
è il 4 agosto 1976. Il vescovo della diocesi di La Rioja, nel nordovest dell’Argentina, Enrique Angelelli, sta tornando da una Messa celebrata nella cittadina di Chamical in ricordo di due sacerdoti assassinati pochi giorni prima. Il presule è alla guida di un’auto con accanto padre Arturo Pinto. Nella località Punta de los Llanos un’altra automobile affianca quella del vescovo e con una manovra decisa la fa precipitare in un burrone. Angelelli muore sul colpo, o, secondo altre versioni, viene prima trascinato fuori dalla macchina ferito e poi finito a colpi di bastone, mentre il suo accompagnatore rimane a terra privo di sensi. Per tanto tempo i militari al potere, e anche settori della Chiesa argentina, hanno accreditato la tesi dell’incidente stradale. Successive e più accurate indagini hanno stabilito, invece, che si era voluto mettere a tacere la voce del vescovo che denunciava con coraggio la brutalità della repressione messa in atto dal regime militare al potere. Così nel luglio 2014 si è giunti alla condanna all’ergastolo dei mandanti, che erano alti gradi militari, e degli autori materiali dell’assassinio del vescovo Angelelli.
Il 27 aprile 2019 Enrique Angelelli è stato beatificato a La Rioja, assieme a due sacerdoti e a un laico della sua diocesi, anche loro vittime della repressione. La “voce dei senza voce”, il “Romero dimenticato”, il “difensore dei poveri e degli oppressi”, così è stato indicato il vescovo-martire Enrique Angelelli.
Per l’allora giovane gesuita Jorge Mario Bergoglio, il vescovo Angelelli è stato un importante punto di riferimento, un testimone autentico di fede, di pace e di giustizia in una realtà caratterizzata da violenza e da oppressione. Durante l’omelia nella celebrazione del 4 agosto 2006 a La Rioja, per il trentesimo anniversario dell’assassinio del presule, Bergoglio, divenuto nel frattempo cardinale e arcivescovo di Buenos Aires, ha osservato che Angelelli è stato «un uomo innamorato del suo popolo, che accompagnava nel cammino, fin nelle periferie, quelle geografiche e quelle esistenziali. È stato testimone della fede spargendo il suo sangue», per aggiungere poi che Angelelli «ha avuto come riferimento soltanto il Vangelo, con il commento della sua vita».
Enrique Angelelli nasce in una modesta casa alla periferia di Córdoba il 17 luglio 1923. I suoi genitori, Juan Angelelli e Celina Carletti, sono immigrati italiani originari delle Marche (il padre di Montegiorgio, la madre di Cingoli). Viene ordinato sacerdote il 9 ottobre 1949 a Roma, dove era stato inviato a completare gli studi di teologia e dove nel 1951 ottiene la licenza in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana.
Ritornato nel suo Paese, si trova di fronte una situazione caratterizzata da gravissimi squilibri socio-economici e da una sempre maggiore presenza dei militari. Da giovane sacerdote, assegnato alla diocesi di Cordoba, si distingue da subito nel servizio pastorale per gli studenti e per il mondo operaio. Un occhio di riguardo ha poi sempre per gli abitanti delle villas miserias , le baraccopoli attorno alle città. Nel dicembre 1960 viene nominato vescovo ausiliare di Cordoba e in seguito vescovo titolare di La Rioja.
La partecipazione al Concilio Vaticano II lo segna profondamente: Enrique Angelelli è fortemente provocato dalla pressante richiesta che viene rivolta alla Chiesa di aprirsi al mondo e ai suoi problemi, portando un annuncio di speranza, fedele all’immagine del “Cristo sufriente, encarnado en los obreros y en los campesinos” (“Cristo sofferente, incarnato negli operai e nei contadini”) e nei loro processi di liberazione. Tra l’altro, poco prima della conclusione del Concilio, è tra la cinquantina di vescovi che firmano “Il Patto delle Catacombe”, proposto da dom Hélder Câmara, impegnandosi a vivere in povertà e ad essere il difensore dei poveri.
La voce del vescovo Enrique Angelelli, unitamente a quella di altri pochi vescovi argentini, si leva ben presto alta e forte in difesa del proprio popolo sfruttato dai grandi proprietari terrieri e sempre più vittima della repressione militare. Dopo il colpo di Stato del 24 marzo 1976 lo scontro con i militari diviene frontale: Angelelli non può accettare di assistere in silenzio ai massacri, ai rapimenti, alle torture. Denuncia con chiarezza anche le responsabilità della vicaria castrense e dei cappellani militari che ne fanno parte. Divenuta scomoda, la sua voce viene messa a tacere per sempre.
Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas cita il sacrificio di Enrique Angelelli, avvenuto 50 anni fa. Lo fa al numero 125 dove scrive: «Accanto a questi segni pubblici, vi è una trama più nascosta ma decisiva: le comunità religiose, che scelgono luoghi poveri e pericolosi; i martiri della fraternità e della giustizia, come san Massimiliano Maria Kolbe, sant’Oscar Romero e il beato Enrique Angelelli, insieme a testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane, la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo, come il venerabile Francois Xavier Nguyen Van Thuan».
Enrique Angelelli è stato un martire del Concilio, obbediente a Dio e servitore disinteressato del suo popolo. In lui si perseguitò la Chiesa che aveva rinnovato la sua fedeltà al Vangelo e, di conseguenza, la scelta preferenziale per i poveri e gli oppressi.
autore del libro “Enrique
Angelelli. «Soltanto
il Vangelo, con il commento della nostra vita»”,
Ave, 208 pagine
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