«Io, cronista di nera, e le colline della droga da scalare accanto a don Mazzi»

di Piero Colaprico
Le memorie di un giornalista: amava la libertà ma più di tutto le persone. Esiste l’Altro e cercava “altro” pure sulla terra. Mai banale, la sua comunità era il luogo dove condividere pani e pesci, dove guardarsi in faccia. Era fiducia
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August 1, 2026
«Io, cronista di nera, e le colline della droga da scalare accanto a don Mazzi»
Don Antonio Mazzi dietro una telecamera
Ci saranno molte persone che piangono don Mazzi, ma chi lo conosce forse culla un pensiero: non pochi sorrideranno, ricordando il suo sorriso, le sue battute, la sua forza e la sua fede incredibile, e crescente, nel fatto che la morte sia solo un passaggio. Esiste Altro. Ma lui cercava “altro” anche sulla terra.
Mai banale: diventa prete perché da giovane va ad aiutare gli alluvionati del Polesine. E diventa successivamente prete-antidroga (sintesi giornalistica) perché davanti all’istituto Don Calabria per ragazzi difficili, nella zona del parco Lambro, arrivano altri ragazzi complicati. Sono i tossicomani, che a migliaia – circa quattromila il sabato – sciamano lungo le colline chiamate K 2 e Kilimangiaro. Acquistano le bustine da spacciatori nigeriani, che pagano la mazzetta ai clan calabresi. Un mondo pericoloso, ma anche pieno di dolore. E don Mazzi lo sfida: Avvenire , con Claudio Monici, è il primo giornale a fare un reportage, Repubblica (con il sottoscritto) chiede lumi al collega e va a vedere. E così, in pochi giorni, nasce una massiccia campagna che fa epoca.
Intervengono – allora c’era la Prima Repubblica – i potenti sindacalisti della vicina Rizzoli. Il sindaco, il socialista Paolo Pillitteri, accorre anche lui. E da un mix di persone, compresi carabinieri e poliziotti, si consolida l’idea formidabile che trova in don Mazzi il “monarca”: Exodus. Il viaggio. Dentro e fuori la nostra anima.
Non solo: Antonio, come ormai lo chiamo, chi sceglie per aiutare i tossicomani? Gli ex terroristi, che hanno abbandonato la lotta armata e sono usciti di galera. Da due mondi così diversi, scocca la scintilla: la carovana in bici, composta da eroinomani e assassini politici, attraversa l’Italia. Chiede ospitalità. Regala in cambio racconti di viva vera.
Era la fine degli anni Ottanta, un altro mondo, ma don Antonio da allora non si ferma. Amico del cardinale Carlo Maria Martini, fan della sua “cattedra dei non credenti”, mi ha aiutato tante volte a cercare me stesso. I miei figli sono stati battezzati da lui e, ogni volta che ci vedevamo raccontava ai presenti: «Ma sai che questo qui mi ha portato in giro in moto di notte per Milano?». Era l’estate di, ahimè, trent’anni fa, eravamo a cena in un’osteria e si era fatto tardi. Ero stato io a voler parlare e lui, come sempre, aveva accettato di buon grado di ascoltare un “miscredente”. Gli piacevano le persone, i pensieri, le difficoltà, le cose belle. E così siamo andati in giro. Non smetteva di dire quanto gli piacesse la libertà delle due ruote, finché non l’ho riaccompagnato “a casa”.
La sua casa era il Parco Lambro. Erano le casette dove dormivano quelli che stavano male. Era il capannone che, piano piano, era cresciuto nel cortile, dietro il cancellone verde.
Quando si usa la parola “comunità”, a volte si pensa alle “prigioni”: con don Mazzi no. La sua comunità era il luogo dove condividere pani e pesci. Era guardarsi in faccia. Era fiducia. Tante volte mi ha parlato di chi aveva di fronte. Uomini sposati che, persa la famiglia, erano passati alle sostanze. Oppure c’era una ragazza: «Sai che ha ucciso il padre…», mi aveva detto davanti a lei, che aveva lo sguardo di chi s’era lasciata il buio alle spalle. Una mattina gli avevo portato uno irrecuperabile, l’Ambrogio B., grandissimo ladro: lo faceva dannare, infine era evaso ed era morto di overdose. Purtroppo, uno di quelli che lui ha perso (e io pure). Ma il fatto è che ne ha salvati tanti, ne ha “aggiustati” migliaia, sapeva che non erano vuoti a perdere.
La sua idea di fondo era che ciascuno di noi, nella sua identità, potesse trovare negli altri uno specchio, una risorsa, una speranza. Quando parlava, veniva creduto. Forse c’è una ragione. Non era un ingenuo e si sapeva muovere anche in molti mondi, dalla Chiesa alla televisione, dalle sale riunioni delle aziende alle segreterie dei politici. Non parlava mai per sé e non agiva “ pro domo sua ”. Era furbissimo nell’aiutare i suoi ragazzi, far crescere i suoi educatori, confortare le famiglie. Insomma, agiva “ pro nobis ”. E forse ora che è spirato toccherebbe a noi avere un pensiero per gli altri.
Giornalista e scrittore

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