Etiopia, attacco a un monastero: «Uccisi sei religiosi e due suore»
Il raid è avvenuto nella regione di Amhara, dove le milizie locali Fano si scontrano con l'esercito regolare. Secondo fonti locali, il governo ha sostenuto che i miliziani usassero il luogo di culto come rifugio. Ma i religiosi negano: a pagare con la vita sono stati i civili.

Gli attacchi violenti che ancora insanguinano il nord dell’Etiopia si sono brutalmente riversati dentro il Monastero di Sant’Arsema, un antico luogo di culto della Chiesa ortodossa etiope Tewahedo, nella regione di Amhara. Il 22 luglio monaci, suore e fedeli si stavano preparando per celebrare una liturgia. Nella tarda mattinata, in un attimo, sono stati investiti da un’esplosione. Era un drone. Il vettore ha sbriciolato una parte delle strutture legate al monastero – come mostrano le immagini arrivate da lì – che sono collassate sulle persone. Una donna è morta sul colpo, un’altra poco dopo in ospedale: erano due religiose e stavano preparando alcuni pasti per la comunità. Secondo Fides, che ieri ha diffuso la notizia, le vittime dell’attacco sono state otto. L’agenzia cita fonti locali che confermano la morte di sei religiosi, oltre alle due suore. Altre fonti – come Deutsche Welle che ha sentito religiosi locali – parlavano il 24 luglio di un numero inferiore di vittime, ma di sei persone ferite in modo molto grave. «C’erano anche dei bambini con lesioni importanti, li abbiamo portati in un luogo protetto e abbiamo provato a calmarli» ha detto a Dw uno dei presenti.
L’attacco ha coinvolto un luogo che storicamente ha sempre rappresentato un rifugio sicuro per i civili. «Quando una chiesa diventa un luogo di morte, i fedeli iniziano a chiedersi dove possano realmente riunirsi in sicurezza», ha sottolineato un religioso citato ancora da Fides. «Che l’obiettivo fossero combattenti armati oppure no, le persone che hanno perso la vita erano fedeli, sacerdoti e religiose». A poco più di una settimana dall’accaduto, «molti si chiedono se sia anche sicuro portare i propri figli in chiesa, perché hanno paura che gli attacchi possano ripetersi ancora». Il Patriarca della Chiesa ortodossa etiope Tewahedo, Abune Mathias, ha condannato gli attacchi ed espresso «profondo dolore» per le vittime.
L’attacco viene attribuito da fonti locali all’esercito regolare etiope. I raid governativi nella regione vogliono colpire i gruppi amhara Fano (Fano Popular Forces), con cui Addis Abeba è in aperto conflitto da almeno tre anni. I Fano ebbero un ruolo durante la sanguinosa guerra civile in Tigray: si schierarono con l’esercito statale e rivendicarono come propri alcuni territori della regione tigrina. Dopo gli accordi di Pretoria del 2022 – che hanno messo fine alla guerra sulla carta, ma lasciato irrisolte importanti questioni politiche e territoriali – l’esercito ha cercato di sciogliere o integrare i Fano. Che non hanno accettato, dando il via a un’ennesima escalation di violenza. Secondo fonti locali, l’esercito avrebbe attaccato il monastero perché usato come base dai miliziani; ma i religiosi hanno negato: «I gruppi armati hanno sì un avamposto nelle vicinanze, e si muovono all’esterno del nostro monastero, non all’interno. Nel momento dell’attacco, c’erano solo civili» ha dichiarato un prete a Dw. E così, ancora una volta, sono stati uccisi i civili. Il governo di Addis Abeba non ha rilasciato dichiarazioni sull’accaduto.
Secondo FirstPostAfrica, che cita alcuni report, l’esercito starebbe usando un sistema di tracciamento dei segnali elettronici legato ai cellulari per identificare i miliziani e colpirli: una tecnica pericolosa per le persone comuni, che possono trovarsi a poche decine di metri dal luoghi dove operano i gruppi di miliziani locali. E – secondo persone presenti sul luogo – già alcune ore prima dell’attacco alcuni droni avevano sorvolato la zona del monastero. Un’indagine indipendente è stata chiesta con urgenza dal Consiglio ecumenico delle Chiese. Il segretario generale, Jerry Pillay, ha chiesto approfondimenti «immediati» e «trasparenti». «Tutte le parti coinvolte nel conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario e la loro responsabilità di proteggere i civili e le istituzioni religiose». L’attacco al monastero non è un evento isolato per i cristiani di Etiopia. Secondo The Africa Report, tra maggio e giugno 53 fedeli sono stati uccisi in una serie di attacchi che hanno colpito la regione di Oromia, nel centro del Paese, con 2mila case distrutte e altrettante persone divenute sfollate. Anche allora, le massime autorità della chiesa locale avevano condannato gli attacchi. Il Patriarca Mathias aveva dichiarato che «alzare le mani contro chi non ha mezzi per difendersi e contro chi prega per la pace è proibito. E vergognoso».
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