Accanto fino all’ultimo respiro: i vent’anni dell’hospice di Vidas
di Antonella Mariani, Milano
Venti posti letto, quasi 9mila malati terminali assistiti dal 2006 con le cure palliative, un’équipe di 40 professionisti. La direttrice scientifica: «Affrontiamo la morte stando vicino ai pazienti e alle loro famiglie»

«Cosa teme di più chi è arrivato al termine della sua esistenza? Non essere ricordato». Se le malattie, quando arrivano all’epilogo, si assomigliano tutte, a Casa Vidas sono le persone, ciascuna con la sua esperienza di vita, a fare la differenza. E le relazioni che ogni operatore dell’équipe per le cure palliative stabilisce con ciascun paziente e con i suoi familiari. Nella grande palazzina in mezzo ai grattacieli del quartiere Gallaratese, proprio di fronte alla chiesa dei Santi Martiri Anauniesi, la morte è chiamata per nome. Non fa paura perché la si guarda in faccia tutti i giorni. Da vent’anni esatti tra i larghi corridoi e gli arredi dai colori caldi degli spazi comuni si celebra il rito della vita accompagnando ogni assistito fino alla fine della sua esistenza terrena: dalla prima paziente, una 86enne malata di Sla, arrivata il 21 luglio 2006, Casa Vidas, il primo hospice cittadino finanziato con fondi privati, ha accolto 8.939 persone. Le stanze sono 20, la permanenza a volte è brevissima, a volte si protrae per diverse settimane. Per il 70% sono pazienti oncologici, il resto soffre di malattie croniche gravi e degenerative. L’età media è 77 anni, ma si muore a tutte le età.

«Accompagniamo le persone fino alla fine della loro vita – racconta la direttrice scientifica Barbara Rizzi, medico palliativista – e lo facciamo in un momento storico in cui la morte non si nomina mai. Avete notato gli annunci funebri? “È passato a miglior vita”, “Ha lasciato i suoi cari”… Noi qui, al contrario, la guardiamo in faccia, la affrontiamo stando vicino ai nostri assistiti e supportando anche le loro famiglie in questo momento difficile». La nascita di Casa Vidas è una storia molto milanese: dopo vent’anni di assistenza domiciliare, la fondatrice di Vidas Giovanna Cavazzoni decise che era tempo di fare un passo in più. Ottenne dal Comune il terreno di via Ojetti e lanciò una grande campagna di raccolta fondi. La Milano delle imprese, della cultura, dello sport e dello spettacolo rispose con generosità: da Franco Baresi a Lella Costa, da Carla Fracci a Mariangela Melato. A contribuire a mettere mattone su mattone perfino il premio del vincitore di una edizione dell’Isola dei famosi, Sergio Muòiz. Nata come associazione programmaticamente laica, di recente Vidas ha inserito nell’équipe multidisciplinare – 40 professionisti tra medici, infermieri, Oss, assistenti sociali, psicologi, fisioterapisti, logopedisti, terapista occupazionale - anche l’assistente spirituale. «Il mio lavoro non riguarda tanto la fede quanto la dimensione interiore – spiega Caterina Giavotto -: la ricerca di senso, le domande sulla vita e sulla morte, il perché del dolore. Ogni incontro è diverso: ci sono persone che esprimono dubbi e paure, che mi parlano della propria fede, che si chiedono come sarà il momento del passaggio».
La palazzina su più piani che ospita Casa Vidas ha una pianta che ricorda un grande abbraccio, con un ingresso centrale e due ali che convergono leggermente. Ci sono due grandi terrazze, dove negli anni per riunire le famiglie dei pazienti sono stati festeggiati matrimoni, compleanni, battesimi, si sono consumati incontri inaspettati ed esauditi piccoli desideri, come una sigaretta altrimenti proibita. E poi ci sono gli animali della pet therapy: all’hospice sono entrati cani, conigli, porcellini d’India, il vecchio pony Trilly e la sua giovane collega Dolly, e perfino galline.
In vent’anni di cure, Barbara Rizzi ha incontrato pazienti con approcci diversissimi nei confronti della propria morte. «Un uomo ancora giovane, malato terminale di tumore al cervello, mi chiese di aiutarlo a morire. Quando lo invitai a spiegarmi e mi misi in ascolto, capii che aveva paura di perdere il controllo e che aveva bisogno di esercitare fino in fondo il proprio diritto all’autodeterminazione. Da quel momento stringemmo un’alleanza terapeutica tra le più significative che io ricordi»

Nata come associazione di volontariato, oggi Vidas si sostiene per circa il 40% con il sistema dell’accreditamento in Regione Lombardia e per il resto con donazioni, lasciti testamentari e il 5 per mille. I volontari hanno un posto speciale. «Ne abbiamo 500, tra quelli impegnati a domicilio e quelli di area gestionale-organizzativa - continua la direttrice scientifica, a Casa Vidas fin dal primo giorno e prima ancora impegnata nell’assistenza domiciliare -. Cosa fanno? Stanno con il paziente». In quel verbo - «Stanno» - c’è tutto: c’è l’aiuto a mangiare laddove è ancora possibile, c’è il silenzio a fianco al letto fino alla fine, c’è l’abbraccio a un familiare. Giovanni Gondoni ha 59 anni, da 10 è volontario dopo aver seguito un corso di formazione di 4 mesi. Svolge turni di tre ore il sabato e la domenica a Casa Vidas e un altro turno all’attiguo hospice pediatrico, nato nel 2019 e tutt’ora l’unico a Milano. «L’impatto emotivo è forte – confessa Gondoni – ma quando torno a casa porto con me la parte buona, e cioè la consapevolezza di essere stato una traccia nel cammino finale di una persona. In quei pochi giorni che ci è dato condividere con il paziente, arrivato al termine di una storia dolorosa di malattia, si possono creare momenti di grande serenità e consapevolezza. Il pezzo di vita che trascorro con un malato è una palestra. Aiuta anche me a non avere paura della morte».
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