È morto don Mazzi, il sacerdote che non ha mai smesso di cercare i ragazzi

Con Exodus è stato tra i primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di Milano in un luogo di rinascita. Intuì prima di molti altri che la risposta alla droga si deve dare sul piano educativo. L'infanzia difficile, la “scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico
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July 31, 2026
Don Antonio Mazzi / ANSA
Don Antonio Mazzi / ANSA
Il telefono ha continuato a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, sotto le grandi travi di legno intrecciate sul soffitto. Lì, nel luogo che per decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio Mazzi s'è spento poco fa all'età di 97 anni, circondato dalla sua grande, immensa famiglia. Non ci arrivavano quasi più i ragazzi dell'eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza e la strada consumavano nell'impotenza generale e che - solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese - il sacerdote veronese raccoglieva e provava a salvare. A chiedere aiuto per figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall'anoressia, dal male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, c'erano i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite. Lui, il don, li ascoltava tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi. Ridurre la sua storia a quella del sacerdote che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto. La tossicodipendenza è stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia.
Quella convinzione era nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano. A Verona per l'esattezza, dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929. Il padre muore quando lui ha appena tredici mesi ed è un'assenza destinata a segnare tutta la sua esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la sua vocazione più profonda, «essere padre per altri». Il sacerdozio, senza quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto «tonaca, turibolo, sacrestia e fervorini». Da ragazzo, d'altronde, Antonio non assomiglia affatto all'immagine del seminarista modello: è inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva condotta. Cresce nella povertà, attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: «Io, se non fossi diventato sacerdote, sarei stato uno di voi» ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi. L'incontro con l'opera di san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi con i giovani travolti dall'alluvione del Polesine, da educatore, è decisivo: anche in quei ragazzi riconosce qualcosa di sé. Da allora la sua strada non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi sono giovani.
Don Antonio Mazzi con papa Giovanni Paolo II
Don Antonio Mazzi con papa Giovanni Paolo II
Quando negli anni Settanta l'eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in cui ricominciare. Nasce così Exodus, destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più significative del Paese. Dimenticate il modello di comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa, poi una cooperativa che offre percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno all'Italia e al mondo la missione originaria. Il cuore pulsante dell'opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha conosciuto gli anni più duri della droga, don Antonio costruisce il suo presidio educativo permanente. Che per lui è un rifugio, un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli. Figurarsi aiutarli.
Il don non si accontenta. Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore ascoltato da politica e istituzioni. Ma in ogni contesto, con qualsiasi interlocutore, continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la relazione personale: «Spengo il cervello e accendo il cuore» diceva spiegando il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano. E quando qualcuno gli chiedeva quale fosse il suo mestiere, rispondeva con un'altra definizione memorabile: «Io non faccio l'educatore, faccio il rassicuratore». Con il passare degli anni il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le dipendenze. I ragazzi che bussano a Exodus, come a tutte le comunità - lo dicevamo all'inizio - sono spesso figli di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro. «Un drogato prima o poi lo convinci a non drogarsi più» osservava spesso, «più difficile è curare questa nuova povertà di speranza». Per questo il sacerdote ha anche immaginato una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva. «Bisogna arrivare prima», ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio esploda. Il suo impegno, che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza educativa che continua ben oltre la figura del fondatore. Ma soprattutto uno sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall'incontro concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana. Mancherà come l'aria. 

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