Ceuta, andata e ritorno con strage. L’illusione migrante di una notte
Almeno 57 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il tratto di mare che separa i due Paesi. In migliaia sono passati. E subito costretti a tornare indietro. «È stata tutta un’illusione. Sono arrivato perché cercavo un'opportunità. Ma è chiaro che nessuno me la darà»

Tiene gli occhi fissi a terra Mohamed mentre trascina i piedi sui ciottoli grigi della spiaggia di Tarajal, facendosi largo sulla distesa di salvagenti abbandonati. Si accovaccia lento per esaminare lo stato di due, ancora gonfi. Sceglie quello in migliori condizioni, lo raccoglie e procede. «Me ne vado perché sono sfinito. Ho dormito sul piedistallo di una statua, con un occhio aperto e il terrore di essere attaccato dagli abitanti. Non mangio da più di ventiquattro ore: sono stato mandato via da tre negozi. Non hanno voluto vendermi nemmeno una bottiglia d’acqua, per fortuna c’era una fontanella... È stata tutta un’illusione: sono arrivato con un gruppo di amici perché volevo avere un’opportunità senza nemmeno dirlo a miei genitori. Ma è evidente che nessuno me la darà», racconta il 13enne di Tetuán, prima di riprendere la “via del mare”. E circumnavigare, a nuoto, El Espigón, lo spuntone, un’ellisse di roccia, adagiata fra due Continenti, Africa ed Europa. Al secondo appartiene – politicamente – Ceuta, enclave spagnola in territorio marocchino.
Dall’altro lato della sporgenza c’è Fnideq – o Castillejos, secondo la vecchia denominazione coloniale –, parte del Regno di Rabat. Da là sono partite le decine di migliaia di migranti – 50mila sostiene il governo, 60mila per le autorità locali – che, giovedì, si sono riversate sulla città, facendo aumentare di quasi un terzo gli abitanti. E là ritornano, a meno di 24 ore di distanza. Sembra, però, trascorsa un’era da quando la folla di giovani e giovanissimi – marocchini, qualche algerino e i pochissimi subsahariani capaci di nuotare – era spuntata fra le onde al grido di: «Viva España». Il miraggio della “fiesta” si è dissolto nell’emergenza umanitaria in cui si sono trovati intrappolati. Il centro di permanenza temporanea (Ceti) al collasso per l’affluenza inedita, le vie deserte presidiate da esercito e Guardia civil, le serrande abbassate, i volontari impossibilitati da prestare attenzione a tutti. Addirittura nei quartieri periferici i nuovi arrivati sono stati “accolti” con insulti e lanci di pietre. «Non mi è rimasto che fare marcia indietro», racconta Hamza, 20 anni, con aria evidentemente delusa mentre procede in direzione Fnideq. Se, nelle prime ore del pomeriggio di ieri, esodo e contro-esodo sono arrivati a sfiorarsi, a sera, ormai, l’inversione del movimento era quasi completata, al ritmo di 150 persone al minuto. Qualcuno uno bracciata alla volta come erano arrivati, ad altri le forze di sicurezza marocchine hanno aperto la porta del recinto metallico che blinda per venticinque metri El Espigón. Entro la notte il rientro è stato totale. O quasi. Almeno 57 non potranno farlo. Sono stati ingoiati dalle correnti che agitano nel profondo il braccio di mare tra Fnideq e Tarajal. Tre chilometri appena, in cui, però, Mediterraneo e Atlantico si mescolano, creando un muro d’acqua spesso durissimo da oltrepassare. Specie per quanti lo fanno con un galleggiante di fortuna o, peggio, con qualche bottiglia di plastica vuota a mo’ di “cintura di sicurezza”. Non si sa quante siano le vittime del “Marocco-Spagna, andata e ritorno con strage”: molti di più dei 57 corpi recuperati dai sommozzatori potrebbero non venire mai trovati. I cadaveri privi di documenti saranno sepolti nel cimitero cristiano dell’enclave, in loculi senza nome né lapide, come prevede la legge per quanti non possono essere identificati. Sono migliaia e migliaia.

“Danni collaterali” del braccio di ferro geopolitico tra Paesi e interessi da cui dipendono le politiche migratorie. Ceuta – dove esattamente trent’anni fa è stato costruito il primo muro anti-migranti d’Europa – è da sempre laboratorio dei paradossi continentali. L’attuale crisi ne è un tragico corollario. Alle cause endogene che spingono l’esodo dal Marocco – disoccupazione giovanile diffusa e frustrazione della “generazione Z” come confermano le ultime proteste –, si somma il fragile equilibrio diplomatico tra Rabat e Madrid. Fattore che il premier Pedro Sánchez – catapultato ieri in città dall’emergenza – ha volutamente minimizzato. Il leader progressista ha denunciato la «violazione all’integrità territoriale della Spagna» ma ha puntato il dito sulle «mafie che trafficano gli esseri umani» mentre ha definito «un alleato», il Regno di Mohammed VI. In realtà, vari indizi indicano un ruolo attivo delle autorità marocchine. Altrimenti non si spiegherebbe come oltre 50mila persone abbiano potuto concentrarsi sulle colline intorno a Fnideq per poi raggiungere indisturbate il mare. Né sembra plausibile la versione fornita da Rabat di una distrazione delle forze dell’ordine, concentrate in massa a Tetuán in occasione della cosiddetta Festa del trono di giovedì. Varie testimonianze raccolte e fonti umanitarie riservate hanno confermato ad Avvenire, «l’incoraggiamento» ai migranti da parte delle autorità del Paese nordafricano. La stessa repentina inversione di tendenza alimenta il sospetto. La crisi, oltretutto, è esplosa a dieci giorni dal viaggio di Sánchez ad Algeri, rivale regionale di Rabat. La missione aveva il proposito di rilanciare le relazioni tra le due nazioni dopo cinque anni di stallo. A determinarlo il sostegno spagnolo alla posizione marocchina sul Sahara occidentale. Una scelta maturata al termine di un’altra crisi a Ceuta, quella del 2021 quando in città entrarono in 10mila. Anche allora, la contropartita divenne pubblica dopo quasi un anno. Ci vorrà ancora tempo per capire quale aggiustamento le due nazioni abbiano trovato stavolta. Il via vai dolente di donne, uomini, bambini resta sullo sfondo.
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