In Cisgiordania sanità al collasso. «Malati cronici senza medicine, tagliati i fondi»

Un rapporto dell'Ong israeliana Physicians for human rights (Medici per i diritti umani) mette sotto accusa il trattenimento da parte di Tel Aviv delle entrate fiscali palestinesi
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August 6, 2026
In Cisgiordania sanità al collasso. «Malati cronici senza medicine, tagliati i fondi»
Una donna viene visitata da un operatore di Physicians for human rights
«A partire dal 2019 abbiamo assistito al rapido deterioramento della sanità in Cisgiordania. Nel 2023 il processo ha subito un’accelerazione senza precedenti. Adesso non siamo vicini al collasso, siamo nel collasso», spiega ad Avvenire Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di “Physicians for human rights” (PHRI), ong israeliana che dal 1988 fornisce assistenza medica a chi ha accesso limitato alle cure, documentando al contempo la violazione dei diritti umani. Milena Ansari è l’autrice del report intitolato “L'impatto catastrofico del trattenimento, da parte di Israele, delle entrate fiscali spettanti all'Autorità Palestinese sul diritto alla salute in Cisgiordania”, documento che intreccia i dati medici, i fattori economici e legali, con l’esperienza diretta delle squadre di PHRI, impegnate a portare la loro clinica mobile negli angoli più dolenti della Palestina.
All’origine della crisi il trattenimento delle entrate fiscali palestinesi, raccolte da Israele per conto dell’Autorità Palestinese in ossequio ai protocolli di Parigi del 1994, corollario degli Accordi di Oslo. Necessità imposta da quasi tre decenni di occupazione, procedura temporanea in vista di una piena statualità mai raggiunta, i protocolli di Parigi sono diventati con il tempo uno strumento di controllo politico. Dal 7 ottobre 2023 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, rappresentante estremista del sionismo religioso, ha esasperato le possibilità fornite dal dispositivo, mettendo in ginocchio l’intera macchina amministrativa di Ramallah. Secondo i dati forniti dalle autorità palestinesi a PHRI, il debito del ministero della Sanità ha raggiunto la cifra di 1.18 miliardi di dollari, dovuti a ospedali privati e case farmaceutiche. Su 590 punti medici, 447 hanno ridotto la loro operatività a due giorni a settimana. Dei 1.260 farmaci tradizionalmente forniti dal ministero, circa 250 restano disponibili in quantità limitate, almeno 600 vengono distribuiti solo in alcuni giorni, mentre 160 sono completamente esauriti. Agli operatori sanitari viene corrisposto il 30% dello stipendio, quando ciò è possibile. Il 9 maggio l’Associazione dei medici palestinesi ha annunciato uno sciopero, accompagnato dallo slogan “Lavoro a tempo pieno in cambio di un salario pieno”. L’impatto sulla salute dei palestinesi è devastante: «I malati cronici, penso alle persone diabetiche, vivono nell’incertezza, nell’agonia quotidiana, fisica e psicologica. I colleghi palestinesi raccontano che sempre più spesso alla diagnosi del cancro non può seguire nessuna terapia. Non dobbiamo arrivare al punto di contare le morti causate dal fallimento del sistema sanitario, dobbiamo garantire dignità ai palestinesi, restituire loro il diritto alla salute», afferma la dottoressa Ansari. Per anni la clinica mobile di PHRI ha visitato fra i 200 e i 300 pazienti al giorno. Dall’inizio del 2024 la media è passata a 4-500. Il 6 giugno, nel villaggio di Kufor al-Ra’i, nel governatorato di Jenin, i malati ricevuti sono stati 765, 65 dei quali minori.
Sulla catastrofe sanitaria incide anche la limitazione del movimento, causata dal proliferare delle barriere e dei check-point, aperti e chiusi nel più completo arbitrio, e la cancellazione, seguita al 7 ottobre, di oltre 100.000 contratti lavorativi per i palestinesi impiegati in Israele e nelle colonie illegali della Cisgiordania. Fra gli appunti relativi alle visite del 4 agosto la dottoressa Ansari trova la storia del sig. “Fawzi”:  «Ha 70 anni, e un pacemaker nel cuore. Viene dal campo profughi di Tulkarem, che l’operazione dell’esercito israeliano del febbraio 2025 ha reso praticamente deserto. Profugo due volte. Fino a sei mesi fa riceveva i farmaci per il cuore dalle strutture dell’Unrwa, ma le restrizioni imposte all’agenzia dell’Onu dal governo israeliano hanno reso questo servizio impossibile. Così il sig. Fawzi, sorretto dalle stampelle, ha cominciato a cercare le sue medicine al centro del ministero della Salute, ogni settimana, in fila insieme a molti altri. Il farmaco non arriva quasi mai. Ho pensato a mio padre, a come evitiamo di fargli fare anche il minimo sforzo. Ho pensato all’umiliazione. Fino al 2023 era in grado di procurarsi le medicine in Israele, il figlio lavorava lì, c’erano i soldi e la possibilità di viaggiare. Oggi il sig. Fawzi gira con la prescrizione nel taschino della camicia. Spesso, per strada, ferma le persone, non importa se lo conosce o no, e spiega loro che quella è la medicina di cui ha bisogno. Chiede un aiuto per comprarla, sperando che sia disponibile in farmacia. Troppe volte torna a casa a mani vuote. Esistono tante persone così in Cisgiordania, ma la dignità impedisce loro di raccontare la propria storia. Un silenzio che le avvicina alla morte».

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