Bimbi soldato, orfani, donne abusate: nella casa di chi non ha più un posto

di Paolo Lambruschi Inviato a Macallè
Nel conflitto interminabile cominciato nel 1989, Yamane Teklamariam ha aiutato quasi un milione di sopravvissuti. «La compassione è la cura per le loro ferite invisibili»
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July 27, 2026
Il filantropo Yemane Teklemariam dà un bacio sulla fronte a un'anziana in un rifugio alla porte di Macallè dove vivono 2mila sopravvissuti alla guerra
Yemane Teklemariam consola un'anziana nel rifugio alle porte di Macallè/ Lambruschi
Le case costruite da Yemane sono le piccole “città della gioia” del Tigrai. Visitiamo quella che sorge alle porte di Macallè, il capoluogo tigrino, tra campi coltivati e contadini che prima della guerra avevano un’altra vita e qui si fermano nella speranza di ripartire. Un’oasi di pace che accoglie più di 2mila persone di ogni età e ospita anche un piccolo campo per i rifugiati eritrei sopravvissuti ai rastrellamenti del 2021 in Tigrai dell’esercito di Asmara. La mano che aiuta a curare le ferite più profonde della guerra è quella di Yemane Teklemariam, 72 anni, filantropo tigrino di madre eritrea emigrato in Canada da ragazzo e imprenditore di successo. Quando 37 anni fa è tornato in Etiopia è stato folgorato dalla grande quantità di bambini di strada. Ha fondato Elshadai che da allora ha aiutato quasi un milione di poveri.
«Anche nel 1989 – racconta mentre giriamo per il rifugio di Macallé –, il Tigrai era assediato dall’esercito federale allora guidato dal regime comunista del Derg che dagli aeroplani lanciava napalm sui civili. Cominciai ad accogliere chi non aveva più niente e qui, alle porte di Macallè, decisi che dovevo creare una realtà autosufficiente dal punto di vista alimentare, un centro di assistenza per riabilitare e reintegrare tutte le vittime della guerra».
Le case della sua organizzazione umanitaria Elshadai sono oggi un rifugio per le vittime di una guerra mai finita. La filosofia che le anima è la compassione. Oggi l’Ong offre speranza a migliaia di persone disperate, tra anziani soli, donne stuprate dai soldati invasori e ripudiate dalle famiglie, orfani di guerra, figli degli stupri abbandonati, bambini soldato cresciuti. La guerra da qui si vede con gli occhi delle vittime. «Dopo il 2020 nella regione – prosegue – si stimano almeno 20mila bambini non accompagnati, abbandonati o separati dalle famiglie. Li prendiamo dalla strada e abbiamo con noi anche decine di minori orfani diventati tossicodipendenti che qui trovano un ambiente sano e ricevono assistenza e supporto tramite l’affido comunitario alle famiglie allargate». 
Com’è la situazione oggi in Tigrai? «Cupa, peggiore – afferma Yemane – di quella del 1989. Siamo assediati. Durante la guerra ci sono stati orrori indicibili. Io stesso ad Axum sono stato testimone del massacro di 800 giovani uccisi dagli eritrei. Poi i soldati hanno lasciato i cadaveri sulle strade per tre giorni». E a Macallè com’era la situazione in quei giorni di guerra? «Mancava tutto. Sono andato a prendere con i camion le persone più vulnerabili. Ho accolto per strada le vittime degli stupri, i bambini abusati. Nel Tigrai mancavano i trattamenti sanitari, perché molti ospedali sono stati distrutti. Qui abbiamo medici volontari che li assistono». Entriamo in una costruzione non terminata a tre piani, che ospita i dormitori e la mensa e le aule per i corsi dagli educatori sociali che, in una regione dove le scuole sono chiuse per mancanza di fondi, insegnano ai bambini a leggere e a scrivere. «Una volta cresciuti i ragazzi senza famiglia aiutano i più piccoli. La Chiesa cattolica mi ha aiutato fin dall’inizio con i missionari e i sacerdoti locali». In Italia, Yemane è in stretto contatto con l’Ong Gandhi di Alganesh Fessaha, che in Etiopia sta collaborando con Caritas italiana per realizzare i nuovi corridoi umanitari. Nel rifugio, accanto alle vedove che hanno perso i figli in guerra, accoglie e aiuta a ricominciare le donne giovani vittime di stupri allontanate dalla famiglia. Frequentano corsi per elaborare progetti di piccolo commercio. 
«Le donne si colpevolizzano – commenta Yemane –, questa è la cosa peggiore, non riescono a darsi pace e vengono emarginate e cacciate dalla famiglia. Con gli stupri hanno disseminato volutamente il male». 
Alcuni programmi di rieducazione e abilitazione al lavoro sono dedicati ai bambini soldato. Arruolati soprattutto dalle forze Amhara. Ne incontriamo alcuni a lezione di inglese. «Hanno commesso crimini terribili – premette Yemane – hanno aiutato gli stupri e sono stati educati a uccidere. Proviamo ad aiutarli, ma li stanno cercando per reclutarli di nuovo». 
Un problema diffuso è la malnutrizione, negata dal governo. «Eppure Addis Abeba – commenta Yemane – non sta mandando cibo né medicinali, è difficile sopravvivere. Inoltre c’è stata la chiusura di UsAid e l’Etiopia era uno dei destinatari principali dei programmi umanitari. Stanno cercando di piegarci, ma questo popolo resiliente non vuole la guerra, ha sofferto troppo». Yemane si alza ancora ogni notte a controllare se qualcuno non sta bene, per tenere la mano a un bambino orfano che urla e dirgli che era solo un brutto sogno, che la guerra è finita. E prega ogni giorno che sia così.
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. È possibile contribuire attraverso questo link.

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