Oltre la leggenda nera: al Sant'Uffizio le voci chi non aveva voce

di Adriano Prosperi
Lo storico Prosperi: «Dai tribunali emerge quell’umanità che era esclusa dalla scrittura»
Google preferred source
August 5, 2026
Oltre la leggenda nera: al Sant'Uffizio le voci chi non aveva voce
Goya, “Scena da una Inquisizione” / WikiCommons
Sono trascorsi quasi trent’anni da quando, nel lontano gennaio del 1998, l’archivio dell’ex Sant’Uffizio, con i suoi scrigni di fonti e saperi nascosti, veniva aperto alla consultazione degli studiosi. Artefici di quel gesto dirompente, alle porte del Giubileo del 2000, furono papa Giovanni Paolo II e il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Ora il libro L’Inquisizione romana, Nuove ricerche nuove prospettive. Studi per Agostino Borromeo (Libreria Editrice Vaticana, pagine 642, euro 25,00) racconta quanto dal 1998 ad oggi il mondo della ricerca accademica ha potuto scoprire e così sfatare molto della leggenda nera attorno al mondo dell’Inquisizione. Presentiamo un ampio stralcio dell’intervento di Adriano Prosperi, dal titolo L’Inquisizione dalla polemica alla conoscenza storica. (Filippo Rizzi)
Sfogliando il volume appare evidente la straordinaria ampiezza dei tempi, dei casi e dei luoghi esplorati. Mi limito a rinviare a questa indicazione bibliografica chiunque cerchi una rassegna aggiornata del lavoro compiuto e di quello in atto. Un dato che qui appare evidente è che questo campo di indagine è diventato uno dei più ricchi e più vasti nella storiografia internazionale. Spinge in questa direzione una curiosità che fin dalla prima età moderna ha trovato radici profonde nell’humus romanzesco tra il vero, il falso e il finto dell’immaginario. E intanto l’apparato di conoscenze minute acquisite nella letteratura storiografica sui meccanismi dei poteri e sulla fitta serie di componenti istituzionali e di ingranaggi da cui dipendeva il funzionamento della giustizia inquisitoriale ha spinto a un tentativo di descrizione dal vivo della sua fisiologia. Il nostro tempo vi ha portato di suo la liberalizzazione dell’accesso alle fonti da parte del Papato e lo sviluppo dei moderni strumenti di informazione che agevolano il dialogo tra gli studiosi al di sopra dei confini nazionali e linguistici. […]
Di fatto, nel corso dell’età moderna i tribunali dell’Inquisizione spagnola e di quella portoghese, espressione del potere reale, cessarono di funzionare in conseguenza di svolte politiche. Per quella portoghese c’era stata l’abolizione del 1774-5. Nel caso di quella spagnola fu determinante la conquista napoleonica. E con l’abolizione nacque la storiografia moderna perché fu redatto allora il primo racconto storico dell’istituzione, redatto da un inquisitore pentito: nacque la Storia critica della Inquisizione di Spagna di Juan Antonio Llorente che dopo l’edizione francese del 1817-18 ebbe tre anni dopo una traduzione in italiano (Milano 1820). Opera di un ex inquisitore, uno degli scrittori definiti “afrancesadi”, si proponeva di raccontare su documenti inediti e sconosciuti, come funzionava il Tribunale dell’Inquisizione spagnola. In realtà non c’era molto di autentico in una storia che di documenti faceva poco uso tutta impegnata com’era a diffondere un’immagine terrifica dell’opera degli inquisitori, intenti solo a torturare e a mandare al rogo. Così dicevano i versi di una poesiola che vi si leggeva: “Se qualche sventurato / cade del Sant’Ufficio in le catene, / se arrostito non viene / rimane perlomeno affumicato”. Quei documenti non erano amati nemmeno dalla Chiesa. […] Quello che rimase allora in piedi fu il Sant’Uffizio dell’Inquisizione romana, istituito su modello spagnolo nel 1542. Era un’istituzione che, pur rivendicando validità universale, aveva costruito un legame speciale con i diversi stati italiani, dove possibile attraverso le reti degli Ordini religiosi francescani e domenicani o le nunziature, e dove ufficialmente impossibile – come nel Regno di Napoli – attraverso vicari speciali presso il tribunale diocesano. Così per secoli la Roma papale era stata l’alta capitale d’Italia. […]
Ma al di là delle tante ricerche singole c’è un bilancio più ampio che vale la pena fare. Quello che oggi si apre è un pacifico incontro organizzato nel segno della collaborazione tra il Pontificio comitato di scienze storiche e l’istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea. Si procede partendo da un alto livello di conoscenze acquisite che hanno corretto le rappresentazioni romanzesche già dominanti sull’istituzione e hanno scoperto caratteri imprevisti del celebre tribunale mentre dai documenti si affacciava una popolazione ignota o malnota e si ascoltavano le voci di un’umanità di esclusi dalla scrittura – donne, uomini, genti d’Europa e di altre parti del mondo. Dietro quell’apparato giudiziario e poliziesco inventato per individuare e punire eretici si è finito con lo scoprire che la macchina inquisitoriale era stata fin dall’inizio una grande struttura di potere che proprio per questa sua natura fu il teatro di lotte sia al vertice della gerarchia ecclesiastica sia negli apparati di comando degli Stati. […]
L’abito inquisitoriale che la Chiesa di Roma dovette cucire per la realtà di un’Italia che era poco più di un’espressione geografica dovette fare ricorso a forme istituzionali molto diverse: i conventi francescani e domenicani, le nunziature, l’opera di potenti uomini di Chiesa. E ci fu la mobilitazione di nuovi Ordini religiosi. Un esempio fra tutti, il più significativo: quello della neonata Compagnia di Gesù, pronta secondo le sue Costituzioni a mettersi al servizio del papato nella lotta sotto il vessillo della salvezza delle anime. E il Papato ne approfittò, quando volle operare autonomamente, sottraendosi alla potente macchina del Sant’Uffizio dell’Inquisizione. Questa vicenda, ricostruita attraverso diversi episodi emersi negli studi, è stata oggetto di lavori recenti. Venne così inaugurata dalla concessione di un privilegio papale che autorizzò i gesuiti ad assolvere in confessione l’eretico pentito reintegrandolo silenziosamente nella Chiesa. […]
E sempre guardando al nodo fra passato e presente ricordiamo un’altra questione che promette di conquistarsi uno spazio importante negli studi sulla storia dell’Inquisizione: si tratta della materia relativa alla così detta “sollicitatio ad turpia”. Fu una delle complicazioni introdottesi nell’amministrazione di un tribunale speciale, quello del foro cosiddetto della coscienza, cioè la confessione. L’obbligo della precisione nel riferire peccati fatti di pensieri e comportamenti sessuali da parte di penitenti a un confessore che era di regola obbligato al celibato ecclesiastico creava le condizioni per un abuso del Sacramento e una negazione ereticale della sua sostanza.
Da qui derivò l’attribuzione della materia al tribunale dell’Inquisizione. Il suo compito consistette nel nascondere nella segretezza della procedura vicende che minacciavano di screditare socialmente il corpo ecclesiastico nella sua totalità. Così per secoli c’è stato come un fiume sotterraneo di vicende in cui le denunzie fatte dalle vittime – le donne, i minorenni – non hanno ottenuto giustizia e le autorità inquisitoriali hanno investito i loro poteri nel nascondere le colpe del clero, abbuiando i casi e spostando di sede i colpevoli senza segnalarli all’autorità propria – il vescovo. È noto come in tempi recenti questo sia esploso come il massimo scandalo della pedofilia ecclesiastica, una vicenda che ha inferto un colpo grave alla Chiesa cattolica fuori d’Italia (in Italia, la presenza di una diffusa venerazione del Papato come l’altro capo di Stato sedente in Roma, ha fatto passare quasi inavvertita la burrasca e fa tuttora sì che nessuna chiarezza sia stata creata sulle dimensioni del fenomeno). […]
Il campo di studi inquisitoriali resta fondamentale per chi persegue nelle sue ricerche una volontà di conoscere vicende e forme della amministrazione della giustizia penale e in particolare della pena di morte. Com’è noto, anche se il diritto canonico teneva distinto il potere ecclesiastico di emettere sentenze capitali, era il braccio secolare a doversi occupare della loro esecuzione. La Chiesa cattolica è stata per una lunga serie di secoli fautrice della pena di morte, mentre lo spettacolo pubblico delle esecuzioni la rendeva una grande festa devota. E solo di recente, quasi sommessamente, una modifica voluta da papa Francesco sul testo del vigente catechismo cattolico ha rovesciato l’atteggiamento della Chiesa sulla liceità della pena capitale e dato forma esplicita a una radicale condanna.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi