Ue e migranti. Un modo elegante per non affrontare il problema? Appaltarlo

Dai progetti di Blair al protocollo Italia-Albania, passando per Australia e Regno Unito: i precedenti mostrano costi elevati, ostacoli giuridici e risultati inferiori alle attese
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August 5, 2026
Ue e migranti. Un modo elegante per non affrontare il problema? Appaltarlo
Il centro migranti di Gjader in Albania /Ansa
C’è un modo elegante per non affrontare un problema: appaltarlo. È ciò che l’Europa sembra sempre più tentata di fare con la migrazione. La proposta di Giorgia Meloni di creare hub per i rimpatri in Paesi terzi non è una novità assoluta, ma l’ultima declinazione di una strategia ormai riconoscibile: l’esternalizzazione delle frontiere, cioè lo spostamento fuori dallo spazio europeo non soltanto del controllo dei flussi, ma anche di parte delle responsabilità che quel controllo comporta. L’idea ha un pedigree lungo e poco incoraggiante. Tony Blair la propose nel 2003 con le “ regional protection areas ”, ma il progetto non raccolse sufficiente consenso europeo. Israele ha trattenuto per anni richiedenti asilo eritrei e sudanesi nel centro di Holot (nel deserto israeliano del Negev). L’Australia ha fatto dell’ offshore processing a Nauru e Manus Island un marchio di fabbrica, sostenendo costi enormi. Il Regno Unito ha tentato la stessa strada con il Ruanda: il progetto fu bloccato dalla Corte Suprema e infine abbandonato da Keir Starmer nel 2024, dopo centinaia di milioni di sterline spesi e senza alcun trasferimento forzato. Anche il protocollo Italia-Albania ha incontrato seri ostacoli giudiziari e operativi. Il filo che lega questi precedenti non è dunque il successo. È una sequenza di difficoltà giuridiche, costi elevati e risultati assai inferiori alle aspettative. Eppure la formula ritorna, ogni volta riverniciata e accompagnata dalla medesima promessa: questa volta funzionerà. Viene da chiedersi se la funzione politica di questi progetti non stia almeno in parte nella deterrenza dell’annuncio prima ancora che nell’attuazione: non soltanto trattenere o rimpatriare persone, ma mostrare all’elettorato che si sta facendo qualcosa. C’è poi un dettaglio che raramente conquista i titoli: il conto finale. Le esperienze britannica e australiana mostrano quanto l’ offshore processing possa raggiungere costi pro capite difficilmente giustificabili. Applicati ad altri settori, numeri simili susciterebbero interrogativi severi. Quando però il capitolo di spesa si chiama “sicurezza delle frontiere”, la soglia della tolleranza politica sembra curiosamente alzarsi.
Nel frattempo la frontiera non scompare. Si sposta. E con essa rischia di spostarsi anche la responsabilità per ciò che accade oltre quella frontiera, in strutture lontane dagli occhi dell’opinione pubblica europea, meno accessibili ai giornalisti, alla società civile e ai sistemi di garanzia. La distanza geografica può trasformarsi in distanza politica e morale.
Resta poi una domanda che meriterebbe una risposta da Palazzo Chigi: gli eventuali hub africani entreranno nel Piano Mattei? Un piano presentato come cooperazione “da pari a pari” reggerebbe male al sospetto che la parità consista nell’affidare al partner africano il compito di custodire chi il partner europeo preferisce non vedere arrivare. Sarebbe singolare che una strategia nata per superare il paternalismo europeo inaugurasse una nuova divisione del lavoro: all’Europa gli investimenti, all’Africa i migranti da trattenere. Più che cooperazione, sarebbe subappalto. Con una targa più elegante. Il limite maggiore di questi modelli, tuttavia, è politico. Nessuno ha “risolto” la migrazione. Ha modificato rotte, aumentato costi, trasferito persone da un limbo a un altro, senza incidere sulle cause: guerre, persecuzioni, diseguaglianze, crisi climatiche, economiche, instabilità. Né elimina la contraddizione di un’Europa che invecchia, denuncia carenza di manodopera e continua a trattare l’immigrazione quasi soltanto come una minaccia. L’alternativa non è tra frontiere aperte e chiuse. È tra una politica capace di governare un fenomeno strutturale, con canali legali, accordi trasparenti, integrazione e rimpatri rispettosi del diritto, e una politica che continua a comprare tempo esportando altrove il problema. Una cosa è certa: gli hub potranno cambiare nome e indirizzo, ma spostare una frontiera resta molto più facile che governare una migrazione.

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