Opinionista senza freni, don Mazzi in tv abbatté pregiudizi e offrì speranza

Giornalista professionista, era un grande comunicatore. A “Domenica In” affrontava con linguaggio diretto temi sociali, educativi e di attualità
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August 1, 2026
Opinionista senza freni, don Mazzi in tv abbatté pregiudizi e offrì speranza
Morgan con Don Antonio Mazzi a Porta a porta nel 2010 / Fotogramma.
I religiosi (quelli veri), come i medici e i poliziotti (quelli finti), fanno parte della storia della televisione italiana. Basti pensare che il primo tormentone televisivo è stato il «Pace e bene a tutti» con cui padre Mariano, a metà degli anni Cinquanta, salutava i telespettatori della neonata Rai. Da allora non sono pochi i preti comparsi davanti alle telecamere. Tra questi, ad aver lasciato il segno c’è senz’altro don Antonio Mazzi, scomparso venerdì 31 luglio a Milano, un comunicatore per eccellenza, approdato sul piccolo schermo da giornalista professionista, con alle spalle e in contemporanea collaborazioni con quotidiani e periodici: da Avvenire al Corriere della Sera, da La Stampa a Il Giorno, da Famiglia Cristiana a Jesus, a Vita Pastorale. Conduttore di rubriche proprie, ma il più delle volte invitato come opinionista, don Mazzi ha preso parte a programmi Rai, di Mediaset, di Tv2000 e di altre tv private. Sicuramente a farlo conoscere al grande pubblico è stata la sua partecipazione a «Domenica in», su Rai 1, dove senza peli sulla lingua, come suol dirsi, ovvero con un linguaggio diretto, con parole semplici e forti ha affrontato, in uno spazio fisso di una decina di minuti, soprattutto temi sociali di attualità (educazione, famiglia, emarginazione, devianze e solitudine) grazie anche alla sua profonda esperienza a fianco dei giovani in difficoltà culminata nel Progetto e poi nella Fondazione Exodus per la prevenzione e il recupero dalle dipendenze, dal disagio e dalla povertà educativa.
Don Mazzi ha capito che salendo sul pulpito laico della tv si poteva arrivare dove la normale predicazione non arriva, si poteva arrivare a «quella fetta di indifferenti che non accenderebbero mai il televisore per programmi da cui potrebbero ricevere turbamenti». Ma non solo: si poteva far sentire la vicinanza alle persone e si poteva dare forza alla denuncia facendo pressione anche sulla politica. Don Mazzi è stato il primo in assoluto a portare il tema delle dipendenze fuori dalle comunità e dentro le case degli italiani, contribuendo in modo determinante ad abbattere lo stigma e i pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato le persone con dipendenza e le loro famiglie.
Non tutti hanno condiviso le sue apparizioni televisive e il suo modo di porsi. Non sono mancate ad esempio le critiche di protagonismo. Lui stesso nel libro scritto con Giovanni Anversa, La tv in mano - Riflessioni in punta di dita (Edizioni San Paolo), parlava di amore e odio per il mezzo televisivo, mettendone in evidenza potenzialità e limiti.
In ogni caso, in una società incapace di comunicare, don Mazzi ha dimostrato che la testimonianza cristiana ha bisogno anche della televisione, che può essere un veicolo per raccontare storie di vita complesse, mettendo in luce le sfide di chi ha vissuto situazioni estreme, anche per offrire loro una parola di speranza. Sempre che il mezzo rinunci ad essere veicolo di ipocrisia, di interessi immorali e notizie sempre meno chiare e trasparenti. «Essendo però io positivo per natura – chiosava don Mazzi –, credo che anche i tramonti possano essere occasione di riflessione, di cambiamento e di ricerca del vero benessere personale e comunitario. E non penso soltanto alla televisione, ma alle nostre città, fino al più piccolo Comune d’Italia».

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