi, a cui seguirono le gare, che videro confrontarsi un centinaio di militari: greci, statunitensi, jugoslavi, francesi, britannici e italiani. Tra loro due atleti celebri, trascinati lì dal conflitto, il ginnasta Aristide Chezzi e l’olimpionico di nuoto Antonio Conelli, entrambi della “Ginnastica comense 1892”.
Furono i prigionieri di guerra polacchi invece i protagonisti dello sventolio della bandiera con i cinque cerchi nei campi per ufficiali di Gross Born-Westfalenhof e di Woldenberg. Un commovente precedente c’era stato quatto anni prima nel campo per militari di truppa a Langwasser, vicino Norimberga. Qui all’insaputa dei tedeschi e grazie alla copertura del responsabile dell’infermeria, un alsaziano di madre polacca, si formò un vero e proprio comitato olimpico clandestino. In apertura si tenne una cerimonia nella quale una latta piena di grasso fece da braciere, al quale accendere la fiaccola, e la bandiera olimpica era un pezzo di camicia di 26 cm per 45. Le gare si svolsero tra mille peripezie. Più strutturati e pure apprezzati dalle guardie tedesche furono i giochi di quattro anni dopo nei due lager per ufficiali. Motori della due iniziative furono Antoni Grzesik, che a Woldenberg volle organizzare i Giochi per onorare Janusz Kuzocinski, oro nel 10mila a Los Angeles 1932, ucciso nel 1940 dai tedeschi, e l’ebreo Zygmunt Weiss – atleta ai Giochi del 1924 e del 1928, poi giornalista – la cui tomba al cimitero militare di Varsavia reca incisi i cinque cerchi.
La memoria di questi Giochi è affidata a foto, oggetti, documenti, articoli e saggi. A quelli nei lager è dedicata una sezione al Museo dello Sport e del Turismo di Varsavia. Tedeschini Lalli nel capitolo finale “Che fine hanno fatto” segue le parabole di molti dei protagonisti del libro, come lo zio Bill, morto il 2 luglio del 2016 a 98 anni. A riprova della vocazione dell’autore a seguire le tracce dei volti nella grande storia (a lui si deve l’identificazione di Anna Iberti, la ragazza nella foto-simbolo del 2 giugno 1946). E a testimonianza della forza dei valori olimpici di pace e fratellanza anche in tempi bui.

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