Rapito un pastore colombiano che mediava con i gruppi armati
di Estefano Tamburrini, Maracaibo (Zulia)
Samuel Salazar Soto, anglicano, consigliere di pace e difensore dei diritti umani, è stato sequestrato a Capacho Viejo, zona di confine del Venezuela. L'azione non è stata ancora rivendicata

L'ennesimo colpo alla pace arriva dal Venezuela. Samuel Salazar Soto, pastore anglicano, consigliere di pace e difensore dei diritti umani, è stato rapito da un gruppo armato non identificato, nella località di Capacho Viejo (municipio Libertad, stato Táchira, Venezuela), località andina situata al confine con la Colombia. Era con lui un'altra persona, non meglio identificata, in seguito rilasciata dai sequestratori. «L'hanno minacciata di morte – racconta ad Avvenire un testimone – imponendole di non denunciare l'accaduto». Il sequestro è avvenuto domenica scorsa, alle 16.00, quando il comando armato ha intercettato Salazar, portandolo via su una vettura, ma a distanza di giorni l'azione non è stata ancora rivendicata.
A dare la notizia ad Avvenire sono stati i familiari, che esortano le autorità ad adoperarsi per «garantire il suo ritorno, sano e salvo». Sulla vicenda è intervenuto lo stesso Freddy Bernal, governatore del Táchira, che assicura l'immediato dispiegamento dell'intelligence e delle forze dell'ordine «in tutto il territorio nazionale» per ritrovare il pastore. «Táchira – sostiene – è uno degli Stati più sicuri del Paese». Le parole di Bernal, già sanzionato dal Dipartimento del Tesoro Usa, vanno prese con le molle dato che il governatore è noto come il protettore delle guerriglie dell'Ejército de liberación nacional e di altri gruppi armati nella regione. A sua volta, sulla piattaforma X, l'ufficio del Difensore civico di Bogotà ha espresso «profonda preoccupazione» per il rapimento del pastore, chiedendo il suo «immediato rilascio», nonché «il rispetto della sua vita e integrità personale». Il Difensore civico chiede anche al ministero colombiano degli Esteri di coordinare, insieme alla diplomazia di Caracas, «tutte le azioni necessarie» al fine di garantire il ritorno del religioso. Spetta quindi al presidente uscente Gustavo Petro giocarsi le ultime carte del suo mandato, intento a mettere gli ultimi cerotti su una “paz total” in agonia.
Il leader progressista viene incalzato anche dai membri del suo partito, il Pacto Histórico, che rivendicano affinità politiche con le idee del pastore. «Chieda l'autorizzazione delle autorità venezuelane», dice l'attivista Luis Guillermo Pérez Casas a Petro, sottolineando: «Difendere la pace non può diventare un fattore di rischio». Ieri, Petro, all’Avana per l'ultima visita ufficiale del suo governo, non aveva ancora espresso la sua posizione sul caso Salazar. Tace anche il neoeletto presidente colombiano Abelardo De La Espriella, ideologicamente distante dal pastore, come lo rivendica la sua cerchia stretta dietro le quinte.
Altre pressioni arrivano da Cristian Cabrera, rappresentante del Consejo nacional de paz, reconciliación y convivencia, per il quale il sequestro di Salazar «rappresenta una grave aggressione contro coloro che lavorano per riconciliazione e la difesa dei diritti umani». Solidarietà anche dalla diocesi di San Cristobal e dalle altre chiese cristiane, che hanno convocato celebrazioni e catene di preghiera nei municipi al confine dei due Paesi.
Il sacerdote siede al Consiglio nazionale di pace con sede a Bogotà per conto del Forum internazionale di vittime del conflitto che da decenni insanguina il Paese. Lui stesso è riconosciuto come vittima, secondo la Legge 1448/2011, dopo aver subito minacce e persecuzioni a causa del suo attivismo, poiché denunciava l'assenza di garanzie per vittime e sfollati di guerra e la tratta di migranti al confine colombo-venezuelano. Negli ultimi anni, l'area transfrontaliera ha testimoniato una recrudescenza del conflitto armato, che ha provocato un milione di vittime dal 1985 e, soltanto nel 2025, 77 massacri, 256 morti (soprattutto indigeni) e 419 reclutamenti di minori, la maggior parte di loro adescata sui social network.
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