L’Europa e la lezione di Ceuta: un collasso della coscienza
Anziché fare quadrato attorno a un partner comunitario, la Spagna, colpito da una minaccia asimmetrica, l'Ue si è ripiegata in una disputa fratricida tra capitali. È tempo di dire basta alla propaganda edificata sulla paura dell’altro

La vera crisi che agita le sponde di Ceuta non è un’emergenza di confini, ma un collasso dell’interiorità e dell’etica pubblica europea. Quando la geopolitica si riduce a pura Realpolitik e l’essere umano viene degradato a mero strumento di ricatto, a cedere non sono le barriere che qualcuno vorrebbe ripristinare con muri e filo spinato, ma la stessa humanitas che dichiariamo di voler difendere. Siamo immersi in una stagione spiritualmente sterile, dominata dalla «logica del nemico». Questa categoria concettuale, prima ancora di essere una strategia politica, è un inganno dell’anima. Funziona come utile tecnica di “distrazione di massa”. Si inventano una minaccia, la retorica abusata della “sostituzione etnica”, la prospettiva della “remigrazione” e della “difesa dei confini”, per non rispondere dei fallimenti delle politiche di governo su tanti altri fronti: da un’economia carica di diseguaglianze e sfruttamenti, alla insicurezza e alla vulnerabile sanità che non offrono dignità ai cittadini comuni, fino alla incapacità di promuovere una cooperazione internazionale che fermi le guerre. Così in vista delle scadenze elettorali fa comodo alimentare la paura, imputare ad un governo di diverso orientamento la crisi di Ceuta e costruire l’illusione della “fortezza Europa” assediata da una calca oceanica.
Eppure, la geografia restituisce la verità che la propaganda occulta: Ceuta è un frammento di Spagna incastonato nelle viscere del continente africano. L’annunciata invasione si è dissolta per l’oggettiva impossibilità fisica dei transiti nel vecchio continente, anche se ha lasciato sulla terra e nell’acqua forse più di cento vittime. Di questi corpi, di queste esistenze spezzate, il dibattito pubblico europeo si è già frettolosamente dimenticato, compiendo il peccato più grave contro lo spirito: l’indifferenza. Occorre squarciare il velo dell’ipocrisia e della propaganda e analizzare la spietata architettura geopolitica che muove i fili di Ceuta. Ci troviamo di fronte a una precisa strategia di ritorsione e ricatto, i cui presupposti affondano nelle logiche egemoniche dei nuovi imperi globali e, nello specifico, nella dottrina transatlantica del movimento Maga di Donald Trump che ha condizionato persino il Marocco.
Il peccato originale risale al dicembre del 2020. Con una mossa unilaterale che ha scardinato il diritto internazionale, l’Amministrazione Trump ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale – ex colonia spagnola occupata militarmente da Rabat – come contropartita per l’adesione del Regno alawita agli Accordi di Abramo che avrebbero dovuto ricostruire la pace in Medio Oriente, e i risultati di nuove guerre sono davanti a tutti. Questo asse politico ha infuso in Rabat una nuova e aggressiva spregiudicatezza diplomatica. Il Marocco si è scoperto pivot strategico per Washington, trovando nella destra americana una sponda ideale anche in chiave anti-spagnola, utile a rivendicare – secondo diversi analisti – la sovranità sulle due exclavi spagnole di Ceuta e Melilla, e in ogni caso a indebolire il governo progressista di Madrid.
La Spagna del premier Pedro Sánchez si è così trovata stretta in una morsa geopolitica asfissiante. Dopo aver ceduto nel 2022 al ricatto di Rabat – appoggiandone il piano di autonomia sul Sahara Occidentale pur di blindare le exclavi di Ceuta e Melilla –, Madrid ha dovuto fare i conti con l’inevitabile strappo con l’Algeria, storico rivale del Marocco e protettore del Fronte Polisario. Di fronte alla crisi energetica globale, Sánchez ha tentato di ricucire un necessario e vitale asse strategico con Algeri per le forniture di gas. La risposta del Marocco è stata immediata, cinica e automatica: l’allentamento deliberato dei controlli alla frontiera di Ceuta. I flussi migratori vengono così usati da Rabat come un vero e proprio “rubinetto negoziale” e come arma di guerra ibrida. Ogni qualvolta l’Europa o la Spagna deviano dalla linea tracciata dal Marocco e avallata da Washington, il rubinetto viene aperto per punire Madrid e costringerla alla resa diplomatica.
L’Europa, anziché fare quadrato attorno a un partner comunitario difendendolo da una minaccia asimmetrica, si è ripiegata in una disputa fratricida tra capitali. La minaccia di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna, ventilata da diversi governi europei tra cui l’Italia, è il segno del totale fallimento del dogma dell’esternalizzazione. Abbiamo delegato la difesa dei nostri valori a regimi illiberali, e oggi siamo ostaggi dei loro ricatti. Eppure, i freddi ma onesti dati di Frontex citati dal premier spagnolo Sánchez (che avrà pure le sue colpe, ma non per l’ultima crisi…) smentiscono la demagogia emergenziale contro Madrid: tra il 2021 e il 2026, gli ingressi irregolari hanno visto l’Italia a quota 478.600, i Balcani a 340.600, la Grecia a 259.800 e la Spagna a 224.750. Da qui il puntuale monito di Sanchez: «La solidarietà e l’empatia sono opzionali, il rispetto dei trattati e dei dati no». Per uscire da questa palude morale occorre un radicale cambio di paradigma filosofico e politico. L’Unione Europea deve smettere di subire il cinismo geopolitico altrui e ritrovare la propria missione originaria. Questo significa istituire corridoi di accesso legali, sicuri e strutturati, sottraendo alle reti criminali e alle autocrazie il monopolio della mobilità umana. Significa declinare i progetti di cooperazione non secondo una logica neocoloniale o da gendarmi di frontiera, ma come un autentico partenariato paritario, capace di generare dignità e lavoro sull’altra sponda del Mediterraneo. Che senso ha aver parlato del Piano Mattei se poi in concreto non si dà conto delle occasioni di lavoro create per quei giovani che ancora attraversano il mare cercando speranza e dignità in Europa? Occorre, infine, centralizzare la gestione dell’accoglienza e del diritto d’asilo a livello comunitario, superando i veti dei nazionalismi egoistici e soprattutto ricordando la nostra stessa storia di emigrati del Novecento. La sfida non è tecnologica o procedurale, ma squisitamente etica e antropologica. Nella sua enciclica Magnifica humanitas Papa Leone XIV ci ricorda la responsabilità che grava sulle nostre scelte collettive: «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo, di far maturare la storia come luogo dell’incontro e non dell’esclusione».
Le parole del Pontefice risuonano come un monito assoluto davanti alle barriere di Ceuta. Se riduciamo l’uomo a un’arma o a un rifiuto della storia, non stiamo proteggendo la nostra civiltà: la stiamo demolendo dall’interno. È tempo di dire basta alla propaganda edificata sulla paura dell’altro. I leader europei devono rispondere a una domanda fondamentale, che interroga la nostra coscienza profonda: vogliamo continuare sulla strada della propaganda elettorale edificando torri di esclusione e di dominio, o guardare oltre e finalmente porre le basi per restituire un’autentica unità di intenti e di dignità, all’Europa e all’umanità intera?
Maurizio Delli Santi è Membro dell’International Law Association
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