La crisi dei migranti di Ceuta ha alcuni fattori scatenanti: ecco quali

Per capire il contesto in cui si colloca l'arriva nell'exclave spagnola di migliaia di persone, bisogna guardare anche ai rapporti tra Spagna e Marocco: una tensione carsica rende, ciclicamente, Ceuta un ostaggio.
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August 1, 2026
Cinquantamila persone provenienti dal Marocco hanno attraversato giovedì 30 luglio il confine che separa il Paese dall'enclave spagnola di Ceuta, nel territorio africano. Lo hanno fatto soprattutto a nuoto: ragazzi giovani, famiglie, bambini. In almeno 67 hanno perso la vita. In un primo momento, chi è arrivato sulla costa spagnola ha festeggiato: ginocchia a terra, all'urlo di "Viva la Spagna" e di continui abbracci. Ma, poi, la situazione è cambiata: «È evidente che qui nessuno ci vuole; è stata tutta un'illusione», racconta un tredicenne che ha compiuto il viaggio. Nell'arco di 24 ore, praticamente tutte le persone arrivate sono state rimandate indietro. L'esodo e controesodo sembra però rimanere sullo sfondo: in primo piano ci sono le polemiche, le strumentalizzazioni. E alcune ragioni più profonde che possono aiutare a comprendere lo scenario in cui la crisi si è svolta. Come la tensione carsica tra Madrid e Rabat che rende, ciclicamente, la città spagnola un ostaggio. 
«La conseguenza diretta delle politiche di Sánchez», si è affrettato a dichiarare, dagli Usa, Donald Trump. Santiago Abascal, leader dell’ultradestra di Vox, ha tuonato contro «l’invasione» e il Partito popolare (Pp) ha parlato di «irresponsabilità» del governo e ha chiamato il premier a dare spiegazioni al Congresso. Mentre il governatore di Ceuta, Juan Jesús Vivas, anch’egli popolare, ha definito l’intervento di Madrid «tardivo e insufficiente». I fatti di Ceuta hanno prevedibilmente scatenato la polemica politica, nazionale e internazionale. Se le accuse del fronte conservatore appaiono interessate, anche la versione di Sánchez – esposta nell’exclave dove è stato accolto da fischi e dal grido: «Dimissioni» – risulta poco convincente. L’accusa generica ai trafficanti di esseri umani non spiega perché almeno 50mila persone siano arrivate a nuoto a Ceuta in meno di 24 ore e nello stesso lasso di tempo siano tornate indietro, al netto dei morti in mare. Se una risposta univoca, nelle migrazioni come in ogni fenomeno complesso, sarebbe fuorviante, una serie di fattori aiuta a comprendere lo scenario in cui la crisi si è svolta.
La maxi-sanatoria. Tra questi, si può facilmente escludere la scelta del governo socialista di procedere alla regolarizzazione di mezzo milione di migranti senza precedenti penali. La finestra si è chiusa il 30 giugno e dalla misura sono esclusi quanti non fossero già presenti nel Paese al primo gennaio scorso. Di certo, dunque, i profughi entrati giovedì a Ceuta non avrebbero potuto usufruirne. Qualche impatto – anche se minore di quanto sostenuto da Sánchez – può averlo avuto la sentenza del Tribunale supremo dell’8 luglio. L’Alta corte ha ammesso la legittimità dei rimpatri istantanei per chi attraversa irregolarmente una barriera fisica. Il verdetto, però, non ha citato i migranti in arrivo via mare. Tanti dei migranti approdati, in senso letterale, a Ceuta, ignoravano il verdetto.
Il braccio di ferro col Marocco. Maggior influenza sulla vicenda sembra averlo avuto il recente riavvicinamento tra Madrid e Algeri, rivale storico del Marocco. La competizione riguarda, in primo luogo, il dossier mai risolto del Sahara occidentale. Lo scenario globale e l’irruzione sulla scena di Donald Trump hanno, tuttavia, aggiunto ulteriori elementi. Il Regno di Mohammed VI è il più stretto alleato del tycoon in Africa. Al presidente Usa ha appena intitolato la nuova autostrada, costruita nel sud della nazione per collegare il deserto con il porto di Dajla. Un omaggio per avere riconosciuto nel 2020, alla fine del primo mandato, la sovranità di Rabat sulla regione contesa. Un anno dopo quest’ultima ha aderito agli Accordi di Abramo con Israele, cuore della politica mediorientale di Washington. La rivalità tra Trump e Sánchez è nota, dati ripetuti attacchi del capo della Casa Bianca: di certo, a quest’ultimo, la crisi dell’exclave spagnola ha fatto quantomeno comodo.
Gibilterra e i Mondiali. Nell’equilibrio precario tra Madrid e Rabat rientra anche il nodo-Gibilterra. Il recente accordo tra Spagna Gran Bretagna non ha modificato la sovranità sulla Rocca. Ha, però, eliminato la recinzione e reso più flessibile la circolazione di merci e persone. Mutamenti comunque sufficienti per riaccendere la mai sopita speranza marocchina di riprendersi Ceuta e Melilla. Infine c’è la “partita” sui Mondiali che, nel 2030, saranno organizzati congiuntamente tra i due Paesi. La Penisola ha appena vinto la corsa per ospitare la finale a Madrid. Il Regno, però, non molla e procede con i lavori del faraonico stadio Hassan II, a nord di Casablanca.

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