Tacere davanti alle ingiustizie non vuol dire essere neutrali
Dante colloca gli "ignavi" nell'Antinferno, perché l'indifferenza di chi si rifiuta di prendere posizione, girando la testa dall'altra parte, finisce per rafforzare il male. La testimonianza di Liliana Segre e la lezione di Harry Potter

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Ignavo
[/i-gna-vo/], agg. e s. m.
Chi non prende decisioni, si mostra incurante del bene e del male, è pigro e indolente. Dante colloca gli ignavi nell’Antinferno perché, non avendo mai scelto neppure il male, non sono accettati in nessuno dei tre regni ultraterreni. Una particolare forma di ignavia è l’indifferenza, di cui parla Liliana Segre, senatrice a vita e vittima della Shoah: ignavo è chi gira la testa verso un’altra direzione per non vedere, non esprime nessuna solidarietà e compassione e, pur potendo intervenire, rimane immobile. Ignavo è chi tace pur sapendo e, così facendo, supporta indirettamente il male. Nel fenomeno del bullismo il silenzio è un sostegno indiretto. Moltissimi pensano: “Non mi riguarda, non mi devo intromettere”, ma ciò è un invito silenzioso a continuare la violenza: questo fenomeno è chiamato “muro del silenzio”. Essere ignavi non porta a nulla, a molti appare come un’arma di difesa ma, maneggiandola, si rischia di ferire chi ci è vicino e anche noi stessi, non portandoci mai alla vera felicità. Ognuno di noi, invece, può fare la differenza.
Alcuni lemmi sembrano appartenere più ai libri che alla vita quotidiana. Ignavia è uno di questi. Ha un suono antico, richiama Dante e pare lontano dall’esperienza attuale delle ragazze e dei ragazzi. Eppure loro raccolgono subito il collegamento. Segno di quanto racconti quella tentazione, presente ancora oggi, di sottrarsi al compito di scegliere. L’ignavo, scrivono, «si mostra incurante del bene e del male». C’è una distinzione fra ignavia e pigrizia o indolenza. Ignavo è chi evita di prendere posizione: comprende bene ciò che accade, perché osserva, identifica i nessi, riconosce le dinamiche, ma poi preferisce rimanere sulla soglia, spettatore. In questa prospettiva si comprende perché Dante collochi gli ignavi nell’Antinferno. Non li accoglie né tra i salvati né tra i dannati veri e propri. Il Paradiso li respinge perché la loro presenza lo renderebbe meno puro e meno nobile, mentre l’Inferno profondo non li vuole perché i veri peccatori potrebbero persino sentirsi superiori a loro. È questo il senso dei versi “Caccianli i ciel per non esser men belli, / né lo profondo inferno li riceve, / ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”: gli ignavi non appartengono a nessun luogo, perché in vita non hanno mai scelto davvero da che parte stare. Hanno trascorso l’esistenza cercando una posizione neutrale, un punto da cui osservare gli eventi senza esserne coinvolti. È un’immagine che continua a parlare anche al nostro tempo.
Ogni scelta espone al rischio dell’errore e della critica. L’ignavia offre la via apparentemente più semplice di lasciare che decidano gli altri, adattandosi, aspettando. La promessa sarà anche seducente, ma il prezzo altissimo: rinunciando a giudicare, si rinuncia progressivamente anche a essere protagonisti della propria vita. È significativo che i ragazzi colleghino subito l’ignavia all’indifferenza nel loro richiamare Liliana Segre, donna che ha indicato proprio nell’indifferenza uno dei grandi alleati del male: ignavo è chi gira la testa dall’altra parte, chi tace pur sapendo, chi potrebbe intervenire e sceglie l’immobilità. L’indifferenza non assume mai i toni aperti dell’ostilità o del confronto diretto, si presenta in forme assai più discrete e subdole: «non mi riguarda», «non voglio mettermi nei guai», «ci penserà qualcun altro», «meglio non esporsi». Sono frasi che sembrano suggerire prudenza e buon senso, mentre in realtà lasciano solo la strada libera al male che sta accadendo.
Il bullismo rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa dinamica. Le ragazze e i ragazzi citano a proposito il “muro del silenzio”. Le prepotenze partono sì dall’iniziativa di chi le compie, ma trovano forza nell’inerzia del gruppo che osserva senza intervenire. Occorre il silenzio di molti perché l’ingiustizia continui indisturbata. La psicologia descrive questo meccanismo con l’espressione disimpegno morale. È la capacità di costruire giustificazioni che rendano accettabile il proprio non fare. Si minimizza ciò che è accaduto: «era solo uno scherzo». Si attribuisce la responsabilità al gruppo: «lo fanno tutti». Si ridimensionano le conseguenze: «non è successo niente». Si sposta la colpa sulla vittima: «se l’è cercata». Oppure ci si convince che intervenire sarebbe stato inutileperché tanto le cose non sarebbero cambiate. Formule diverse, identico risultato: il pensiero costruisce una spiegazione comoda per non assumersi la responsabilità della propria posizione. I ragazzi sembrano aver compreso che questo meccanismo non riguarda soltanto il bullismo. Ogni volta che rinunciamo a esercitare il nostro giudizio rischiamo di raccontarci una storia rassicurante per restare immobili. È un’abitudine che può insinuarsi nelle amicizie, nella famiglia, nel lavoro, nella vita civile. Si comincia con non voler disturbare e si finisce con lasciare che siano sempre gli altri a decidere.
Lo stesso tema attraversa molte storie amate dai più giovani. In Harry Potter la scelta morale è uno dei motivi centrali della saga: Harry non cresce soltanto imparando a usare la magia, ma decidendo chi vuole essere e da che parte stare, anche quando la paura o il prezzo personale renderebbero più facile tirarsi indietro. Non a caso Silente, suo mentore, gli insegna che sono le scelte, più delle capacità, a mostrare chi siamo e ricorda che nella vita arriva il momento di scegliere «tra ciò che è giusto e ciò che è facile». È un’idea che può essere accostata, con le dovute differenze, alla condanna dantesca di coloro che non hanno il coraggio di schierarsi. Il confronto si chiarisce nella figura di Cornelius Caramell, Ministro della Magia britannico. Dopo il ritorno di Voldemort, Caramell rifiuta la testimonianza di Harry e gli avvertimenti di Silente: teme il panico, la perdita della propria posizione e una presunta minaccia al suo potere. Lui, però, non rimane semplicemente neutrale. Usa le istituzioni e la Gazzetta del Profeta per screditare chi dice la verità e manda Dolores Umbridge a imporre il controllo del Ministero su Hogwarts. La sua non è dunque ignavia in senso dantesco stretto, piuttosto una forma di codardia morale e politica: sceglie la menzogna più comoda al posto della verità più rischiosa. In questo modo fa perdere alla comunità magica un anno decisivo e permette a Voldemort di rafforzarsi quasi indisturbato. Quando una simile rinuncia alla verità appartiene a chi esercita responsabilità pubbliche, le conseguenze ricadono su tutti. Il tema della ignavia attraversa anche il memorabile film The Truman Show. Pressoché tutti conoscono la verità sulla vita di Truman. Registi, tecnici, attori, spettatori, ciascuno partecipa, in misura diversa, a un enorme inganno. Ciascuno continua a svolgere il proprio ruolo, confidando che la responsabilità appartenga a qualcun altro e forse senza nemmeno chiedersi se tutto questo sia giusto.
Qui emerge il nucleo più forte della definizione dei ragazzi. L’ignavia ferisce chi subisce un’ingiustizia, ma impoverisce anche chi la pratica. Chi rinuncia sistematicamente a prendere posizione perde poco alla volta fiducia nella propria capacità di incidere sulla realtà. Si convince che il proprio giudizio non conti, che il proprio intervento sia irrilevante, che la scelta spetti sempre ad altri. L’apparente protezione dell’ignavia si trasforma così in una progressiva rinuncia alla libertà e potere. Per questo l’ultima frase della definizione merita di essere presa davvero sul serio: «Ognuno di noi può fare la differenza». Non è un invito all’eroismo, e nemmeno la pretesa che ciascuno diventi un paladino solitario della giustizia. Ricorda invece che una parola, una presenza, il rifiuto di unirsi a una presa in giro, la decisione di chiamare un adulto o di stare accanto a chi è stato escluso possono concretamente modificare il corso degli eventi. I ragazzi ci obbligano a spostare il punto: sapere che cosa sia giusto non basta quando arriva il momento in cui il giusto chiede una presenza. L’ignavia nasce in questa distanza tra il giudizio e l’atto, tra ciò che si riconosce come bene e ciò che si accetta di fare perché quel bene non resti indifeso. Educare significa allora aiutare chi cresce a riconoscere le situazioni in cui il silenzio produce effetti: lascia solo chi subisce, rafforza chi prevarica, abitua chi guarda a pensarsi irrilevante. La definizione dei ragazzi smaschera l’autoassoluzione più comoda: non intervenire significa lasciare che siano altri, o il gruppo, o la paura, a decidere la forma del mondo in cui viviamo. Altro che restarne fuori.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
(17 - continua) Leggi tutti gli articoli della serie «Atlante affettivo»
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