Il Patto Ue sui migranti si ferma in tribunale: 8 pronunce contro le procedure di frontiera
I magistrati di Palermo per otto volte hanno liberato le vittime di tratta dagli obblighi delle procedure accelerate. Il motivo? Ignorano «le gravi violenze che hanno subito»

È trascorso poco più di un mese dall’entrata in vigore del Patto europeo sulle migrazioni, il pacchetto di leggi che – almeno nelle intenzioni – dovrebbe rendere più rapidi i rimpatri ed estendere le procedure accelerate di frontiera a migliaia di persone migranti che arrivano in Italia. Eppure, in Sicilia, il nuovo meccanismo Ue continua a incepparsi. Dopo una prima pronuncia cautelare del 27 giugno, altre sette volte il Tribunale di Palermo ha sospeso gli effetti del Patto Ue, liberando dall’obbligo di dimora nel Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di “Villa Sikania” di Agrigento altrettante persone. I motivi? Uno dei primi è che i migranti a cui viene imposto l’obbligo di dimora sono tutti soggetti con vulnerabilità fisiche o psicologiche accertate. E, come spiega il giudice nelle motivazioni appena pubblicate, la procedura accelerata di frontiera non può essere applicata a prescindere dalle condizioni del migrante. Le autorità, cioè, non possono ignorare «le gravi violenze subite dalla persona» in nome della rapidità d’esecuzione delle procedure di asilo.
Le storie si assomigliano tutte: i migranti provenienti dal Pakistan o dall’Egitto chiedono asilo dopo lo sbarco a Lampedusa, vengono portati a Porto Empedocle e sottoposti al monitoraggio delle loro condizioni. Lo screening, che può durare al massimo sette giorni, viene spesso completato in sole 24 ore e accerta quasi sempre vulnerabilità fisiche e psicologiche. In altre parole, i verbali certificano i traumi e le violenze subite dalle vittime della tratta lungo il viaggio migratorio. A.M., la prima persona su cui si è espresso il Tribunale di Palermo, è stato detenuto in Libia per due mesi, rinchiuso in una stanza chiusa con lucchetto, privato del cibo per lunghi periodi e picchiato dalle milizie armate. Per questo, oggi spiega di soffrire di disturbi del sonno e «di rivivere costantemente, anche attraverso incubi ricorrenti, le violenze subite». Ciononostante, anche a lui – come a molti altri nelle sue condizioni – è stata applicata la procedura accelerata di frontiera. Significa che, durante la procedura di asilo, A.M non è autorizzato a entrare sul territorio italiano. Ma si tratta di una finzione: il giovane migrante, infatti, si trova già fisicamente in Italia, dove ha manifestato la volontà di richiedere protezione internazionale, ma giuridicamente non è ancora nel nostro Paese. In pratica, è un fantasma. È per questa ragione che alle persone sottoposte a procedura accelerata di frontiera viene imposto l’obbligo di dimora in un centro individuato dal prefetto.
A.M. è stato liberato da questo vincolo ma altri, nelle sue stesse condizioni, si trovano ancora dentro ai centri. O.F. viene dall’Egitto, ha 21 anni e attualmente vive nel Cas “Villa Sikania” di Agrigento in una camera con altre sette persone. Dopo aver dormito nei lager libici, anche lui è sbarcato a giugno a Lampedusa dove lo screening ha accertato le violenze subite e i problemi psicologici derivanti dal viaggio migratorio. A monitoraggio appena concluso, è stato trasferito a “Villa Sikania” come previsto dalla procedura accelerata. «In questo centro ho avuto bisogno del medico – spiega attraverso un mediatore – perché mi sono ferito a una gamba. Ma mi sono state date le medicine solo dopo tre giorni, quando è arrivato il dottore». O.F. riferisce che nel Cas sono presenti due mediatori linguistici, uno per chi parla solo arabo standard e un altro «per chi viene dall’Asia». Quando guarda al suo futuro, resta incerto: «Non ho idea di quando potrò uscire da qua. Non me lo hanno mai detto». O, meglio, nessuno lo ha fatto in una lingua che O.F. comprenda.
Sono gli stessi giudici del Tribunale di Palermo a certificare che i documenti fatti firmare ai migranti sono redatti solo in italiano. A.M., in particolare, spiega di averli firmati senza che nessuno gli spiegasse il contenuto e senza l’aiuto di un mediatore linguistico. Ha anche ammesso – come accerta il giudice – di ignorare se gli fosse lecito allontanarsi definitivamente dal centro. Le conseguenze sarebbero state gravi: in caso di mancato rientro, avrebbe potuto perdere il diritto di accoglienza e di proseguire l’iter della domanda d’asilo. Ma di questo A.M. è venuto a conoscenza solo tramite l’avvocato.
Al momento, i provvedimenti che “frenano” il Patto Ue sulle migrazioni sono arrivati soltanto dal Tribunale di Palermo. Ma in futuro, in presenza di nuovi ricorsi, altri giudici potrebbero essere chiamati a decidere su casi analoghi. Il motivo ha a che fare con il concetto di “frontiera” introdotto dalle leggi italiane ed europee: «L’intenzione del Governo, esplicitata in una circolare ministeriale dell’8 maggio, sembra quella di far diventare tutta l’Italia zona di frontiera», spiegano in una nota gli avvocati Martina Stefanile, Rossana Chillemi e Riccardo Campochiaro. Il riferimento è a una circolare del ministero dell’Interno, che spiega come «la particolare connotazione geografica nazionale impone di non poter escludere, a priori, alcun sito dove poter svolgere le procedure di frontiera».
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