La verità su Scalfaro, il 41-bis e una storia che non è mai esistita
C'è una regola fondamentale dello Stato di diritto: nessuno può essere chiamato a rispondere di decisioni che non aveva il potere di prendere

C'è una regola fondamentale dello Stato di diritto: nessuno può essere chiamato a rispondere di decisioni che non aveva il potere di prendere. È un principio tanto semplice quanto decisivo. Eppure, nel dibattito pubblico torna periodicamente l'accusa secondo cui Oscar Luigi Scalfaro avrebbe avuto responsabilità nella gestione del 41-bis e, addirittura, che la sua elezione al Quirinale avrebbe inciso sul destino di Paolo Borsellino. È una ricostruzione che non regge né sul piano giuridico né su quello storico. Partiamo dai fatti. Il regime detentivo speciale previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario viene disposto, prorogato o revocato con un decreto del Ministro della Giustizia. La legge non lascia spazio a interpretazioni: la competenza è del ministro. Il Presidente della Repubblica non può sostituirsi al Governo. La Costituzione è altrettanto chiara: gli atti presidenziali sono validi solo se controfirmati dai ministri competenti, che ne assumono la responsabilità politica e giuridica. È uno dei pilastri dell'equilibrio istituzionale: il Capo dello Stato garantisce il corretto funzionamento delle istituzioni, non governa. Anche la giustizia ha già ricostruito questi fatti. La sentenza della Corte di Cassazione del 2023 sul processo relativo alla cosiddetta trattativa Stato-mafia ha ricordato che la mancata proroga, nel novembre 1993, di 334 decreti di 41-bis fu una decisione assunta dal ministro della Giustizia dell'epoca, Giovanni Conso. La Cassazione definisce quei provvedimenti per ciò che erano: atti amministrativi di competenza ministeriale. La stessa sentenza osserva che le minacce mafiose dei mesi successivi alla strage di Capaci non potevano riguardare il mancato rinnovo del 41-bis, per una ragione elementare: quel regime speciale era stato introdotto proprio in quei mesi e non era ancora operativo nella forma che avrebbe assunto successivamente.
Il processo sulla trattativa si è concluso con l'assoluzione degli ufficiali del ROS "per non aver commesso il fatto" e con la prescrizione per gli imputati mafiosi. In nessuna fase processuale è stata attribuita alcuna responsabilità a Scalfaro. Esiste poi un secondo punto, ancora più delicato. L'idea che, se Scalfaro non fosse stato eletto Presidente della Repubblica, Paolo Borsellino sarebbe diventato Capo dello Stato e sarebbe quindi ancora vivo. È una suggestione emotivamente potente, ma storicamente infondata. Nel maggio 1992 il Parlamento era impegnato nell'elezione del Presidente della Repubblica in uno dei momenti più drammatici della storia italiana. I candidati realmente in campo erano Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani. Dopo la strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, maturò un consenso trasversale sulla figura di Scalfaro, eletto il 25 maggio come uomo di garanzia. Paolo Borsellino, in quei giorni, era un magistrato impegnato fino all'ultimo nella lotta a Cosa Nostra e fu assassinato dalla mafia il 19 luglio 1992. La responsabilità della sua morte appartiene ai mandanti e agli esecutori mafiosi, accertati con sentenze definitive. Alterare la storia significa trasformare una tragedia nazionale in uno strumento di polemica politica. La critica politica è legittima, sempre. Ma ha un limite invalicabile: il rispetto dei fatti.
Oscar Luigi Scalfaro guidò la Repubblica in una delle stagioni più difficili della sua storia. Si possono discutere le sue scelte politiche, il suo stile, le sue posizioni. Non gli si possono attribuire poteri che la Costituzione non gli riconosceva né responsabilità che la legge assegna ad altri. Quando si confondono i ruoli istituzionali, si ignorano le sentenze e si riscrive la storia per sostenere una tesi politica, non si fa memoria. Si fa disinformazione. E quando questa operazione coinvolge la figura di Paolo Borsellino e quella di un Presidente della Repubblica che non può più difendersi, il rischio è quello di usare il ricordo dei morti come arma del presente, anziché come patrimonio comune della verità.
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