«Il linguaggio è una tecnologia sociale, non una capacità innata»
Per il linguista Daniel Dor «la comunicazione animale è di tipo esperienziale, quella umana immaginativa e serva a istruire le pratiche della vita collettiva»

«Il linguaggio scavalca i sensi e istruisce l’immaginazione», ammonisce Daniel Dor, linguista alla Tel Aviv University, nel suo libro L’istruzione dell’immaginazione. Il linguaggio come tecnologia di comunicazione sociale (pagine 312, euro 22,00), da ieri in libreria per l’editore Mimesis.
Cosa cambia, professore, quando si ritiene il linguaggio una tecnologia di comunicazione anziché una capacità cognitiva innata?
«Cambia tutto perché si fonda su una diversa concezione della condizione umana in generale. Esistono sensibili differenze tra i nostri cervelli e quelli degli altri animali ma ciò che ci definisce è la costruzione di un modo di vivere basato sulla collaborazione sociale, l’invenzione tecnologica, l’accumulazione culturale e livelli senza precedenti di comunicazione intensa. I nostri cervelli sono effettivamente cambiati da quando abbiamo intrapreso un percorso evolutivo separato e l’arena sociale è diventata il loro ambiente di selezione».
Qual è la conquista di questa evoluzione separata?
«La parte più importante di questo processo è stata l’emergere della cognizione collaborativa. Nelle altre specie, molte delle quali hanno vite sociali ricche, gli individui prendono comunque tutte le loro decisioni sulla base delle proprie esperienze. Ogni individuo decide quindi all’interno del proprio cervello. Noi siamo l’unica specie invece in cui le esperienze sono condivise sistematicamente, la conoscenza è creata collettivamente e le decisioni sono prese tra gli individui, in un ciclo infinito di deliberazione collaborativa».
In che modo questa strategia si differenzia dalla comunicazione esperienziale utilizzata dagli altri animali?
«Ci sono in realtà due tipi generali di comunicazione esperienziale. Nel primo il comunicatore usa movimenti corporei, espressioni facciali e vocalizzazioni per mostrare all’interlocutore le proprie emozioni e desideri, al fine di gestire le relazioni sociali tra loro. I primi esseri umani, quando ancora il linguaggio non c’era, invece svilupparono un’estensione di questo tipo di comunicazione come l’indicare, l’imitazione, la dimostrazione manuale e altro ancora permettendo, per la prima volta, di dirigere l’attenzione degli interlocutori verso le cose del mondo, e quindi, tra le altre cose, di iniziare a insegnare. Questo diede il “la” al progetto collaborativo».
Quindi il linguaggio consente di comunicare ciò che non può essere mostrato fisicamente...
«È il suo vantaggio principale permettere di comunicare su cose lontane nello spazio e nel tempo, su cose del passato e del futuro. La capacità di rompere i confini del qui e ora la definiamo dislocazione. Ma non è tutto. Il linguaggio rende possibile anche l’espressione di rappresentazioni mentali che la comunicazione esperienziale trova molto difficili da trasmettere. Un volto imbronciato, per esempio, consegna un chiaro messaggio emotivo ma la ragione del broncio può essere comunicata solo con le parole. L’emergere del linguaggio ha aperto i mondi dei suoi inventori in una enorme varietà di modi, portando il progetto della vita collaborativa a un livello completamente nuovo. Fanno capolino così una storia trasmessa vocalmente, la pianificazione collaborativa del futuro e pure la deliberazione collaborativa emerge su una nuova scala. Ecco un nuovo strato di collettività, lo strato dell’immaginazione collettiva che, unendosi all’esperienza collettiva, crea nuove opportunità ma anche nuove sfide».
Eppure non è tutto oro ciò che luccica.
«Spesso le invenzioni rivoluzionarie portano con sé nuove fragilità nella vita umana. Sappiamo, dal campo dell’analisi conversazionale, che trascorriamo più della metà del nostro tempo, durante una conversazione, a riparare interpretazioni errate e a chiedere riparazioni. Tutto dipende dall’ampiezza degli scarti esperienziali tra di noi. Quindi il pericolo del fallimento è dietro l’angolo. Far sì che l’interlocutore capisca cosa si intende richiede un lavoro faticoso. E l’unico modo per minimizzare il fallimento prevede un dialogo paziente. Allora misuriamo sistematicamente i nostri scarti e creiamo un linguaggio comune modellando i significati delle parole costruite socialmente per colmare gli scarti specifici tra di noi. Quanto gli esseri umani hanno costruito nel tempo nasce da tale dialogo, all’interno della stessa generazione e tra generazioni».
Lei parla di “fare esperienza-per-istruire”. Può spiegarlo ai nostri lettori?
«Tradizionalmente, la questione è inquadrata in questi termini: l’influenza del linguaggio sul pensiero. Credo che qui ci siano due questioni separate ma correlate. A un primo livello, è evidente che le strutture grammaticali del linguaggio ci costringano a prestare attenzione a certi aspetti della realtà quando parliamo. In alcune lingue, per esempio, se vogliamo dire qualcosa di un certo comportamento di una persona, dobbiamo indicare il genere della persona. In questo caso, dobbiamo “fare esperienza” del suo genere per comunicarlo anche se non fa parte di ciò che vogliamo effettivamente trasmettere. Quindi, “fare esperienza per istruire” è semplicemente una delle maggiori sfide cognitive che il parlante deve affrontare. Non è diverso dal tipo specifico di esperienza richiesto sulla strada quando si è alla guida. È evidente che quando guidiamo facciamo “esperienza del guidare” ma è molto più complicato capire quanto l’“esperienza del guidare” influenzi le nostre esperienze quando non siamo al volante. La risposta è probabilmente multidimensionale e altamente variabile. Alcuni individui non smettono di guidare nemmeno quando siedono sul sedile del passeggero, altri se lo dimenticano completamente mentre la maggior parte sta nel mezzo tra i due estremi. Così alcuni individui vedono il mondo attraverso le lenti del linguaggio. Altri ancora ne fanno esperienza al di là delle categorie del linguaggio, di fatto, molte attività creative e pratiche dipendono da questo. Tutti gli altri sono influenzati dal linguaggio in vari gradi».
Secondo lei il linguaggio avrebbe migliorato di più la capacità umana di ingannare che quella di dire la verità.
«Questo è il lato oscuro della storia. Gli animali ingannano ma entro limiti ristretti. È difficile ingannare usando la comunicazione esperienziale. Primo, perché bisogna presentare all’interlocutore qualcosa da percepire che sembri abbastanza reale ma che sia falso. Secondo, perché l’interlocutore può verificare o rifiutare il messaggio in tempo reale. Il linguaggio, d’altra parte, permette di far immaginare all’interlocutore qualsiasi cosa si voglia e limita radicalmente la sua capacità di valutare il messaggio. Ciò significa che la menzogna deve aver giocato un ruolo importante nella nostra evoluzione fin dall’emergere del linguaggio. Mentire è un compito cognitivo ed emotivo molto più impegnativo della comunicazione onesta, e anche il rilevamento della menzogna è una sfida che trascende la comprensione regolare. Non lo sapremo mai, ovviamente, ma credo che le lingue probabilmente non sarebbero state così elaborate come sono se fossero emerse solo per la comunicazione onesta».
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