Il cardinale Aveline: «Vi spiego perché non dobbiamo smettere di sperare»
di Francesco Ognibene, inviato a Lerici (La Spezia)
L'arcivescovo di Marsiglia e presidente dei vescovi francesi si racconta alla Festa di Avvenire. Giovani, Mediterraneo, religioni, catecumeni: «Il Vangelo risveglia la vita per reagire all’anestesia delle coscienze. Ed essere liberi»
È sull’ultima domanda della serata in cui alla Festa di Avvenire a Lerici riceve il Premio Narducci che il cardinale Jean-Marc Aveline si commuove un poco. Sarà perché è una tra le domande preparate dai bambini della Parrocchia di San Francesco, anima della Festa. Il pubblico sulla piazza del lungomare trattiene il fiato: «Una volta ho sentito una frase – risponde l’arcivescovo di Marsiglia –: “Ci sono cose che possono essere viste solo da occhi che hanno pianto”. Anch’io ho attraversato esperienze difficili nella vita e penso che, quando i tuoi occhi hanno pianto, sei capace di vedere cose che gli altri non vedono, perché sei in grado di cogliere gli sforzi che ciascuno compie per affrontare le prove della vita. Ecco, credo che il Paradiso sia un luogo dove potremo vedere tutto perché i nostri occhi che hanno pianto a causa della vita e delle sue difficoltà saranno finalmente capaci di contemplare tutta la bellezza e la bontà».
La “firma” del cardinale Aveline è in questa risposta a un bambino, in fondo a una serata a parlare di dialogo, religioni, pace, giovani, migrazioni: tutti i grandi temi che l’hanno fatto conoscere come pastore e teologo, uomo dell’ascolto e di finezza interiore, profondo e amabile. Presidente dei vescovi francesi, Aveline ha una biografia da film: nato nel 1958 nell’attuale Algeria, in un’oasi alle porte del Sahara, famiglia francese emigrata in Africa, a 4 anni è già profugo. I moti indipendentisti cacciano i “colonizzatori” («Ma noi eravamo integrati da generazioni...») e gli fanno sperimentare in Francia la dura vita dei pieds-noir, i francesi d’Algeria, fuggiti dalla “loro” Africa ma estranei in patria. L’intervista nella serata di Lerici in riva al mare inizia da qui.

Eminenza, cosa ha significato per lei questa esperienza di migrante?
In Africa eravamo francesi tra i futuri algerini, la mia famiglia non faceva certo parte dei ricchi coloni: i nonni erano emigrati per cercare lavoro, quando le migrazioni erano dal Nord al Sud. Poi siamo stati costretti a lasciare tutto per andare in Francia. Questa è la mia storia, come di molte persone che hanno lasciato il loro Paese, ed è una storia che segna il cuore. Non dimentichiamolo.
Lei è vescovo in una città multietnica come Marsiglia. Come va gestito il fenomeno migratorio perché non susciti reazioni di difesa?
Papa Francesco diceva che bisogna accogliere con dignità le persone che emigrano, ma che ciascuno deve avere ragioni per sperare che la vita possa migliorare nel proprio Paese. Una volta arrivati da noi, le cose possono cambiare se si presta attenzione a ogni singola persona. Solo quando si conosce una persona, e ci si prende cura di lei in modo concreto, le cose possono cambiare. Questo possiamo farlo tutti.
Come nasce la sua sensibilità per il dialogo tra le religioni?
Sono diventato sacerdote nel 1984, poi professore al seminario di Marsiglia. Insegnavo teologia dogmatica e cristologia, non mi interessavo di religioni o di questioni mediterranee. L’arcivescovo di Marsiglia di allora, il cardinale Coffy, ispirato dal Concilio, mi chiese di creare un centro di teologia in diocesi, e gli proposi di lavorare sulle domande che la pluralità delle religioni pone alla fede cristiana. A Marsiglia il territorio della diocesi conta circa un milione di abitanti. Di questi 200mila sono musulmani, 80mila ebrei, molti buddisti arrivati dopo le crisi del sud-est asiatico, 90mila armeni e 15mila maroniti. Marsiglia è un laboratorio religioso, che pone una grande questione teologica. Non siamo noi a inventare la pluralità delle religioni, né che ogni religione ritenga legittimamente di possedere la verità. La domanda allora è come accogliere tutto ciò e testimoniare la fede cristiana.
Qual è il cuore del dialogo per un cristiano?
Nel Credo che recitiamo ogni domenica c’è la vocazione della Chiesa alla cattolicità, che significa riconoscere il desiderio di Dio nel cuore di tutti. E proprio a causa della cattolicità della Chiesa so che questo desiderio, l’immagine e somiglianza di Dio presente in ogni persona, ha una relazione con il mistero pasquale. Il Vaticano II afferma che noi crediamo che lo Spirito Santo offra a tutti, in un modo che solo Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale. Noi crediamo in Cristo, e per noi Cristo è l’unico salvatore del mondo, dei credenti di ogni religione, anche di coloro che non credono, anche di chi non lo conosce. Posso osservare, nel modo in cui uomini e donne cercano di alimentare in sé il gusto di Dio, qualcosa dell’azione dello Spirito.
Lei promuove l’idea del Mediterraneo come mare che unisce le sue sponde con le civiltà e le religioni che vi si affacciano. Ma oggi sembra che queste presenze si stiano allontanando...
Ero al primo incontro dei vescovi del Mediterraneo a Bari nel febbraio 2020, promosso dalla Conferenza episcopale italiana con l’allora presidente cardinale Bassetti. Fu magnifico, la Chiesa italiana ebbe davvero una splendida intuizione. Fu la prima volta che ci incontrammo tra una cinquantina di vescovi di diocesi unite dallo stesso mare. Percepivo il bisogno dei miei confratelli, e anche il mio, di poter raccontare agli altri ciò che ciascuno stava vivendo. È lì che ho compreso fino in fondo che il dialogo non si impone: è un’esperienza che può crescere, ma le occorre tempo. Alla parola “dialogo” preferisco “relazione”: è quando si sono tessute buone relazioni che si può arrivare al dialogo, perché è un traguardo impegnativo, non il punto di partenza. Nel settembre 2023 ho preso l’iniziativa di invitare i vescovi del Mediterraneo, allargando l’invito ai giovani di qualunque credo religioso. Fu un incontro straordinario. C’erano giovani che non si sarebbero mai incontrati, divisi da tutto, e invece erano lì insieme, con i vescovi, e con il papa Francesco, che volle partecipare. A Marsiglia abbiamo dato vita al viaggio della “Bel Espoir”, il veliero che lo scorso anno con a bordo duecento giovani di ogni provenienza mediterranea, in equipaggi a rotazione, ha toccato trenta porti delle cinque sponde. Su proposta di papa Leone, che ha voluto salire a bordo, sono approdati anche a Ostia per un momento indimenticabile. Con questa esperienza abbiamo voluto inviare un messaggio di fiducia nella gioventù del Mediterraneo; una gioventù numerosa, che soffre per gli ostacoli al suo desiderio di movimento, che ha sete di vivere nella pace e nella verità.
Nel clima cupo in cui siamo immersi sembra venir meno la speranza. Cosa non scoraggiarsi?
La nostra società è anestetizzata, oggi è necessario risvegliare le coscienze, ricordare che siamo liberi. L’afflusso continuo di informazioni e i social network finiscono per farci credere che non abbia senso sperare. Ma noi siamo liberi: di dire sì a una cosa e no a un’altra, possiamo resistere al modo in cui oggi rischiamo di essere strumentalizzati, modellati, formattati. Bisogna ritrovare il cammino dell’interiorità e, con esso, si ritrova anche quello della libertà. E la libertà è l’inizio della resistenza. La fede cristiana oggi ha molto a che vedere con la resistenza: non si tratta del martirio dei primi secoli, ma della resistenza all’anestesia delle coscienze che ci fa perdere la forza di credere, di essere liberi. E di scegliere.
Il prossimo sarà un anno elettorale in Francia. La Chiesa francese come vuole contribuire a partecipare in un clima di dialogo?
Intendiamo aiutare le persone a concentrarsi sulla sostanza delle grandi questioni. Un comitato istituito dalla Conferenza dei vescovi di Francia sta selezionando i temi principali, sui quali pubblicherà poi, ogni mese fino alle elezioni, un documento per stimolare la riflessione di tutti, proponendo anche un gesto simbolico legato a ciascun argomento.
La Chiesa in Francia sta conoscendo una rapida crescita dei catecumeni. Come la spiega?
Osserviamo da cinque-sei anni il fenomeno, inatteso, di persone che chiedono il Battesimo e la Confermazione. Sono giovani adulti, tra i 25 e i 35 anni, ma ora anche liceali. Nel 2025 sono stati 21mila, l’anno precedente 17mila e prima ancora 15mila. Le stime sul 2026 parlano di una ulteriore crescita. Non si tratta quindi di un fuoco di paglia. C’è la tentazione di essere fieri di queste cifre, persino confrontandoci tra diocesi, chi ne ha di più o di meno: è umano. Il vaccino contro questa tentazione è renderci conto che i cammini attraverso i quali questi giovani sono arrivati non sono quelli che avevamo preparato per loro. Noi abbiamo creato la strada per arrivare alla porta, loro sono entrati dalla finestra.
E ora cosa pensate di fare?
Dobbiamo ascoltare e riflettere sulle strade che hanno seguito per arrivare. Ci sono alcune costanti. La prima è che spesso c’è un evento nella loro vita che li scuote, un lutto, una malattia, un dramma familiare, una delusione personale, e da qui scaturisce una domanda. La seconda è l’incontro con persone della loro età che sono credenti: una testimonianza spesso molto discreta ma che poi, quando la avvicinano per qualche motivo, dà origine a incontri molto significativi, che mi ricordano gli Atti degli Apostoli e gli inizi della Chiesa. Spesso si vede anche il bisogno di pace, di un punto di riferimento. In una lettera una persona mi raccontava di essere passata ogni giorno andando in ufficio davanti a una chiesa, e di aver sentito una volta il bisogno di entrare: in quel silenzio ha trovato il senso di pace che cercava, così ha cominciato a fermarsi ogni giorno. Quando poi ha trovato la celebrazione della comunità si è fermato con loro, e da lì ha iniziato il suo percorso. Infine, c’è chi ha amici musulmani che pregano e vivono il Ramadan, e questo li interpella spingendoli a chiedersi cosa significa per loro essere cristiani. Non sapendo come rispondere cercano su Internet chiedendo le cose più elementari. Così mi è successo alla Messa delle Ceneri di trovarmi la chiesa piena di giovani, interrogati dal modo in cui i loro amici islamici vivono il tempo del digiuno e della penitenza.
Cosa sta dicendo alla Chiesa questo fenomeno?
Non dimentichiamo mai che la missione della Chiesa è cooperare con lo Spirito Santo, che ci sorprende sempre proprio mentre facciamo tutti i nostri programmi. Un altro aspetto importante è l’attenzione da dare nelle comunità cristiane alle relazioni tra le persone. Una terza grande sfida è la formazione all’intelligenza della fede: a volte questi percorsi partono da una forte emozione, ma poi c’è la necessità di entrare nel mistero della fede, in ciò che la rende originale.
In Francia sta per arrivare il Papa. Cosa si attende dalla sua visita?
Sarà un’occasione di rinnovamento nella fede. La Chiesa francese ha conosciuto una forte secolarizzazione, e ora c’è qualcosa di nuovo in azione, ma lo Spirito Santo può agire solo se restiamo umili e ci facciamo carico delle sfide che abbiamo davanti. Insisto molto sul creare legami forti tra la fede e la vita, come ci insegna Madeleine Delbrêl, per evitare che lo slancio di chi arriva alla fede resti in superficie. Solo così nascono percorsi destinati a durare a lungo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





