Andata senza ritorno: siamo stati tra i profughi bloccati nel Tigrai. Che è sull'orlo di un'altra guerra

di Paolo Lambruschi Inviato a Macallè (Etiopia)
L'Etiopia vieta l'entrata nei campi, dove mezzo milione di persone vive con una ciotola di cereali al giorno e con gli aiuti di associazioni come Tsilil. “Avvenire” è riuscito a seguire i volontari nella distribuzione di cibo
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July 27, 2026
Un anziano ritratto nel gesto di togliersi il cappello in un campo profughi nel Tigrai
Un anziano di 80 anni si toglie il cappello per salutare nel campo profughi di Awi Hadsi/ Lambruschi
L’anziano sfollato che mi viene incontro vive nel campo di Awi Hadsi a Macallè, da sei anni ormai. Si toglie il cappello e piange. Dice che non vuole finire i suoi giorni in questa scuola riadattata lontana dalla sua terra. «Ho 80 anni – racconta – sono scappato a piedi dal West Tigrai. Gli Amhara e l’esercito etiope mi hanno scacciato dalla mia casa, i miei figli sono emigrati. Chiedo solo di tornare prima di morire. Perché il governo centrale ci sta uccidendo di fame e malattie».
Addis Abeba vieta alla stampa internazionale l’ingresso nei campi. Per un articolo che raccontava le condizioni degli sfollati, l’Etiopia ha espulso a inizio giugno la giornalista francese Augustine Passilly, corrispondente del quotidiano cattolico francese La Croix. Anche se formalmente non è proibito entrare in Tigrai, le autorità etiopi mantengono una stretta rigidissima. Non vogliono che si parli della guerra dimenticata, che si raccontino le condizioni critiche nei campi, le gravi carenze di cibo, elettricità e assistenza medica che rendono la vita disumana. Avvenire è riuscito a entrare. Ci accompagnano esponenti di Tsilal, associazione della società civile che distribuisce aiuti nei campi.
«Molti di noi vengono dalla città di Humera. Non possiamo tornare nel Tigrai occidentale – spiega Misgina, direttore della Ong tigrina – perciò chiediamo che venga applicato dopo tre anni e mezzo l’accordo di Pretoria firmato dal governo centrale che prevede la restituzione delle terre conquistate dalle milizie Amhara e dai soldati eritrei».
Nell’ex scuola gli spazi occupati dalle famiglie sono delimitati da teli e coperte, si dorme su poveri giacigli assediati dai topi. Le razioni di cibo sono insufficienti, una ciotola di cereali deve bastare per una famiglia e a metà mese le razioni sono già esaurite. Colpa della chiusura di UsAid, ma soprattutto del blocco operato da Addis Abeba, sostengono gli sfollati che a dicembre hanno organizzato tre giorni di protesta per le vie di Macallè, capoluogo del Tigrai. Mancano farmaci, l’acqua, la luce e la benzina. Aiutano dall’esterno come possono la diaspora e le organizzazioni della società civile, ma la situazione per i malati cronici, gli anziani, i disabili, le neo-mamme e i neonati è drammatica. La città è tranquilla, i segni della guerra sono spariti, ma il traffico è inesistente. l distributori sono chiusi perché la benzina quasi non arriva, quella che c’è passa di contrabbando dall’Eritrea. La carestia provocata da mano umana e negata dal potere centrale sta affamando la popolazione di una regione rurale ferita dalla guerra e dalla crisi climatica. E cresce la violenza, aumentano le rapine.
Gli sfollati sono vittime due volte della guerra civile dimenticata più cruenta del secolo, iniziata il 3 novembre 2020 e finita due anni dopo lasciando ferite che non si rimarginano. Ha provocato direttamente e indirettamente 600mila morti secondo il mediatore dell’Unione Africana, l’ex presidente nigeriano Olasanjo. Secondo altre fonti sarebbero almeno 800mila. E mezzo milione di sfollati su una popolazione di sette milioni. Partendo dai campi di Macallè la prospettiva sulla guerra civile infinita per conquistare il potere in Etiopia e per le risorse del sottosuolo si estende a macchia d’olio su tutto il Corno. Il pericolo è reale, ogni giorno la popolazione vive il ritorno della guerra finita tre anni e mezzo fa come imminente.
Nemici irriducibili restano il partito guida tigrino del Tplf, scalzato dal governo centrale dopo 27 anni dal nuovo premier Abiy Ahmed. Sono cambiate le alleanze, ma non gli attori coinvolti. Nel 2020 Abiy – 12 mesi dopo il Nobel per la pace – attaccò la regione settentrionale del suo paese alleato con le forze regionali Amhara, che volevano il West Tigrai, fertile e ricco di oro, e con le truppe eritree (la cui presenza Abiy ammise solo nel marzo 2021) che occupano ancora diverse zone di confine con l’Etiopia, come la provincia di Irob, a maggioranza cattolica, dove prosegue l’assimilazione forzata della popolazione.
Nell’estate 2026 tutto si è capovolto. Gli Amhara e gli eritrei non hanno accettato la pace firmata a Pretoria e si sono alleati con l’ala militare del Tplf che, pur di sconfiggere Abiy, ha dimenticato in fretta gli orrori inflitti dai due nuovi partner alla popolazione. Gli eritrei temono le mire espansionistiche del premier etiope che rivendica l’accesso sul Mar Rosso. Il Tplf, che dopo l’esclusione del Tigrai dalle recenti elezioni politiche stravinte da Abiy, ha confermato l’esistenza di una alleanza internazionale che sta aiutando la regione a reggere, e ha intensificato gli arruolamenti forzati. Ma la popolazione civile è stanca di guerra e dagli scali tigrini opartono ogni giorno aerei carichi di adolescenti e giovani in fuga versoAddis Abeba. Un nuovo conflitto in Tigrai rischia di estendersi sul Mar Rosso. Gli Usa si stanno muovendo per trovare un equilibrio e impedire che si infiammi anche questa rotta commerciale. Da una parte minacciano il Tplf di togliere i visti a chi intacca la pace inEtiopia, dall’altra frenano il gigante africano attraverso gliEmirati Arabi, main sponsor del governo etiope. Dietro le quinte si muove l’Egitto, che vuole arginare le mire etiopi sulle vitali acque del Nilo minacciate dalla Grande diga e impedirne l’accesso a quelle del Mar Rosso, interesse comune a Somalia, Eritrea ed esercito sudanese alleati del Tplf. Per tutta risposta Abiy tiene sotto assedio la regione autonoma per logorare la popolazione.
Il risiko ci riporta alla partenza, alle sofferenze nei campi per sfollati del capoluogo tigrino dove sopravvivono agricoltori cacciati da città e villaggi rurali con la pulizia etnica, gli stupri di massa, i massacri di civili. Oltre alle carenze igieniche e sanitarie, le scuole sono chiuse da mesi perché il governo centrale non paga gli stipendi dei dipendenti pubblici e uccide il futuro. E il presente è solo sofferenza senza l’assistenza medica per molte delle donne che sono fuggite per la violenza subita. Vietato dirlo, chi subisce uno stupro è emarginata dalla famiglia per una legge non scritta. Tutti i belligeranti, dai militari eritrei alle truppe regionali Amhara agli stessi militari federali e i tigrini dall'altra parte per reazione secondo le Nazioni Unite, hanno utilizzato lo stupro come arma di guerra. Si stima che 135mila donne siano state violentate, usate come schiave sessuali dagli occupanti prima, poi forzatamente ingravidate per distruggere le famiglie.
Ma non è tutto, come denuncia da tempo l’attivista umanitaria Batseba Seifu di Gem Tigrai. «Spesso – conferma Batseba – hanno subito violenze terribili che provocano conseguenze psichiche e lacerazioni ai genitali per impedire loro di procreare. Violenze subite da donne dai 6 agli 80 anni di età».
Lindsay Green dell’Ong Physicians for human rights descrive cosa hanno visto le operatrici sanitarie. «In diversi casi – spiega – dopo lo stupro di massa alle donne sono stati inseriti oggetti nei genitali per provocare lacerazioni gravissime. Ad alcune sono state inserite pergamene con maledizioni scritte dagli eritrei». Gheghen, una mamma che vive nel campo urbano di Lekati 23, mi presenta Amina, nome di fantasia, una ragazza di 16 anni che ha perso la parola da quando ha visto gli estremisti Fano stuprare la madre davanti a lei, al padre e al fratello maggiore e poi ucciderli. Viva per miracolo, è fuggita fino a Macallè a soli 10 anni e non è più andata a scuola. Sta da sola in una tenda, è la comunità a prendersi cura di lei. In particolare due anziane sole, lasciate nel campo dai figli che e sono andati a combattere e non sono più tornati. Hanno 80 anni e non possono curarsi. In città si prodiga per le vittime di stupro la Chiesa cattolica.
A Macallè opera sister Medhin, suora della Carità che ha avviato da tempo progetti per l’empowerment di donne vittime di violenza. I corsi insegnano a diventare un pilone della propria famiglia, da pietra di scarto a pietra angolare per ricominciare. La voce della Chiesa cattolica in Tigrai è il vescovo di Adigrat Tesfaselassie Medhin, che continua a denunciare la sofferenza del popolo e i rischi di un ritorno della guerra. La Chiesa cattolica etiope, che nel frattempo ha un nuovo arcivescovo ad Addis Abeba, il comboniano Tesfaye Tadesse, chiede l’applicazione dell’accordo di Pretoria e investimenti sulla pace e lo sviluppo per far cessare la tensione, che può far riesplodere il conflitto in ogni momento. Il governo italiano è schierato con Addis Abeba, partner economico e politico strategico e primo destinatario del Piano Mattei, sin dal 2020. La premier Giorgia Meloni ha un rapporto saldo conAbiy. Come ha scritto l’ex direttore per l’Africa sub sahariana alla Farnesina Giuseppe Mistretta nel suol libro Tigray, Roma ha sempre cercato di proteggerlo anche quando l’Ue voleva sanzionare le violazioni dei diritti umani. Ma la cooperazione italiana è tradizionalmente attiva in Tigrai nella ricostruzione e nella riabilitazione. Diversi progetti vedono impegnate Ong come Cuamm, Vis, Emergency, Medici senza frontiere. In un Paese al buio che non fornisce neppure dati sulle persone disabili e sulla malnutrizione, il loro lavoro è prezioso anche per tenere accesa la luce.
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. È possibile contribuire attraverso questo link.

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