«Ho scritto questa cosa, ve la mando»: la lunga collaborazione di don Mazzi con “Avvenire”

Il fondatore di Exodus con il nostro giornale ha condiviso per decenni idee, provocazioni e speranze. Fino alla rubrica dedicata al “Vangelo dei ragazzi”, alla quale teneva come a una piccola missione
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July 31, 2026
Una delle fotografie più recenti di don Mazzi, in mano un quotidiano
Una delle fotografie più recenti di don Mazzi, in mano un quotidiano
Sulle pagine di Avvenire don Mazzi scriveva da sempre, almeno fin dal 1979, quando si era trasferito a Milano. Non era una collaborazione fissa, non avrebbe potuto essere tale sia perché in lunghi momenti della sua vita è stato assorbito da altre emergenze, sia perché i suoi scritti li spargeva a pioggia su tante testate – oltre che sui libri – in base all’umore del momento e alla vicinanza della testata con questa o quella battaglia da lui intrapresa. E, visto che le sue battaglie in favore degli ultimi sono state tantissime e sempre scomode, non sempre valutava opportuno “concedersi” a tutti i giornali nello stesso momento. “Concedersi” sì, perché la decisione di dove e come pubblicare la prendeva lui, alzava il telefono e chiamava il direttore o chi per lui. «Ho scritto questa cosa, ve la mando». Non c’era possibilità di mediare. Prendere o lasciare. Ben sapendo che entrambe le decisioni non erano prive di rischi. Lasciare voleva dire perdere l’opportunità di ospitare qualcosa che comunque era sempre interessante e originale. Prendere, al contrario, significava condividere riflessioni che talvolta potevano risultare così spiazzanti e corrosive da indispettire qualche pezzo grosso, anche nella Chiesa. Qualcuno incapace di comprendere che dietro qualche invettiva un po’ troppo accesa, dietro quel lessico diretto e talvolta fastidioso c’era sempre la forza della radicalità evangelica. Erano sempre e comunque parole d’amore.
È stato così anche quando, negli ultimi anni, è nata la sua rubrica sulle nostre pagine di famiglia. Siamo stati convocati dall’oggi al domani nella sede di Exodus, al parco Lambro: «Dobbiamo vederci perché ho un’idea sull’emergenza educativa». Impossibile sottrarsi, quando era convinto di un progetto era capace di proporlo in modo pressante e convincente. D’altra parte di più di lui aveva l’autorevolezza di parlare di ragazzi difficili in modo competente? La rubrica “Il vangelo spiegato ai ragazzi” è nata così, nell’estate di quattro anni fa durante un lungo dialogo nel giardino della sede di Exodus. In fondo tra gli alberi, immobile, con addosso un “chiodo” di pelle nera nonostante fosse l’inizio di agosto, un ragazzo dall’aria inquieta. Ogni tanto don Antonio gli diceva d’aver pazienza un attimo, che tra poco sarebbe stato da lui. «Cosa devo fare? È arrivato venti minuti fa e devo parlargli. Sai chi è?». E nominò sottovoce – imponendoci di non rivelarlo mai – un nome ben noto alle cronache di qualche tempo fa. Uno dei tanti che, dopo aver scontato i loro debiti con la giustizia, gli venivano affidati per cominciare un percorso di recupero. «Quando scrivo ho in testa i ragazzi come lui, quelli di cui non si occupa nessuno finché non succede il disastro. Anche noi siamo colpevoli e continuerò a dirlo, anche se qualche vescovo non sarà contento». All’inizio la rubrica è uscita puntualmente ogni mese poi, quando la salute ha cominciato a vacillare, con periodicità alterna. Ma don Antonio ci teneva tantissimo.
Per il giorno di Pasqua di due anni fa ci aveva mandato una riflessione così intensa da diventare l’articolo principale della pagina. Aveva intrecciato alcuni momenti evangelici - Beatitudini, Ultima Cena e incontro con la Samaritana - alla sua vita, lui che si era inventato Exodus a 50 anni, “Educatori senza frontiere”, a 75 e a 95 continuava a vivere in cascina accanto ai suoi ragazzi, per concludere che «credere nella Parola del Risorto fa rimanere giovani per tutta la vita». Era proprio così. E ci teneva moltissimo. La sera del Sabato Santo ci eravamo sentiti per gli auguri e, al momento del congedo, si era premurato di chiedere: «Ma domani lo fate usciere il mio articolo?». Sapeva di raccontare buone notizie e sapeva che le buone notizie non vanno sprecate. 

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