«Civiltà dell’amore», nel sogno di Paolo VI
la profezia di una “Magnifica humanitas”

Nella sua prima enciclica, Leone XIV pone quale alternativa alla «cultura della potenza» quella «visione decisiva» dell’ordine sociale che ha in Montini il maestro e testimone. Parla il presidente dell’Istituto Paolo VI, don Angelo Maffeis
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August 5, 2026
«Civiltà dell’amore», nel sogno di Paolo VI
la profezia di una “Magnifica humanitas”
Paolo VI alla Messa con i campesinos colombiani, il 23 agosto 1968 a Bogotá / Siciliani
«Il 26 settembre 1897 in questa casa nacque Giovanni Battista Montini. Elevato al sommo pontificato con il nome di Paolo VI annunciò al mondo la civiltà dell’amore che fanciullo apprese fra queste mura». Così si legge sulla lapide posta sull’edificio, sito a Concesio, alle porte di Brescia, in cui san Paolo VI vide la luce. Il pontefice – morto il 6 agosto 1978, nella festa della Trasfigurazione del Signore – fu davvero maestro, testimone e profeta di quella «civiltà dell’amore» che Leone XIV nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas , addita quale «visione» e «intuizione ancora più decisiva» nell’odierno «contesto della svolta digitale», di fronte alla sfida lanciata alla promozione della dignità umana dalle res novae del nostro tempo – lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, della robotica, delle reti digitali, delle biotecnologie, dell’energia atomica – e quale via alternativa alle tragiche derive della «cultura della potenza». La civiltà dell’amore è la via di «un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale», scrive Prevost richiamando la lezione di Montini. E «consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune». Di questo “ponte” fra Montini e Prevost parliamo con don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI di Concesio e preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.
Quando appare per la prima volta l’espressione “civiltà dell’amore” nel magistero di Paolo VI? In quale contesto?
«Per quanto è possibile accertare, l’espressione appare per la prima volta nel Regina Caeli del 17 maggio 1970, Domenica di Pentecoste. “È la civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato; e tutti sappiamo se ancor oggi di amore e di pace abbia bisogno il mondo!”, disse il Pontefice in quella occasione. L’espressione verrà ripresa negli anni successivi e approfondita, come accade particolarmente nell’omelia tenuta durante la celebrazione della Notte di Natale del 1975, a conclusione dell’anno giubilare. Ci troviamo dunque verso la fine del pontificato di Paolo VI e il tema è proposto in un’occasione solenne, nella quale papa Montini si interroga sull’eredità che il tempo straordinario del Giubileo consegna al cammino ordinario della Chiesa e dell’umanità. La sapienza dell’amore fraterno, che ha caratterizzato il cammino storico della Chiesa – risponde il Papa – deve esplodere con nuova fecondità e manifestare la sua capacità di rinnovare il legame che unisce tra di loro le persone nella società. “Non l’odio, non la contesa, non l’avarizia sarà la sua dialettica, ma l’amore, l’amore generatore d’amore, l’amore dell’uomo per l’uomo, non per alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara e mal tollerata condiscendenza, ma per l’amore a Te; a Te, o Cristo scoperto nella sofferenza e nel bisogno di ogni nostro simile. La civiltà dell’amore – citiamo dall’omelia di Paolo VI – prevarrà nell’affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell’umanità finalmente cristiana”. È dunque un sogno quello di Paolo VI, ma un sogno che ha la concretezza del desiderio di dare forma nuova alle relazioni che si intrecciano tra le persone nella vita quotidiana».
Quale significato assunse questa espressione nel magistero di papa Montini? E in quali occasioni venne riproposta e utilizzata?
«Il tema ritorna di nuovo il 31 dicembre 1975: Paolo VI si chiede “se questo fosse il nostro destino di professarci ‘medici’ di quella civiltà che andiamo sognando, la civiltà dell’amore?” La risposta si riassume nell’imperativo di dedicarsi alla cura, al conforto, all’assistenza di quella umanità “che vorremmo vedere civile e felice”. C’è infatti una malattia sociale che rappresenta il primo campo del nostro impegno di cristiani e per conoscerla bisogna servirsi di adeguati strumenti diagnostici, cioè ascoltare le vibrazioni di quelli che il Papa definisce “gli strumenti segnaletici del deterioramento del nostro comportamento civile”. Anche se le proporzioni dei problemi sono spesso tali da scoraggiare chiunque, Paolo VI ribadisce che la civiltà dell’amore non è un sogno. “Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Anzi tanto più essi si fanno urgenti e affascinanti, quanto più rumori di temporali turbano gli orizzonti della nostra storia. E sono energie, sono speranze”. La speranza è appunto la forma cristiana del sogno di una società diversa ed è un elemento essenziale del discorso di Paolo VI sulla civiltà dell’amore. Non si può davvero amare con un amore generatore d’un avvenire ideale, senza speranza. Ma proprio la mancanza di speranza è una delle grandi tentazioni del nostro tempo e spesso i cristiani sono i primi ad aver perso la fiducia nella capacità del cristianesimo di rinnovare veramente la vita degli esseri umani».
«La civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente», scrive Leone XIV nella Magnifica humanitas, chiamando a «recuperare con forza questa visione». Ebbene: papa Prevost, nella sua prima enciclica, come riprende e rilancia questa «visione», presente anche in altri suoi interventi?
«Sono numerosi i temi del magistero di Paolo VI ripresi nell’insegnamento di papa Leone: in Magnifica humanitas torna il messaggio dell’enciclica Populorum progressio del 1967 e della lettera apostolica Octogesima adveniens – pubblicata nel 1971, nell’80° anniversario della Rerum novarum di Leone XIII – con l’invito a considerare le questioni dal punto di vista del Sud del mondo e, al tempo stesso, con la consapevolezza dei diversi sistemi adottati per il governo dei popoli. Sopra tutto ritorna instancabile l’appello alla pace che il 4 ottobre 1965 Paolo VI ha rivolto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite».
Il 19 giugno 1964 papa Montini riceve in udienza il personale del “Centro automazione analisi linguistica” dell’Aloisianum di Gallarate, straordinaria e pionieristica esperienza di applicazione dell’informatica al campo umanistico che ha avuto nel gesuita Roberto Busa il fondatore e l’anima. Il suo discorso mostra un’attenzione precoce agli orizzonti e alle sfide del progresso scientifico e tecnologico, «prodigio» che fa «intravedere nuovi misteri»... Cosa vi è di ancora attuale, fecondo, illuminante negli interventi di Paolo VI su questi peculiari temi?
«La situazione è oggi ovviamente diversa e vede la scienza e la tecnica raggiungere obiettivi che fino a poco tempo fa apparivano non solo irraggiungibili, ma anche difficili da immaginare. In Paolo VI si vede ad esempio lo stupore per le conquiste dell’umanità che è andata sulla luna. Ma al fondo di tutto sta la consapevolezza dell’importanza della concezione dell’uomo che ispira questo sforzo e guida il cammino».

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