Più progressisti, ma divisi: così i Dem americani provano a ripartire.
Dalle urne delle primarie sono usciti vincenti candidati socialisti, ambientalisti, populisti. Premiata l’attenzione ai temi sociali ed esteri. Emblematico il caso di El-Sayed in Michigan

Ha vinto per meno di un punto, ma ha vinto. E non a New York o in California, ma in Michigan. Ieri, nelle primarie democratiche dello Stato del Midwest, Abdul El-Sayed ha battuto la moderata Haley Stevens, dimostrando che l'ondata progressista del partito è capace di far presa anche nel cuore dell'America operaia e industriale. A novembre El-Sayed sfiderà il repubblicano Mike Rogers per un seggio che potrebbe decidere il controllo del Senato. Sostenuto da Bernie Sanders — il senatore che si definisce socialista — e dalla pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez, ha corso su un programma di tasse ai miliardari, sanità pubblica per tutti e lotta all’eccesso di denaro in politica, con una critica durissima a Israele per la guerra a Gaza. In uno Stato-cerniera, perso da Kamala Harris nel 2024, è stato un test decisivo.
Nelle stesse ore, sempre in Michigan, il socialista Donavan McKinney ha estromesso un deputato uscente, mentre il cofondatore del movimento ambientalista Sunrise, William Lawrence, ha vinto la primaria puntando contro i data center dell'intelligenza artificiale. È l'ultima tappa di un'onda partita dall'elezione a sindaco di New York Zohran Mamdani — primo musulmano e primo socialista democratico alla guida della più grande città americana —, dai tre seggi democratici travolti da socialisti sempre a New York, dal deputato centrista sconfitto in Colorado. Intanto in Maine l'ex marine Graham Platner spazzava via la governatrice in carica. Nella Central Valley californiana si imponeva Randy Villegas, figlio di immigrati messicani e candidati di estrazione operaia conquistavano collegi dal Kentucky al New Jersey, dal Texas al Montana. E il gruppo dei Democratic Socialists of America superava i 100mila iscritti, il doppio rispetto a un anno fa.
La corrente progressista, populista e tendenzialmente socialdemocratica del Partito all’opposizione non è dunque più confinata ai quartieri liberal del Paese, per motivi più pratici che ideologici. Se infatti in Michigan l’opposizione di El-Sayed all’Aipac, la potente lobby filo-israeliana, ha dominato la campagna (nel discorso della vittoria ha però assicurato agli elettori ebrei che la loro sicurezza gli sta a cuore quanto quella delle proprie figlie), il medico ha invitato a sostenerlo tutti coloro che pensano che «ci si debba poter permettere la spesa». È questo il collante della nuova sinistra, che ha sostituito il linguaggio identitario degli ultimi decenni con una politica fatta di prezzi, asili nido, assistenza sanitaria, salari e bollette. I nuovi candidati parlano di tassare i grandi patrimoni, ampliare i servizi pubblici, ridurre la spesa militare e spostare risorse verso scuole, famiglie e infrastrutture.
La tendenza era già visibile prima dell’ultima tornata elettorale. Mamdani ha conquistato New York costruendo il consenso su affitti, trasporti e asili. Katie Wilson ha vinto la poltrona di sindaco di Seattle con una piattaforma incentrata su case, diritti dei lavoratori e maggiori imposte alle grandi aziende. Janeese Lewis George si prepara a guidare la capitale Washington con un piano simile. L’entusiasmo terrorizza l'establishment centrista, convinto che questa deriva sia destinata alla sconfitta, alle urne di novembre come alle presidenziali del 2028. La storia finora ha insegnato infatti che un programma progressista è impraticabile fuori dalle grandi città costiere. «Rischiano di buttar via seggi che potremmo vincere», avverte Matt Bennett del centrista Third Way. Il precedente che terrorizza è il 2020: lo slogan «definanziare la polizia» bastò ai repubblicani per marchiare l'intero partito.
Non stupisce che i repubblicani siano all'attacco: Donald Trump chiama i nuovi democratici «comunisti» e «la più grande minaccia dalla fondazione del Paese». È un'etichetta (impropria) che da decenni spaventa gli americani anche se non è chiaro quanto lo spauracchio rosso faccia ancora presa, soprattutto tra i giovani. Resta infatti da capire se gli schemi tradizionali funzionino ancora. Le primarie del 2026 descrivono infatti una rivolta di outsider contro insider, populisti contro élite, candidati combattivi contro professionisti della mediazione. Tra i vincitori figurano operai, sindacalisti, un vigile del fuoco, un ex paracadutista antincendio e figli di famiglie immigrate. E il loro messaggio somiglia, nella forma, a quello con cui Trump ha trasformato il partito repubblicano. Anche il trumpismo, del resto, contiene elementi di interventismo economico un tempo associati alla sinistra: partecipazioni pubbliche in imprese private, protezionismo, sussidi selettivi e minacce alle aziende che non seguono le indicazioni presidenziali.
L'ondata di sinistra non va certo sopravvalutata: le candidature spalleggiate da Sanders e Ocasio-Cortez contano quasi tante sconfitte che vittorie. Eppure i mutamenti degli ultimi dieci anni, dall'avvento di Trump alla disuguaglianza esplosa fino al costo della vita fuori controllo, potrebbero fare di questa corrente il nuovo volto del partito dell’asinello. La vera cartina di tornasole dunque, più ancora delle Midterm, sono le Amministrazioni comunali di New York, Seattle e Washington. Se riusciranno a offrire governi efficienti e vicini agli elettori, il socialismo democratico sarà percepito meno come una rottura ideologica e più come una risposta pratica.
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