Così il mito di Fetonte ha anticipato la catastrofe climatica moderna
Ovidio evoca immagini di incendi, siccità, fiumi prosciugati e città devastate. Proprio come oggi

Ricordo, mi è incancellabile la fotografia, apparsa più di un anno fa, di un bianco orso polare smagrito e smunto che languiva prossimo alla morte in Groenlandia. Un’immagine che anticipò, come molte altre, la sciagura, più che imminente, già in corso. Ora bruciano anche le città europee lontane dal Mediterraneo e dal sud, come avviene in tutto il mondo. La gente muore per il caldo, una catastrofe. Quindici anni fa in molti potevamo pensare che le previsioni funeste di esperti ed ecologisti fossero, non esagerate, ma pessimistiche. Da almeno dieci anni sappiamo che non è così: due Pontefici e autorità spirituali implorano la sopravvivenza della nostra Terra. Che sta bruciando per la superba, superomistica, distruzione operata su mari terra e cielo dall’uomo. La catastrofe fu anticipata, vista perfettamente da un poeta; la storia che i suoi versi creano nelle Metamorfosi riguarda le nostre origini, i primordi, facendo poesia di un antico mito, Fetonte. Una catastrofe simile alla nostra, anzi pressoché identica. Negli esiti, ma, vedremo tra poco, anche nelle cause: il mondo che muore distrutto da un calore eccessivo, innaturale, mostruoso, in senso letterale. Seguiamo Ovidio, mettendo in prosa i suoi versi, nel momento culminante della tragedia. I punti più alti della superficie terrestre cominciavano a prendere fuoco, la terra si essiccava in grosse fenditure, mentre l’erba e la vegetazione morivano disidratate, gli alberi morti erano coperti di foglie secche che cadevano al suolo inaridito. Bruciavano le grandi città, i boschi e i monti, ardevano l’Ato e il Tauro in Cilicia, lo Tmolo e l’Eta, mentre l’Etna, raggiunto dal fuoco nel suo cuore di lava incandescente, esplodeva con colpi terribili, le Alpi prima bianche di neve ora rosseggiavano nel fuoco, gli Appennini uno scheletro in fiamme. Le ninfe con i capelli scompigliati piangevano la morte delle sorgenti e dei laghi, e neppure i fiumi si salvarono, ardevano lo Xanto e il Gange il Meandro, l’Eufrate dei Babilonesi, il Tago, il Nilo, e anche il Po, che scende dalla montagna con le sue acque freschissime e con le guizzanti trote, era ridotto a un corso carbonizzato, e il Tevere, il fiume della capitale del mondo, era un fiume di fuoco. Il mare si contraeva facendo nascere dai fondali montagne che resteranno tali, mentre i pesci per sopravvivere si ritiravano verso il centro dell’oceano, e non si vedevano più i balzi dei delfini. Qual è la causa di questa tragedia che vede bruciare e prosciugarsi il mondo? L’atto di tracotanza di un giovane, un uomo, che vuole sostituirsi a Dio, assumendo il dominio del mondo, similmente a quanto nel nostro tempo l’uomo ha fatto e fa da due secoli: sottomettere ai suoi disegni e capricci la terra, il mare, il cielo. Fetonte è figlio del Sole, e di una donna, è quindi umano. Pretende che il dio della luce infocante gli presti il suo cocchio che ogni giorno, all’alba, esce dalla notte celeste per condurre la luce, il calore, all’atmosfera, alla troposfera, alla terra. Il padre non vuole: nessuno che non sia lui può guidare quel carro. Nessuno sa portare la luce che illumina, ma che mal condotta può incendiare il mondo. «Ti prego Fetonte, tu sei un mortale, e mi chiedi di fare una cosa non concessa ai mortali. E nemmeno un dio riuscirebbe, soltanto io ne sono capace. Neanche un dio». Il Sole non è uno dei dodici dèi del Pantheon greco: Ovidio, il grande poeta latino, lo fa apparire nelle sue Metamorfosi come una potenza divina estranea al mondo guidato da Zeus: il Sole è la divinità suprema dell’Egitto. Nessun dio greco potrebbe guidare il suo cocchio, cioè portare la luce nel mondo. Figuriamoci un uomo. Chiunque si voglia sostituire a lui, a questa divinità della luce, condanna alla rovina non solo il mondo, ma il cosmo. L’uomo che pretende di sostituirsi a Dio compie un rovinoso atto di tracotanza. I cavalli del Sole Piroente, Eoòlo, Flegetonte, riempivano l’aria di nitriti fiammeggianti e scalpitavano travolti da furia selvaggia. La partenza fu disordinata e sghemba, il carico era leggero, il giogo non gravava. Il cocchiere in balia dei cavalli impazziti, il sole vaga senza ordine nel cielo, l’Orsa, fino a quel giorno gelida, fu violentemente scaldata dai raggi del Sole, e per proteggersi cercò, senza riuscirvi, d’immergersi nel mare; e il Serpente, che dormiva da sempre intirizzito dal freddo del polo glaciale, svegliato ed eccitato da quel calore fu preso da una furia mai vista, l’ordine del cielo era sconvolto. Fetonte terrorizzato lasciò le briglie, precipitando con il corpo in fiamme. La via celeste è percorsa da un cocchio impazzito, che si sfracella, la terra in fiamme. Incendi, devastazioni, prosciugamento delle acque. E tante, tante vite umane, oltre che vegetali e animali, vite umane perse. Come oggi. Un poeta lo aveva già narrato: l’uomo non può offendere la natura, non può sfidare Dio, distruggere la vita. Duemila anni fa il poeta Ovidio con i suoi versi meravigliosi ci svelava tutto.
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