La dottrina della guerra giusta insostenibile nell’era nucleare
I criteri “classici” elaborati nel tempo
da moralisti e teologi non reggono di fronte a una tecnologia capace di annientare intere città e colpire soprattutto i civili. Da Hiroshima alle tensioni di oggi: il cammino del magistero verso il rifiuto delle armi atomiche e dei conflitti preventivi

Per lungo tempo moralisti e teologi hanno elaborato una dottrina della guerra giusta. Nella sua forma classica essa era fondata su alcuni criteri: l’autorità legittima che dichiara la guerra, l’esistenza di una giusta causa come la risposta a un’aggressione, la proporzionalità della risposta, l’immunità dei non combattenti e la recta intentio di raggiungere la pace. Il ricorso alla bomba atomica ha cambiato interamente l’orizzonte: la guerra nucleare rende impossibile parlare di guerra giusta perché la distruzione può essere illimitata e i non combattenti possono essere uccisi più dei soldati, come è già accaduto nella Seconda guerra mondiale che non è stata nucleare (salvo le due città giapponesi).
Nel 1939 Francia e Inghilterra erano titolari di un adeguato jus ad bellum per difendere la Polonia dall’aggressione nazista. Ma poi a guerra scoppiata si ricorse all’uccisione deliberata di un gran numero di civili specialmente per i bombardamenti sistematici di tante città, da Coventry da parte dei nazisti a Dresda da parte degli alleati: lo jus in bello fu tragicamente violato da entrambe le parti. L’escalation raggiunse l’acme con la decisione del presidente degli Stati Uniti H. Truman di ricorrere alla bomba atomica annientando Nagasaki e Hiroshima per costringere il Giappone alla resa. Tra qualche giorno cadrà l’81mo anniversario di quella immane tragedia. È giunto il tempo di chiedersi se allora non sia stato commesso un grande crimine contro l’umanità, da riconoscere con una dichiarazione internazionale.
Il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes (nn. 79-82), trattando del dovere di mitigare la guerra, non nega ai governi il diritto a una legittima difesa, ma non lo ritiene un criterio assoluto, quando le azioni militari siano quelle di una guerra totale con l’impiego delle armi scientifiche: «Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato […]. Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa” (n. 80). La Magnifica humanitas di Leone XIV accenna al diritto alla legittima difesa da intendere nel senso più stretto, in specie quando questa si presenta come guerra preventiva, la quale spesso trascina mali e disordini più gravi del male da eliminare (n. 192).
L a questione della legittima difesa e dei suoi limiti era stata trattata in senso radicale da Pio XII, quando (19 ottobre 1953) ricevendo i partecipanti al convegno dell’Ufficio Internazionale di Documentazione di Medicina Militare, dichiarò: «Noi abbiamo ancora espresso il desiderio che si punisse sul piano internazionale ogni guerra che non è richiesta dalla necessità assoluta di difendersi da un’ingiustizia gravissima riguardante la comunità, allorché non si può impedirla con altri mezzi, ed è pertanto necessario farla, sotto pena di dar man libera alla violenza brutale e alla mancanza di coscienza nelle relazioni internazionali. Non è dunque sufficiente di doversi difendere da una qualsiasi ingiustizia per ricorrere al metodo violento della guerra. Quando i danni da questa causati non sono comparabili con quelli della “ingiustizia tollerata”, si può avere l’obbligo di “subire l’ingiustizia”!».
Dinanzi alla nuova situazione, una quota della società mondiale ha innalzato il traguardo, ponendo come obiettivo ultimo l’ abolizione delle armi nucleari (abolizione significa non solo divieto di uso ma pure divieto di possesso ). L’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 23 dicembre del 2016 ha convocato una Conferenza internazionale che si è conclusa il 7 luglio 2017 con l’adozione di un Trattato sul divieto delle armi nucleari , giuridicamente vincolante, che è entrato in vigore dopo la ratifica di almeno 50 Stati (il Vaticano ha provveduto in merito), obiettivo raggiunto all’inizio del 2021. Esso prevede anche trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare. Si afferma inoltre che è proibita la “minaccia d’uso” delle armi, raccogliendo così molte delle istanze della società civile internazionale. Viene in tal modo bocciata la logica della deterrenza, cioè l’ equilibrio del terrore . L’insegnamento della Chiesa ha subito un’evoluzione molto importante: il divieto di impiego delle armi nucleari affermato nel Concilio si è mosso verso l’idea che sia moralmente inaccettabile anche il loro possesso . «L’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario. Un approccio concreto dovrebbe promuovere una riflessione su un’etica della pace e della sicurezza cooperativa multilaterale che vada al di là della “paura” e dell’“isolazionismo” che prevale oggi. Il conseguimento di un mondo senza armi nucleari richiede processi di lungo periodo, basati sulla consapevolezza che “tutto è connesso”, in un’ottica di ecologia integrale (papa Francesco, Laudato si’, n. 117). Il destino condiviso dell’umanità richiede di rafforzare, con realismo, il dialogo e costruire e consolidare meccanismi di fiducia e di cooperazione, capaci di creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari» ( Messaggio del Santo Padre Francesco alla Conferenza dell’Onu finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari che conduca alla loro totale eliminazione) .
Torniamo alla attualità più vicina e rovente. Dopo la Magnifica humanitas e dopo il giudizio di Leone XIV che la guerra preventiva di Israele e Usa contro l’Iran non poteva essere assunta come una guerra giusta, si sono levate le rampogne americane da parte di Trump, Vance, Hegeseth e altri. Ascoltiamo Vance: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada?” Anzi Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti e gli ebrei dall’infamia dei campi di sterminio». Merita osservare che il “Dio con noi” ( God with us ) disvela ambigue risonanze con il Gott mit uns dei nazisti. Il Dio degli eserciti che occhieggia nell’Antico Testamento non è una soluzione credibile.
Per formarci un’idea più concreta e storicamente situata del pericolo che il mondo sta vivendo, bisogna guardare verso il Diritto internazionale, prossimo al completo tracollo, di cui negli ultimi anni si è fatta promotrice l’Amministrazione Trump (i nomi sono gli stessi di quelli di sopra più quello di Rubio) con una serie di sanzioni arbitrarie e intimidatorie allo scopo di spazzar via ogni traccia di diritto che vincoli gli Stati, di cui si auspica invece la loro illimitata sovranità. Ora l’essenza mostruosa e terribile della sovranità è il superiorem non recognoscens . Nessuno sta al di sopra dello Stato sovrano e di chi lo guida. Make America Great Again viene a significare, nell’impiego che l’attuale Amministrazione Usa ne fa, che essa non risponde a nessuno e che il Presidente risponde solo a se stesso, come più volte sostenuto da Trump. L’esaltazione della sovranità dello Stato da parte dei grandi Imperi (la logica di Putin e di Xi è sostanzialmente la stessa, sebbene meno declamata e violenta rispetto agli attacchi cui ricorre Washington) potrebbe abbastanza presto condurre alla dissoluzione dell’Onu, e alla condizione fuori legge della società mondiale.
Nell’idolatria della sovranità si inscrive l’arbitrio delle guerre preventive. Dio era con l’America quando Bush Jr. nel discorso all’Accademia di West point (2002) elaborò il tema dell’attacco all’Iraq nel 2003, basato su un resoconto menzognero della situazione? E che dire dell’attacco preventivo all’Iran nel 2025 e 2026? E dell’aggressione di Putin all’Ucraina? Per Israele ci si può riferire alla crisi di Suez (1956), e alla Guerra dei Sei Giorni (1967) e alle recenti operazioni contro l’Iran. La questione della sovranità, concerne anche l’Italia e l’attuale premier, cui non si possono negare intelligenza e abilità, ma che su tale nucleo decisivo rimane purtroppo vincolata a una concezione rigida della sovranità, in cui forse risuonano gli assunti radicalmente sovranisti di Mussolini e di Gentile. Nel 1932 essi firmarono insieme la voce “Stato” per l’Enciclopedia Treccani, in cui lo Stato è visto come un valore assoluto e supremo, superiore a ogni singolo individuo o gruppo sociale. All’interno del testo si ribadisce il principio secondo cui tutto è nello Stato, niente è lecito contro lo Stato e niente ha valore fuori dello Stato. Con premesse di tal genere è impossibile addivenire a una condivisione di sovranità in un’Europa federale.
Le riflessioni addotte possono smontare le posizioni dei “realisti” secondo cui l’etica non può essere costruita contro la realtà. Si pensi alla recente critica a papa Leone XIV, ritenuto lontano dal realismo politico che deve tener conto che il disarmo del Paese A lo rende alla mercé del Paese B, mentre il compito dello Stato A è di difendere i suoi cittadini. L’argomento appare incompleto perché non fa riferimento alla variante decisiva dell’arma atomica. Se l’etica insegna che una guerra atomica è totalmente immorale, non è una risposta sufficiente adeguarsi al realismo, ma sforzarsi e operare per riportare la realtà più vicina all’etica. Un lungo lavoro di contrattazione, diplomazia e dialogo, tanto più necessario oggi quando l’ideologia dell’ineluttabilità della guerra pervade ampiamente il discorso pubblico, può trasformare la convivenza da semplice convivenza armata a comunità di destino ( Magnifica humanitas , n.186).
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