L’incubo degli uccelli iniziò ben prima di Hitchcock
La nuova serie ispirata al capolavoro del 1963 riporta l’attenzione su una storia più complessa del previsto

Questa volta andrà meglio, anche perché peggio dell’altra volta è impossibile che vada. Gli uccelli II, seguito o rifacimento del capolavoro di Alfred Hitchcock, rimediò subito una fama di impareggiabile bruttezza. Allestimento approssimativo, recitazione sgangherata, inconsulto coinvolgimento di Tippi Hedren, che nel 1963 era la protagonista del film e che nel 1994 era costretta a una comparsata di cui sfuggiva il senso. The Birds II: Land’s End è il precedente da dimenticare mentre si aspetta l’arrivo della nuova miniserie interpretata da Sarah Snook, l’attrice australiana celebre per il suo ruolo in Succession. Dalle informazione che circolano, l’ambientazione si sposta in Alaska, molto più a nord rispetto alla cittadina californiana di Bodega Bay che teatro dell’originale. Ed è qui che cominciano i problemi: qual è – anzi, quale sarebbe – esattamente l’originale degli Uccelli?
La versione ufficiale, accreditata dallo stesso Hitchcock, rimanda a un racconto di Daphne du Maurier, la scrittrice britannica che nel 1940 aveva fornito al grande regista il materiale per Rebecca, la prima moglie (il romanzo omonimo era uscito nel 1938). In questo caso la derivazione è incontestabile: stesso scenario, stessi personaggi, stessa dinamica degli eventi. Con Gli uccelli, invece, la situazione si prospetta subito più complicata. Il racconto di du Maurier è compreso in una raccolta del 1952, The Apple Tree, e immagina una storia in buona parte differente da quella del film. Siamo in Gran Bretagna, non in America, e al centro della vicenda non c’è l’impertinente ereditiera Melanie Daniels (Hedren, appunto, al suo debutto cinematografico), ma Nat Hocken, bracciante agricolo e reduce di guerra. La minacciosa avanzata degli uccelli, che misteriosamente si accordano per attaccare e sterminare gli esseri umani, viene ricostruita dal suo punto di vista ed è la metafora di un Paese che ancora non è guarito dalle ferite di un conflitto devastante. Chi volesse recuperare questa versione, la trova nel catalogo del Saggiatore, dove il libro figura come Gli uccelli, assecondando l’iniziativa presa dall’autrice dopo il successo del film. Per il quale, a ogni buon conto, Hitchcock si era avvalso della sceneggiatura di Evan Hunter, assai noto per i numerosi polizieschi pubblicati sotto lo pseudonimo di Ed McBain.
Dalla carta alla pellicola la trama è sensibilmente cambiata, come si coglie fin dalle prime sequenze, incentrate sulla schermaglia tra la bella (ma non vacua) Melanie e lo spavaldo Mitch Brenner, strano tipo di seduttore dal cuore buono impersonato da Rod Taylor. I due si incontrano in un negozio di San Francisco, si piacciono e si sfidano, lei lo sorprende raggiungendolo a Bodega Bay e lì gli uccelli scatenano il finimondo. Di per sé, niente di strano: il film recepisce il meccanismo centrale del racconto di du Maurier e lo sviluppa in maniera autonoma, elaborando un incantesimo narrativo di cui si rimane prigionieri anche dopo che si è consumato il finale, volutamente ambiguo e irrisolto. Melanie, traumatizzata in modo forse irreversibile, è condotta in salvo da Mitch, ma non è affatto chiaro se il resto del mondo sia al riparo dalla sciagura. Nella sua perfezione, l’epilogo avrebbe dovuto disperdere ogni velleità di girare un qualunque Gli uccelli.2.
Ben diverso il discorso se ci concentriamo sull’esistenza di un eventuale Gli uccelli.0. Parliamo sempre di letteratura, ma non del racconto di du Maurier. Nel 1936 il londinese Frank Baker firma un romanzo dal titolo identico, destinato purtroppo a scarso successo, come le altre opere di questo scrittore tanto prolifico quanto sfortunato. Ancora una volta, la storia non coincide con le altre che già conosciamo, ma ciò non toglie che questa sia la più antica attestazione del dispositivo poi sfruttato da Hitchcock. Con l’aggiunta, in Baker, di un elemento metafisico che allude a Poe e a Lovecraft, e che nel film del 1963 è appena accennato. Genialmente accennato, ma non di più.
Gli uccelli di Baker arriva ora in Italia per i tipi di Cliquot (traduzione di Federico Cenci e Lucrezia Pei, pagine 288, euro 22), accompagnato da un’utile prefazione di Riccardo Nuziale, nella quale scopriamo per esempio che il primo editore del libro, Peter Davies, non solo era stato il bambino a cui J.M Barrie si era ispirato per il suo Peter Pan, ma era anche cugino di Daphne du Maurier. Come se non bastasse, all’epoca Baker lavorava per la tv, circostanza che accresce le possibilità che il suo romanzo fosse circolato in maniera informale o perfino inavvertita. Per riprendere un leitmotiv hitchcockiano, magari qualcuno si era dimenticato di aver letto qualcosa, illudendosi di averlo inventato.
Di primo acchito, Baker aveva scartato questa ipotesi e aveva inviato a du Maurier una lettera abbastanza indispettita, con cui reclamava la paternità dell’idea. La scrittrice aveva risposto con tutta la signorilità del caso e la corrispondenza che ne era seguita è un perfetto manuale di bon ton, oltre che di fair play. In assenza di cause legali, Baker fece ripubblicare i suoi Uccelli nel 1964, ancora senza particolare riscontro. Morì nel 1983, all’età di 75 anni. Nella sua autobiografia, ammetteva che lo spunto per il romanzo gli era venuto da un classico dell’orrore sovrannaturale, Il terrore di Arthur Machen. Con questo, volendo, la ricerca delle fonti potrebbe rimettersi in moto, ma non è il caso di insistere.
Semmai, rimane da interrogarsi sulla ricezione di cui Gli uccelli di Baker avrebbero potuto godere se non fossero intervenute le circostanze appena riassunte. Fin dall’incipit, siamo convocati in una società che ha conosciuto un “prima” e un “dopo”, corrispondenti all’invasione dei volatili. Su richiesta della figlia, un uomo ormai anziano rievoca la catastrofe, a partire dal giorno in cui gli stormi iniziarono a radunarsi sul monumento a Nelson, in Trafalgar Square. In quel momento il pianeta è in subbuglio, i nazionalismi stavano riemergendo, non c’è tempo da perdere con stranezze del genere. Ma il fenomeno non si interrompe e, al contrario, cresce di misura e di intensità. Si verificano le prime aggressioni (come nel film, a c’è una cabina telefonica presa crudelmente di mira) e l’angoscia si diffonde ovunque, ancora più pericolosa delle spedizioni punitive compiute dagli uccelli. Eserciti e armamenti sono inutili, inutile risulta ogni controffensiva. Per liberarsi della maledizione, bisogna avere il coraggio di fissare lo sguardo nello sguardo degli uccelli. Uno alla volta, uno per uno. Solo così il demone si lascia ammansire e la vita può tornare a scorrere. D’accordo, Baker non sarà stato lo scrittore che avrebbe voluto essere, ma che la paura venga debellata per mezzo della consapevolezza è un’intuizione di tutto rispetto. Non fosse che per questo, ci sarebbe comunque da essergli grati.
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