Martini, Mazzi e fratel Ettore: il trio della carità nella Milano da bere

Lo straordinario apostolato negli anni Ottanta di don Antonio Mazzi, scomparso venerdì, con il cardinale Carlo Maria Martini e fratel Ettore Boschini: l’arcivescovo sostenne e promosse le iniziative dei due sacerdoti veronesi, l’uno con i suoi rifugi per i senzatetto sotto la Stazione Centrale, l’altro con il camper per i ragazzi tossicodipendenti
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August 3, 2026
Martini, Mazzi e fratel Ettore: il trio della carità nella Milano da bere
Don Antonio Mazzi con il cardinale Carlo Maria Martini / Fotogramma
Don Mazzi e gli altri grandi ambrosiani d’adozione. Una vita spesa per il bene, per i ragazzi difficili, per le loro famiglie. Ma anche una vita che racconta un lato inedito e mai abbastanza esplorato della Chiesa milanese. Ambrosiani si nasce ma anche, come racconta appunto l’esistenza di don Antonio Mazzi – scomparso venerdì e di cui domani si celebrano i funerali in Sant’Ambrogio - si diventa. Una sottolineatura che appare ancora più significativa se si tengono presenti i destini paralleli di altre due grandi figure della Chiesa ambrosiana le cui esistenze si sono incrociate negli ultimi decenni con quella di don Mazzi. E cioè Carlo Maria Martini e Fratel Ettore Boschini. Lo straordinario apostolato di carità di don Mazzi e di Fratel Ettore, entrambi di origini veronesi, è stato sostenuto e promosso da un arcivescovo, come appunto Martini, che era di origini torinesi.
Solo una coincidenza? Niente affatto, la prova che la grandezza di una comunità, ecclesiale e civile, si misura anche dalla capacità di includere, integrare, mettere in luce i talenti di ciascuno, senza domandare provenienza e origine. Conta la buona volontà, il saper fare ma anche il saper leggere e interpretare i segni dei tempi in chiave sapienziale. Virtù condivise naturalmente anche da tanti altri campioni della carità nati e vissuti in terra ambrosiana, protagonisti di questi ultimi decenni, alcuni ancora tra noi, altri già in cielo. Ma torniamo ai nostri tre amici. Martini comincia il suo episcopato a Milano il 29 dicembre 1979. Lo stesso anno, pochi mesi prima, arriva nel capoluogo ambrosiano don Antonio Mazzi. I suoi superiori dell’Opera Don Calabria lo mandano a dirigere la sede milanese dell’Istituto, in via Pusiano, zona parco Lambro. E poi a guidare un centro giovanile inventato qualche anno prima da un altro prete di origini veronesi, anche lui dell’Opera Don Calabria, anche lui destinato a giocare un ruolo da protagonista assoluto, nel bene e nel male, nella società e nella Chiesa ambrosiana, don Luigi Verzé, fondatore dell’ospedale San Raffaele.
Ma la fine degli anni Settanta vede l’avvio, sempre a Milano, dell’opera assistenziale e benefica di un altro gigante della carità, fratel Ettore Boschini, camilliano. Tra il ’78 e il ’79 è lui a inventare il rifugio sotto la stazione Centrale, nei grandi depositi delle Ferrovie ormai in disuso. Vede lo stato di profondo abbandono, di degrado, di sofferenza in cui sono abbandonati centinaia di poveri che vivono sui binari e intorno alla stazione. Capisce che non si può rimanere a guardare, si rimbocca le maniche e passa all’azione. Tra i primi che lo sostengono c’è il giovane arcivescovo Martini che, tra qualche reazione di stupore e di contrarietà dei suoi stessi collaboratori, arriva al rifugio di Fratel Ettore per servire i poveri a tavola. Nella Milano da bere dell’inizio degli Ottanta, dove la droga scorre a fiume e la speculazione edilizia fa sorridere i soliti noti, Fratel Ettore e don Mazzi si incontrano spesso, si aiutano, diventano quasi complementari. L’uno apre i suoi rifugi di notte, sotto la stazione Centrale, per accogliere il popolo degli invisibili. L’altro attiva di giorno il suo camper della solidarietà per i ragazzi tossicodipendenti e inventa il segretario sociale. Due opere sostenute, volute e inaugurate dal cardinale Martini, il grande biblista, l’uomo del pensiero raffinato e della parola sublime che sa però cogliere e valorizzare il meglio di quella Chiesa che non ha paura di sporcarsi le mani con gli ultimi.
La gratitudine di don Antonio Mazzi nei confronti dell’arcivescovo “coetaneo” - almeno come avvio dell’esperienza ambrosiana, Martini in realtà aveva due anni in più – non è mai venuta meno. Più volte ha ricordato il coraggio con cui il cardinale ha difeso la scelta di trasformare la cascina storica all’interno del parco Lambro in un avamposto dell’accoglienza e della legalità, nella convinzione che le dipendenze non sono una via senza scampo ma il risultato deviato di una serie di condizionamenti perversi di fronte a cui la Chiesa non può rimanere indifferente. Fratel Ettore, don Mazzi, il cardinale Martini non l’hanno mai fatto.
Questi tre ambrosiani d’adozione a cui la provvidenza ha concesso di operare insieme all’ombra del Duomo, ci ricordano che nella Chiesa non contano le origini, non contano le provenienze, non conta la carta d’identità ma la fedeltà al Vangelo. Già due millenni fa lo sapeva bene un aristocratico nato in Germania ma di origini romane di nome Ambrogio, “adottato” da Milano come vescovo e come patrono. A dimostrazione che l’ambrosianità, come raccontano i migliori esponenti della categoria, è condizione dello spirito che ha sempre ignorato il significato della parola straniero. E c’è da sperare che continui a farlo in futuro.

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