
Prima una seduta del Coreper, l’organismo composto dagli ambasciatori dei 27 a Bruxelles, oggi pomeriggio. Poi, domani, una riunione informale dei ministri dell’Interno. Entrambi gli appuntamenti saranno in videoconferenza, perché i palazzi delle istituzioni sono ormai in modalità agostana, ma il clima sarà inevitabilmente da resa dei conti, soprattutto dopo il braccio di ferro per via epistolare del fine settimana. Le decine di migliaia di persone che dal Marocco hanno attraversato la frontiera riversandosi nell’exclave spagnola di Ceuta sono rientrate nel loro Paese, ma nella politica europea rimangono le ferite aperte di una crisi di fiducia e di solidarietà che si è consumata in quelle stesse ore. E che il fronte maggioritario fautore di una linea dura in fatto di migrazione vuole adesso capitalizzare per ottenere un ulteriore inasprimento della “Fortezza Europa”, tornando a martellare sulla possibilità (consentita dal nuovo regolamento rimpatri prossimo all’adozione definitiva) di aprire centri di rimpatrio in Paesi extra-Ue.
Il governo di Pedro Sánchez, che ha definito l’afflusso dal Marocco una «violazione dell’integrità territoriale della Spagna», si trova accerchiato dai partner Ue che, in 22 su 27 - coordinati da Italia e Danimarca -, hanno preso al balzo l’occasione per puntare l’indice contro Madrid. Solo Francia, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda non si sono unite al coro. Per i 22, la Spagna è responsabile della «regolarizzazione di enormi numeri di migranti irregolari» giudicata «un fattore di richiamo» (“pull factor”) per i cittadini nordafricani. Il riferimento è alle domande presentate, tra aprile e giugno, da 1,2 milioni di persone irregolarmente presenti in Spagna, una scelta politica in aperta controtendenza con l’indirizzo prevalente in un’Europa che chiude i confini e inasprisce le espulsioni, già all’origine di uno scontro aperto tra i leader nel corso del summit Ue di metà giugno a Bruxelles. Non passa inosservato, ad esempio, che gli unici altri due leader socialisti al governo nell’Ue, la danese Mette Frederiksen e il maltese Robert Abela, abbiano non solo preso le distanze da Sánchez, ma nel caso di Frederiksen addirittura guidato insieme a Giorgia Meloni l’iniziativa che punta a metterlo politicamente in un angolo. Benché a fine luglio i termini fossero scaduti già da un mese (nessuno dei marocchini avrebbe, dunque, potuto presentare istanza), i 22 accusano il modello spagnolo di «creare la percezione che l’ingresso illegale nell’Ue è possibile» e che «possa trasformarsi in un soggiorno legale». Prima di loro, era stato il gran capo dei popolari del Ppe, Manfred Weber, a usare parole simili, spostando l’emergenza del momento su un piano di sfida politica, quando manca appena un anno alle elezioni spagnole.
Certo, alti funzionari della Commissione europea hanno ricordato anonimamente ai cronisti che di fatto Ceuta (come l’altra exclave Melilla), benché territorio spagnolo, si trovano di fatto al di fuori dello Spazio Schengen di libera circolazione delle persone e quindi nessun migrante avrebbe potuto transitare nella Spagna continentale o in un altro Paese Ue senza controlli. Ciononostante, né la presidente dell’esecutivo Ue Ursula von der Leyen né i suoi commissari sono intervenuti per stoppare il pressing italiano per ripristinare i controlli alla frontiera (che nel caso del nostro Paese è solo aerea e marittima) con Madrid, un’ipotesi consentita ma solo in caso di minaccia seria. Sánchez ha stigmatizzato l’operazione, che ritiene essere dettata da «pregiudizi, fake news, ignoranza o interessi politici».
Sono accuse reciproche che ambasciatori e ministri torneranno a ripetersi oggi e domani, facendo registrare un duplice dato politico: da una parte, esistono due visioni sempre più inconciliabili sulla migrazione, che stavolta hanno determinato anche un’assenza concreta di solidarietà da parte degli altri Stati membri; ma dall’altra, c’è un consenso decisamente sempre più ampio sulla linea delle cosiddette “soluzioni innovative” per esternalizzare la gestione delle migrazioni, su cui premono da tempo Italia, Danimarca e Paesi Bassi. Dopo gli accordi con Tunisia, Egitto e Mauritania per fermare le partenze, il nuovo obiettivo è aprire il prima possibile, magari già l’anno prossimo, dei centri di rimpatrio congiunti (cioè allestiti da più Paesi insieme) fuori dall’Ue, come consentito dal nuovo regolamento rimpatri. Contatti sono in corso, secondo fonti europee, con Stati dell’Asia centrale come l’Uzbekistan o africani come l’Uganda. L’Ue, dopotutto, ha da poco deciso di condizionare non solo gli aiuti allo sviluppo ma pure le preferenze commerciali concesse gli Stati non-Ue che cooperano sui rimpatri, leva negoziale che molte capitali sono determinate a utilizzare. 19 Paesi, ancora una volta a guida italo-danese, avevano affidato il proposito di accelerare sui centri extra-Ue in una lettera di metà giugno, chiedendo anche che la Commissione destini dei fondi europei a questi progetti. Un pressing destinato a intensificarsi nelle prossime ore.
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