La Cina diventa più green: il carbone sotto quota 50 per cento
di Luca Miele
Per la prima volta Pechino ha generato meno della metà della sua elettricità da combustibili fossili. Ma la strada nella lotta all'inquinamento resta lunga (e incerta)

Sotto quota 50 per cento. Per la prima volta. Nel primo semestre del 2026, la Cina - il più grande consumatore di carbone al mondo (e il più grande inquinatore globale) - ha generato meno del 50% della sua elettricità da combustibili fossili. Come riportato dalla Xinhua, nel periodo in esame, la produzione di energia elettrica da centrali a carbone nel gigante asiatico ha raggiunto i 2.500 miliardi di kilowattora (kWh): la quota del carbone nel mix energetico è stata pari al 49,7%. Per la leadership cinese si tratta di un importante traguardo: dieci anni fa, la stessa quota si attestava al 65,5%. Secondo i dati ufficiali, la porzione relativa alle energie rinnovabili è cresciuta fino al 41,2%, superando per la prima volta quota 40%. L'energia eolica e solare rappresentano il 24,6% del totale, in crescita rispetto al 9,7% del 2020. Il gas naturale e l'energia nucleare costituiscono la parte restante. Il gigante asiatico non vuole fermarsi. Pechino prevede di aumentare la quota di energia eolica e solare al 30% del mix energetico entro il 2030. Secondo Greenpeace, l’obiettivo potrebbe essere raggiunto già entro il 2028, grazie anche a una maggiore diffusione di impianti solari sui tetti con accumulo a batteria.
La Cina può davvero conquistare un ruolo guida nella lotta al cambiamento climatico? Le ambizioni non mancano. E diventano sempre più trasparenti. Come riporta ChinaFiles, il 15° Piano Quinquennale per l’ecologia, appenda congedato, segna un cambio di tono significativo: Pechino non si descrive più come “partecipante, contributore e leader” nella governance climatica globale, ma dichiara esplicitamente di voler “guidare in modo costruttivo il processo di governance multilaterale sul clima”, con l’obiettivo di rafforzare entro il 2030 la propria “influenza, capacità di orientamento e forza di modellazione” nelle negoziazioni internazionali. Si tratta di un quadro composito, fatto di luci e ombre. Come scrive Bloomberg, “la seconda economia mondiale ha spesso deluso i sostenitori di tagli più rapidi e ambiziosi alle emissioni, soprattutto per la sua riluttanza ad assumere un ruolo più attivo nel fornire finanziamenti per il clima ai paesi più poveri”. Al vertice annuale delle Nazioni Unite sul clima tenutosi in Brasile lo scorso anno, la Cina non si è unita al gruppo di nazioni che sostengono i piani per accelerare l'eliminazione graduale dei combustibili fossili, concentrandosi invece sulla promozione del libero scambio di tecnologie verdi.
I nuovi piani politici cinesi riflettono questa priorità, auspicando "la libera circolazione di prodotti verdi e a basse emissioni di carbonio". Si tratta, scrive ancora l’agenzia, di un risultato che andrebbe a vantaggio dei colossi manifatturieri cinesi del settore verde, che hanno sempre più bisogno dei mercati esteri per compensare il calo della domanda interna.
La strada resta lunga. E gli esiti incerti. Nel 2024 ha emesso 12.289 milioni di tonnellate di CO2 di origine fossile, quasi un terzo del totale mondiale. Gli Stati Uniti (12,7%) e l'India (8,3%) completano il podio: secondo il Global Carbon Budget 2025, i tre Paesi insieme generano più della metà delle emissioni globali di CO2 di origine fossile.
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