8 agosto 1956: l’Italia dei migranti travolta da Marcinelle

Due libri rievocano il disastro minerario di settant’anni fa. Ricciardi: «La tragedia fu uno spartiacque». Di Stefano: «Dare voce ai testimoni è non farli morire di nuovo»
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August 4, 2026
8 agosto 1956: l’Italia dei migranti travolta da Marcinelle
La miniera di carbone Bois du Cazier, a Marcinelle, il giorno del disastro, l’8 agosto 1956 / WikiCommons
L’Europa, e con essa l’Italia, conserva nel suo passato un buco nero, come il carbone, che può essere monito per ripartire e capire più a fondo anche i fenomeni migratori odierni. L’anniversario, il settantesimo, del disastro accaduto la mattina dell’8 agosto del 1956 nel Bois du Caziere, l’impianto situato a Marcinelle, nel distretto minerario belga di Charleroi, sarà sabato l’occasione per commemorazioni e iniziative intese a tenerne alta la memoria. Ma quale il senso di tale memoria e cosa dice all’Europa e all’Italia di oggi? Due libri aiutano ad andare al cuore storico, politico, economico e sociale di quella che è stata la più grande tragedia della nostra emigrazione: 136 furono gli italiani sul totale di 262 morti nei cunicoli andati in fiamme a causa di un banale errore nel richiamo di un carrello che aveva sprigionato le fatali scintille.
Sul significato che quell’evento riveste per l’identità italiana ed europea, di allora e di oggi, riflette Toni Ricciardi – storico delle migrazioni dell’Università di Ginevra e deputato dem al Parlamento italiano, eletto nella circoscrizione Europa – nel volume Una Repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo, uscito da Donzelli (pagine 154, euro 16,00), editore per il quale Ricciardi dirige l’opera in quattro volumi sulla Storia dell’emigrazione italiana in Europa. In vista dell’anniversario, poi, torna in libreria, con una nuova prefazione, il racconto-reportage di Paolo Di Stefano, uscito in prima edizione nel 2011, nel quale il giornalista del “Corriere della sera”, ha scavato tra testimonianze, documenti e ricostruzioni di quella che chi ne ha subìto le conseguenze – perdendovi un padre, un marito, un figlio o un fratello – ha chiamato La catastròfa (Sellerio, pagine 328, euro 16,00). Due libri che, dai rispettivi punti di vista, non sono solo ricostruzioni della tragedia belga, ma aprono più ampi scenari di comprensione della posta in gioco ancora oggi: lavoro, democrazia, integrazione.
Ricciardi parte da una tesi esplicita sin dal titolo del libro: «L’emigrazione non fu soltanto una conseguenza della povertà e della disoccupazione del dopoguerra, bensì una componente strutturale del progetto politico, economico e internazionale della nuova Repubblica». Non è un caso che il settantesimo di Marcinelle si intrecci con l’ottantesimo del referendum del 2 giugno 1946 – e della contemporanea elezione dell’Assemblea costituente – nonché con quello dell’accordo italo-belga sullo scambio tra manodopera e carbone, stipulato pochi giorni dopo, il 23 giugno. Se la si legge a partire dall’interconnessione di questi eventi, allora la sostituzione della parola “emigrazione” a “lavoro”, di cui lo stesso autore ammette il carattere apparentemente provocatorio, assume invece tutt’altro spessore.
Sulla scorta dei lavori della Costituente Ricciardi ricostruisce, infatti, come il celebre articolo 1 dia linfa e venga strutturato dall’articolo 35, sulla tutela del lavoro, sulla promozione degli accordi internazionali a questo scopo e sulla libertà di emigrazione. «Di fatto, e fu chiaro già durante le sedute dell’Assemblea costituente, l’Italia repubblicana si stava incamminando verso un sistema del mercato del lavoro sempre più interdipendente nel contesto dell’Europa del secondo dopoguerra». E dal canto suo l’Europa, «che qualche anno dopo, agli inizi degli anni Cinquanta. Si sarebbe avviata verso decenni di crescita sostenuta, fu rimodellata anche in funzione dei, e soprattutto grazie ai, tanti migranti che svolsero un ruolo fondamentale in quella trasformazione». Tra loro gli italiani, che insieme a tanti altri di varie nazionalità si mossero al grido “Belgìc, Belgìc”. Ricciardi nelle pagine centrali del libro analizza le modalità attraverso le quali la nascente compagine repubblicana definì la propria identità promuovendo l’emigrazione, fenomeno riflesso da stampa e cinema dell’epoca. L’impegno di inviare 50mila lavoratori per le miniere (almeno 2mila a settimana recitava l’accordo) forniva ai belgi persone pronte a scendere nelle viscere della terra, sgravando al tempo stesso la Penisola dall’esubero di braccianti agricoli.
Marcinelle fu una sveglia rispetto a questo do ut des. La tragedia, scrive Ricciardi, fu uno «spartiacque» che modificò in maniera decisiva quella che oggi si chiamerebbe narrazione sulle sorti dell’Europa, fece porre l’accento sulla sicurezza nel lavoro, ma anche mise in luce l’importanza della comunità italiana e unificò nel dolore le varie nazionalità colpite nella miniera belga. Mattoni di questa convivenza nella memoria sono stati nel tempo gli orfani, che furono 417 (224 italiani). Ricciardi ricorda come dal 1990 (dopo l'ipotesi di farne un centro commerciale) il sito del Bois du Caziere sia divenuto un monumento e dal 2002 sia patrimonio dell’umanità Unesco. Chiude il libro l’elenco dei morti e la loro provenienza. Sessanta erano abruzzesi, provenienti da paesi del Chietino e del Pescarese: Farindola, Turrivalignani, Lettomanoppello e Manoppello, già paese minerario (ben 23 morti), i luoghi più colpiti.
Orfani, vedove, parenti, soccorritori, luoghi, documenti e diari sono le voci che Di Stefano registra nel suo reportage. “Registra” nel vero senso della parola, visto che il giornalista riporta in modo preciso le vivaci imperfezioni dell’italiano popolare degli interlocutori e i francesismi adattati come “grillaggio”, da grillage, cancello o “comondì”, comme on dit. C’è chi, dopo il trauma, è rimasto in Belgio: come Assunta che dapprima parla francese con l’ospite venuto a casa sua a rivangare il passato, ma poi si scioglie, ricostruendo quella mattina di dolore e lo sconvolgimento che attanagliò maman e loro, i bambini fissi davanti al cancello della miniera: «Ogni volta che si avvicinava una bicicletta dicevamo “Ecco papà nostro che sta arrivando sulla sua bicicletta, ecco che sta arrivando papà nostro”, finché abbiamo compreso che papà nostro non tornava più». Di Stefano mette in fila anche le deposizioni dell’inchiesta come quella dell’ingabbiatore Antonio Iannetta , addetto al carrello richiamato in superficie prematuramente per errore e che ha innescato l’inferno. Testimone diretto, fatto partire subito per il Canada. Il cronista ascolta voci rassegnate, ancora traumatizzate, ma anche combattive. Come Peppe, minatore siciliano che a Marcinelle ha perso un fratello e tutti i compagni della “mina”. Lui viveva in una baracca a 500 metri dal luogo del disastro e ha ancora nell’anima l’orrore: «Noi italiani abbiamo lavorato come schiavi, inquantoché quello che interessava nella mina era la mina e il carbone, non la persona umana. Vere bestie, se pensate che dopo la catastròfa solo il direttore dei lavori, Monsieur Calicis, fu condannato e gli altri tutti liberi come uccelli», si sfoga l’uomo nel capitolo a lui dedicato, dal titolo significativo; “La gioventù nostra è stata venduta dal governo”. Il libro è, dunque, un coro di voci, con il tempo sempre più esiguo, che – rimarca nella nuova prefazione Di Stefano – «ambisce a farsi memoria collettiva. Agli storici il compito di vagliare e semmai di giudicare, ma ai testimoni l’ascolto e la dignità che meritano per non farli morire di nuovo».

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