Il disarmo di Hamas e il ritiro dell'esercito israeliano da Gaza: cosa non funziona dell'accordo
di Luca Foschi
Prevista per i prossimi giorni al Cairo l’ufficializzazione dell’intesa sulla seconda fase del piano per Gaza annunciata da Trump e dal Board of Peace. Ma già le parti sollevano dei distinguo. I tempi valutati fino a un anno

Dopo quasi dieci mesi di trattative ieri Hamas ha accettato le linee generali di un accordo che dovrebbe dare inizio al disarmo di tutte le milizie di Gaza e al progressivo ritiro dell’esercito israeliano dall’enclave palestinese. Ghazi Hamad, uno dei negoziatori del movimento islamista, ha affermato che Hamas ha deciso di fare delle concessioni «per il bene della nostra gente nella Striscia, per salvarla dalle uccisioni e dallo sfollamento». Giovedì notte, con un messaggio sulla piattaforma social Truth, il presidente americano Donald Trump ha salutato la notizia dell’accordo definendola «un passo monumentale verso la fine dei combattimenti». Più tardi, un funzionario vicino alla Casa Bianca ha dichiarato che il presidente «sarà molto seccato» se Israele non accetterà l’accordo. Nessuna dichiarazione in questo senso è stata diffusa dall’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. A esprimersi è stato invece Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza ed esponente del sionismo messianico radicale: «L’unica soluzione a Gaza di cui Israele vuol far parte è incoraggiare l’emigrazione e distruggere Hamas». «Conta ciò che dice l’accordo. Ma conta ancora di più ciò che accadrà dopo. Il ritiro deve procedere di pari passo con il disarmo», ha dichiarato Nickolay Mladenov, Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza.
Il disarmo e il ritiro
L’accettazione da parte di Hamas ha aperto un periodo di 14 giorni durante il quale le parti sono chiamate a congelare qualsiasi azione militare e a definire i tempi dell’attuazione, la cui durata potrebbe variare dai 200 ai 350 giorni. L’accordo dovrebbe portare l’esercito israeliano a ritirarsi fino alla Linea gialla che a ottobre ha diviso la Striscia nelle due aree controllate da Hamas e da Israele. Quella occupata dall’Idf, per lo più esclusa dalla costa e dai centri urbani, è passata in dieci mesi dal 53% a quasi il 70%. L’esercito dello Stato ebraico non sarà obbligato a ritirarsi dalla Linea gialla finché Hamas non avrà iniziato la consegna delle armi. Un “recupero” dei dettami della prima fase che sarà valutato dal Comitato di verifica dell’attuazione, incaricato di accendere la luce verde per la seconda fase, l’inizio della quale, hanno aggiunto i funzionari del Board, sarà soggetta all’approvazione di un secondo neo-istituto, la Corte internazionale di vigilanza. Il meccanismo non sembra costretto da limiti di tempo e si potrebbe prestare alle stesse dinamiche di procrastinazione che hanno impedito all’accordo originario di declinarsi sul terreno. Dal 10 ottobre a oggi quasi 1.200 gazawi sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Il flusso degli aiuti umanitari è stato costantemente tenuto sotto la soglia stabilita dagli accordi sulla tregua.
La bozza dell’accordo
Ulteriori elementi sono stati diffusi dall’emittente egiziana al-Ghad , strettamente legata a Mohammad Dahlan, storica e ambigua figura politica della Striscia oggi residente negli Emirati Arabi. La bozza della road map ottenuta da al-Ghad conferma il passaggio del potere amministrativo al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCGA), al quale verrà affidato anche il processo di stoccaggio delle armi, pesanti e leggere, dei loro siti di produzione e dei tunnel. Anche le milizie palestinesi affiliate a Israele saranno coinvolte nel disarmo. Un accordo inter-palestinese avrà il compito di porre fine alle faide interne. Il monitoraggio della pacificazione sarà fra i compiti della Forza internazionale di stabilizzazione, contingente che va lentamente, faticosamente formandosi. Una parte degli uomini che hanno costituito le forze di sicurezza di Hamas verranno integrati nella nuova polizia della Striscia, gli altri potrebbero essere assorbiti dall’amministrazione civile.
Oltre la Striscia
L’annuncio dell’accordo, ancora allo stato liquido, ha scatenato reazioni animate dal sospetto, e dall’ovvietà. Hamas proclama di far dipendere il disarmo dal ritiro di Israele, Israele pone come condizione il completamento di un “genuino” disarmo. Il generale Gadi Eisenkot, principale avversario di Netanyahu nelle elezioni del 27 ottobre, fa dipendere il successo dell’intesa «dalla distruzione del potere militare-governativo di Hamas». Appena dieci giorni fa Netanyahu si è dichiarato pronto a «cogliere l’opportunità per gli accordi di pace». Domenica scorsa il presidente siriano Ahmad al-Sharaa ha affermato che diversi Paesi nella regione desiderano una pace con Israele. L’energia nucleare che l’Arabia Saudita si prepara a ricevere dagli Stati Uniti è subordinata, ha detto Trump, alla normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Il destino di Gaza, e della Palestina, dipende solo in parte dall’alterco dei nemici.

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